san pietroburgo bomba attentato

DUE PESI E DUE SOLIDARIETÀ - IN GIRO NON CI SONO SPILLE E CARTELLI CON “JE SUIS SAN PIETROBURGO” E LA STRAGE DI CAPODANNO NELLA DISCOTECA DI ISTANBUL E’ STATA GIA’ DIMENTICATA - ANZI: E’ STATA RELEGATA A UNA “GUERRA CONTRO PUTIN” - MA LA VERITA’ E’ CHE AL TERRORISMO CI SIAMO ASSUEFATTI

Pierluigi Battista per “il Corriere della Sera”

 

putin dopo attentato a san pietroburgo putin dopo attentato a san pietroburgo

Non ci sono spille e cartelli con su scritto: «Je suis San Pietroburgo». Non ci sono cortei e fiaccolate. Il massacro nella stazione russa del metrò stenta a conquistare i titoli principali dei giornali, in quelli americani ha solo lo spazio di una breve. Del resto, l' attentato a Londra, davanti al Parlamento britannico, cuore e simbolo della democrazia moderna, è già quasi dimenticato.

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Ancora qualche settimana e quel «quasi» scomparirà: la strage nella discoteca di Istanbul a Capodanno è stato dimenticato del tutto. I talkshow politici dedicano alla carneficina terroristica di San Pietroburgo un' attenzione distratta e collegamenti quasi annoiati - «interrompimi pure se c'è qualche novità» - ma per il resto il tema centrale continua ad essere l' ennesima, appassionante conta nel Pd, o l' esternazione solenne di qualche Cinque Stelle in vista.

 

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Il terrorismo jihadista è stato normalizzato. Il suo carattere jihadista viene addirittura virtuosamente accantonato. E consideriamo una notizia eclatante la dichiarazione dei responsabili russi della sicurezza sconvolti dall' attentato alla metro: «È terrorismo!». Perché, cos' altro avrebbe potuto essere?

 

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Ecco perché: perché nella narcosi della nostra grande assuefazione al terrore che insanguina le nostre città ci siamo accucciati nella retorica dei «lupi solitari», categoria che un giornale critico e progressista come The Guardian non esita a definire «fuorviante», come se la scelta fanatica e terrorista di tante persone che si immolano nel nome della purezza religiosa fosse più un problema di psichiatria che un fenomeno che coinvolge migliaia e migliaia di «combattenti» in guerra contro il Satana degli infedeli oppressori.

 

I «lupi solitari» dispongono di una gran varietà di armi di distruzione di massa: cinture esplosive, kalashnikov, machete, asce, coltelli, ordigni chimici, tritolo, se stessi. Ma non sono mai così solitari da trascurare ogni volta un contatto, una complicità, una mail, un messaggio sui social, un campo di addestramento, un luogo della «radicalizzazione». Solitari sì, ma non solitari del tutto.

 

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Fino a Parigi, a Bruxelles e a Nizza contavano su una grande risposta emotiva dell'opinione pubblica. Poi l' assuefazione poco a poco l' ha vinta. Persino la strage di Natale a Berlino sembra così lontana, figurarsi se possiamo ricordare tutte le volte che su un treno in Germania, in una chiesa francese, davanti a un museo, una spiaggia, una discoteca, un bistrot di Tel Aviv o una scuola pakistana frequentata da ragazze il cui solo peccato era quello di voler studiare, qualcuno si è fatto saltare per aria, ha tirato fuori un machete, ha azionato una cintura carica di esplosivo.

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Ora San Pietroburgo, Russia. Molti media parlano nei titoli di un «atto contro Putin». Ma a nessuno sarebbe venuto in mente di spiegare il massacro del Bataclan come un atto contro Hollande o il Suv che uccide i passanti sul ponte davanti a Westminster come un cruento gesto di protesta rivolto a Theresa May.

 

Invece in Russia la guerra asimmetrica dell'islamismo fanatico, sia pur ulteriormente avvelenato dal fondamentalismo indipendentista di matrice cecena come è avvenuto nell'ecatombe della scuola di Beslan e nel teatro Dubrovka di Mosca, diventa, «contro Putin», quasi un atto di guerra convenzionale il cui campo di battaglia è Palmira ma anche una stazione della grande metropolitana di San Pietroburgo, popolata di civili che non pensavano nemmeno di essere in guerra, assorbiti nella loro routine quotidiana.

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La grande assuefazione passa anche per questa somma di piccole disattenzioni, attenuazioni lessicali, autocensure, dimenticanze collettive, reticenze, ipocrisie individuali.

 

Ipocrisie, certo: in coscienza quanti di noi, che abbiamo gridato con passione sdegnata «siamo tutti americani», griderebbero con pari convinzione «siamo tutti russi» dopo l'attentato di San Pietroburgo? Pochissimi, per tante ragioni, non tutte ignobili.

 

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Ma soprattutto perché abbiamo archiviato la guerra che è stata scatenata in nome dell'assolutismo islamista, l'abbiamo sistemata in un cantuccio, evitando di affrontarla, di concettualizzarla, di combatterla apertamente. Per imparare a conviverci, sperando di schivarla, di non doverla pagare di persona trovandosi nel posto sbagliato nel momento sbagliato, di metterla nel conto delle cose brutte che ci tocca di vivere, come le rapine o la violenza endemica sulle persone e sulle cose. «Je suis San Pietroburgo»: no, non più, non è più aria.

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