paul de gelder

AMA IL TUO CARNEFICE – PAUL DE GELDER, EX SUB DELLA MARINA AUSTRALIANA, DIVENTATO ATTIVISTA PER LA DIFESA DEGLI SQUALI DOPO CHE UNO SQUALO GLI HA STACCATO UN BRACCIO E UNA GAMBA, RACCONTA "L'INCONTRO" CHE GLI HA CAMBIATO LA VITA: "NUOTAVO NEL PORTO DI SYDNEY PER UN ADDESTRAMENTO E UNO SQUALO TORO DI QUASI TRE METRI MI AFFERRÒ E INIZIÒ A SCUOTERMI. MI ARRESI, E MI PREPARAI A MORIRE. MI SONO SORPRESO CHE..."

Alex Saragosa per il “Venerdì di Repubblica”

 

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Con tutti i distinguo del caso, viene da accostare Paul de Gelder, ex incursore sub australiano, al Paolo di Tarso, persecutore di cristiani convertitosi nel più fervente propagandista della nuova fede. Ma se il santo venne folgorato da un fulmine, a colpire il militare è stato uno squalo. «Quando ero in servizio, se incontravo in mare gli squali pensavo che avremmo dovuto ucciderli» ricorda oggi De Gelder.

 

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«Poi l'11 febbraio 2009, mentre nuotavo all'alba nel porto di Sydney per un addestramento, uno squalo toro (Carcharias taurus) di quasi tre metri mi afferrò mano e gamba destra. Provai a colpirlo sul muso con la sinistra, ma iniziò a scuotermi come una bambola, mentre i suoi denti tranciavano muscoli e ossa. Allora mi arresi, e mi preparai a morire». E invece l'animale lo lasciò andare.

 

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«Fui soccorso dai miei compagni, e uno di loro mi salvò la vita, stringendo fra le dita l'arteria femorale tranciata. Ho perso la mano e la gamba, ma mi sono sorpreso a non odiare chi mi aveva aggredito, piuttosto a volerlo conoscere meglio. Così in ospedale ho letto tutto quello che potevo sugli squali, sviluppando una ammirazione profonda».

 

Così è nato Shark (Mudlark, disponibile in ebook su Amazon; su carta, sempre online in inglese, dal 17 gennaio), saggio in cui De Gelder alterna la sua autobiografia di "testa di cuoio" diventato animalista vegetariano, e autore di documentari, alle ragioni per cui questi temibili predatori sono diventati l'oggetto del suo amore.

 

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«In genere gli squali inducono terrore, eppure ogni anno uccidono poche decine di persone, contro, per esempio, le 30mila uccise dai cani. Ma basta vederli nuotare in mare aperto per provare meraviglia per la loro bellezza e perfezione di adattamento». In effetti sono predatori raffinati da ben 470 milioni di anni di evoluzione. «Il loro più antico antenato somigliava a un'anguilla, e lo si può ancora rivedere nello squalo dal collare, Chlamydoselachus anguineus, un fossile vivente molto simile a quei primi esemplari.

 

Già a partire da 380 milioni di anni fa, però, hanno assunto la forma con cui li conosciamo, via via differenziandosi nelle 500 specie attuali, che hanno dimensioni che vanno da quelle di un gattino dello squalo lanterna, Etmopterus perryi, a quella da autobus dello squalo balena, Rhincodon typus, che vive filtrando il plancton dall'acqua.

 

squalo bianco 2

Lo squalo più famoso, il grande bianco, Carcharodon carcharias, arriva fino a sei metri e possiede tutte le caratteristiche tipiche di questi animali: lo scheletro di cartilagine che alleggerisce e rende più agile il corpo, la pelle ricoperta di spicole che riducono l'attrito con l'acqua, le file parallele di denti per sostituire quelli persi e la capacità di individuare le prede a distanza, al buio e in acque torbide, grazie al loro odore, al rumore delle pinne e persino ai campi elettrici emessi dai loro muscoli». L'acutissimo olfatto degli squali però ha un "difetto", causa di molti degli attacchi agli uomini. «Non indica allo squalo se una preda sia buona o no. Per cui la deve assaggiare, salvo poi lasciarla andare se non gli piace, come è accaduto a me. Così facendo spesso ferisce mortalmente».

 

Squalo toro a Castellaneta 2

Non tutti gli squali, però, attaccano in quel modo. «Gli squali volpe, Alopias vulpinus, per esempio, hanno una coda lunghissima con cui frustano i pesci per stordirli. Gli squali ruotanti, o Carcharhinus brevipinna, attaccano i banchi di pesce dal basso, a tutta velocità e vorticando su loro stessi, tanto da uscire fuori dall'acqua come missili, fino a sei metri di altezza. I bellissimi squali tappeto, Hemiscyllium ocellatum, predano nelle zone scoperte dalla bassa marea, "camminando" sulle pinne. Gli squali martello si nutrono di animali nascosti nella sabbia, che individuano grazie al "senso elettrico" distribuito lungo tutta la strana testa».

 

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Le armi mortali usate nella caccia possono però diventare pericolose anche per i partner al momento della riproduzione, e così gli squali hanno trovato uno strano rimedio. «Il maschio di squalo feconda la femmina tramite una pinna specializzata. Per farlo, però, la deve tenere ferma con i denti, e se la partner si agita si può ferire. Per evitarlo sembra che induca nella compagna "l'immobilità tonica", una sorta di incoscienza che segue la stimolazione di parti del corpo, come la punta del muso, ricche di terminazioni nervose. Posso confermare che funziona: massaggiando il "naso" a uno squalo, questo si blocca e si lascia persino girare a pancia in su».

 

Prima di arrivare a quel momento, però, anche gli squali hanno bisogno di trovare il partner giusto, il che non è facile per chi vive in mezzo all'oceano. Recentemente David Sims, biologo dell'Università di Southampton, ha scoperto che gli squali elefante, Cetorhinus maximus, usano una sorta di speed dating: ogni anno si riuniscono in certe aree marine, e poi nuotano in stretti circoli, così da valutare a colpo d'occhio la prestanza dei partner.

 

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Anche così, però, la loro fertilità è spesso ridotta. «Lo squalo bianco, per esempio matura solo a dieci anni, e, dopo dodici mesi di gestazione, fa in media cinque piccoli alla volta, che possono diminuire ulteriormente perché non ricevono alcuna protezione dai genitori. E in alcune specie, come lo squalo toro, nasce addirittura solo un cucciolo alla volta, perché i nascituri si mangiano l'un l'altro nel ventre della madre».

 

Questa lentezza riproduttiva rende gli squali molto vulnerabili all'azione distruttiva dell'uomo. «Ne uccidiamo circa cento milioni ogni anno, la metà a causa di reti o ami destinati ad altre specie, e gli altri per le zuppe di pinne di squalo in Cina, per la pesca "sportiva", che solo negli Usa ne uccide 2,5 milioni l'anno, o per le stragi volte a "proteggere" le spiagge.

 

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Dal 1970 abbiamo già perso il 70 per cento di questi efficienti predatori: continuando a eliminarli faremo saltare quegli equilibri nella catena alimentare che tengono i mari in salute». Recentemente, però, il biologo Phil Doherty dell'Università di Exeter, ha testato SharkGuard, piccoli emettitori di campi elettrici che sembrano tenere alla larga gli squali dagli ami destinati ai tonni: nelle prove in Francia hanno ridotto le catture accidentali del 91 per cento. «Ancora meglio sarebbe ridurre al minimo il consumo di pesce. Io sono diventato vegetariano. E comunque il fatto che in Cina la domanda di pinne di squalo sia calata del 60 per cento negli ultimi 12 anni, mi fa sperare».

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