1. BREMBATE, PROVINCIA DI BERGAMO. IL PRESUNTO ASSASSINO DI YARA, INCASTRATO DAL DNA, SCOPRE DI NON ESSERE FIGLIO DI SUO PADRE, MA DI UN UOMO DEFUNTO. UN PADRE SCOPRE CHE SUO FIGLIO È ACCUSATO DI OMICIDIO E CHE NON È SUO FIGLIO. UNA MAMMA AVEVA SCOPERTO DA TEMPO CHE SUO FIGLIO ERA RICERCATO, MA ERA RIMASTA IN SILENZIO PER NON SCOPRIRLO: QUEL FIGLIO LO AVEVA AVUTO DA UN UOMO CHE NON ERA SUO MARITO 2. MOTTA VISCONTI, PROVINCIA DI MILANO. L’ASSASSINO CORTEGGIA UNA COLLEGA DI LAVORO, NE VIENE RESPINTO E SI CONVINCE CHE LA RAGIONE DEL RIFIUTO SIA LA SUA CONDIZIONE DI UOMO IMPEGNATO, CON MOGLIE E FIGLI A CARICO. IL DIVORZIO COSTA TROPPO. COSÌ METTE A LETTO I BAMBINI, FA L’AMORE CON LA MOGLIE, PER SFOGARSI O PER CALMARSI, MA NON SI SFOGA E NON SI CALMA. SI ALZA, INVECE, E VA IN CUCINA A PRENDERE UN COLTELLO. I BIMBI CADONO NEL SONNO, SACRIFICATI COME AGNELLINI, LA MOGLIE MUORE DA SVEGLIA E FA ANCORA IN TEMPO A CHIEDERGLI “PERCHÉ”. BELLA DOMANDA. MA LUI NON RISPONDE. SI LAVA LE MANI E VA AL BAR A VEDERE LA PARTITA ITALIA-INGHILTERRA

1. L’ORRORE DI CERTE FAMIGLIOLE

Massimo Gramellini per ‘La Stampa’

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Il presunto assassino di Yara, incastrato dal Dna, scopre di non essere figlio di suo padre, ma di un uomo defunto di cui porta il secondo nome. Un padre scopre che suo figlio è accusato di omicidio e che non è suo figlio.
 

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Una sorella scopre che suo fratello gemello è accusato di omicidio e che neppure lei è figlia di suo padre. Un fratello scopre che i suoi fratelli gemelli sono fratellastri e che uno di loro potrebbe essere un assassino.

Una moglie scopre che suo marito è accusato di omicidio, che suo suocero non è il padre di suo marito né il nonno dei suoi figli e che la storia di Yara che per anni ha visto alla tv le è appena entrata in casa seminando distruzione.
 

Una mamma aveva scoperto da tempo che suo figlio era ricercato come presunto assassino, ma era rimasta in silenzio per non scoprirlo e non farsi scoprire: quel figlio lo aveva avuto da un uomo che non era suo marito. Una vedova scopre che suo marito aveva avuto un figlio illegittimo, ora accusato di assassinio.
 

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Non si tratta di uno scioglilingua e neppure di una fiction uscita dalla fantasia di uno sceneggiatore particolarmente lesso, ma della realtà di una tranquilla e rispettabile famiglia della provincia di Bergamo. Spostandoci di qualche decina di chilometri in direzione di Milano ne troviamo un’altra. Sabato sera, una moglie e due bambini sono stati uccisi in modo barbaro dal tranquillo e rispettabile maschio di casa. Ancora non si conosce il movente del presunto omicida di Yara, benché non occorrano troppi sforzi di immaginazione. Ma la carneficina del Milanese sembra scaturire da una psicologia persino più tortuosa.
 

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L’assassino corteggia una collega di lavoro, ne viene respinto e si convince che la ragione del rifiuto sia la sua condizione di uomo impegnato, con moglie e figli a carico. Potrebbe divorziare o anche solo fermarsi un attimo. Ma la vita gli sembra una prigione e le responsabilità le sbarre di una gabbia. Il divorzio costa troppo, in termini economici e sociali. Così mette a letto i bambini, fa l’amore con la moglie, per sfogarsi o per calmarsi, ma non si sfoga e non si calma. Si alza, invece, e va in cucina a prendere un coltello. I bimbi cadono nel sonno, sacrificati come agnellini, La moglie muore da sveglia e fa ancora in tempo a chiedergli «perché». Bella domanda. Ma lui non risponde. Si lava le mani e va al bar a vedere la partita.
 

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L’avvertenza è d’obbligo: non è che tutte le famiglie siano come quelle che la cronaca nera spinge in avanti come sentinelle del nostro smarrimento. Non siamo diventati all’improvviso un popolo di assassini di ragazzine e sgozzatori di parenti prossimi. Chi varca i confini del delitto è sempre un estremista, però si muove in un contesto sociale che non ci è estraneo. La famiglia: luogo di convivenza forzata, culla e tomba di passioni, ma anche fabbrica di interessi e produttrice inesausta di misteri.

 

Come autore di un romanzo a sfondo familiare mi è capitato di ritrovarmi depositario delle confidenze intime di lettrici e lettori che mi hanno fornito un catalogo impressionante di tutte le meraviglie e gli orrori che la cellula della società umana riesce a produrre: complessi, rancori, scoperte tardive, agnizioni, invidie, gelosie e bugie, tantissime bugie. A fin di bene, a fin di male, a fin di niente. Si vive dentro una bolla di non detti, si accumulano tensioni e illusioni e poi si esplode, per fortuna non sempre con gesti da codice penale, ma in modi comunque feroci che fanno vacillare le certezze. Ad esempio che ci si possa fidare almeno delle persone con cui si condividono le mura di casa.
 

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Lascio volentieri a sociologi e psicologi il compito di scandagliare gli abissi della comunità e della psiche umana. Il mio pensiero adesso va solo ai bambini: a quelli uccisi dal padre impazzito e ai figli del presunto assassino di Yara, segnati a vita da qualcosa di troppo grande e orribile per loro. Che i sopravvissuti non perdano mai la fiducia nel prossimo, perché gli angeli spuntano dove meno te lo aspetti e una vita passata a guardarsi le spalle è una condanna immeritata per chiunque, figuriamoci per degli innocenti.

 

 

2. SCHIFEZZE D’UOMINI

Vittorio Feltri per ‘Il Giornale’

 

Ditemi che non è vero, che è il canovaccio di una storiaccia destinata a diventare un film dell'orrore, un incubo provocato da un farmaco con effetti allucinanti. Insomma, ditemi che sto delirando. Non può essere vero che un uomo perbenino, dottore commercialista, coniugato con una brava e gradevole signora, padre di una bimba di 5 anni e di un bimbo di 20 mesi possa una sera di giugno sterminare la famiglia - a coltellate nella gola - con la stessa calma lucida con la quale era abituato a evadere le pratiche di ufficio: un timbro, un visto, una verifica e via, fatta anche questa.
 

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Il dottore, sbrigata la fastidiosa incombenza, lo sterminio dei suoi cari (cari un corno), si fa una bella e ristoratrice doccia, si veste con cura e si reca al bar per assistere con gli amici alla partita - sabato sera - tra l'Italia e l'Inghilterra. Si siede come tutti gli altri avventori davanti allo schermo, sorride eccitato dagli eventi calcistici, esulta al gol di Marchisio, si rammarica del pareggio dei britannici, sacramenta perché Candreva prende un palo, infine festeggia per il punto segnato da Balotelli che sancisce la vittoria degli azzurri. Massì, ci sta anche un brindisi con i compagnucci allorché l'arbitro fischia la fine dell'incontro.
 

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Poi che fa, costui? Rientra a casa, dove giacciono cadaveri la sposa e i piccoli eredi, e avverte i carabinieri che qualcuno ha massacrato - chissà perché - i suoi tre amori. Quel qualcuno è lui stesso. Ma chi è lui? Una schifezza di uomo. Un essere ripugnante. Un individuo che non credevamo potesse esistere e vivere nel consorzio civile senza destare il sospetto d'incarnare il malvagio. Giuro. È impossibile capire, trovare spiegazioni. Di attenuanti non se ne parla neanche.

 

La piccola Yara La piccola Yara

Siamo di fronte a un fatto che raggela, inspiegabile. Lui era il classico travet, laureato ma travet, pure bravo, si dice. La moglie una donna di una volta, chiesa, casa, figli. Un nucleo normalmente definito felice e senza problemi. Con tanto di villetta (a Motta Visconti, provincia quieta e rassicurante) e giardino dove, nella buona stagione, cenare all'aperto tra le grida gaie dei fanciulli e l'abbaiare dei cani.
 

yara yara

Ma una sera, una notte di giugno, il dottor Carlo Lissi ha il cervello in tilt e dissimula la propria alterazione. Fa l'amore con la consorte. Poi va in cucina. Estrae un coltello dal cassetto e comincia a menare fendenti. La donna, Maria Cristina Omes, 38 anni (sette più del marito) ma ancora assai piacente, sbarra gli occhi, grida. I vicini odono le invocazioni di aiuto, ma le scambiano per manifestazioni di giubilo per le prestazioni esaltanti della squadra di Prandelli, l'Italia. Cosicché l'assassino procede: finisce con la lama la sposa, quindi si reca al piano superiore e taglia la gola alla femminuccia e al maschietto, sangue del suo sangue.
 

carlo lissi e la mogliecarlo lissi e la moglie

Non riesco a immaginare la scena. E non posso immaginare che lui, il padre, proceda a compiere la strage senza un attimo di esitazione. Siamo tutti brutti e cattivi, ma così no, fino a questo punto non si può arrivare. Carlo Lissi ci è arrivato con spirito glaciale. Eseguita la mattanza, egli si riveste - non senza essersi ripulito - e si trasferisce al bar per gustarsi l'incontro calcistico mondiale da poco iniziato. Ma qui di mondiale c'è solo il suo cinismo indigeribile perfino a noi, cronisti senza illusioni, avvezzi alle peggiori malefatte. Il resto non lo vogliamo neppure raccontare nei dettagli.

YARAYARA

 

L'omicida tenta pateticamente di negare. Ha simulato una rapina, aprendo una cassaforte vuota. Infine crolla e confessa. Dice sconvolto: datemi il massimo della pena. La pena è nostra. Non c'è nulla di più impressionante di ciò che non capisci e non giustifichi. Dov'è il senso di questa squallida tragedia? Ci sfugge, come a Lissi è sfuggito il senno. Dicono che fosse innamorato di un'altra donna, che peraltro lo respingeva. Può bastare un rifiuto a scatenare una follia simile, tanto devastante?
 

Yara GambirasioYara Gambirasio

Siamo incapaci di intendere e di comprendere. Ci rassegniamo a constatare che vi sono schifezze di uomini. E Carlo Lissi non è l'unica schifezza. Mentre scriviamo con dolore queste note, apprendiamo che è stato arrestato l'assassino di Yara Gambirasio, la ragazzina di Brembate (Bergamo) uccisa in un prato alcuni anni fa. È un tizio sposato con tre figli. Un'altra schifezza di uomo. Non sappiamo dire di più. C'è poco da commentare, lasciateci piangere. E così sia.

Yara GambirasioYara Gambirasio

 

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