TOTÒ COSÌ CANTÒ - RIINA A RUOTA LIBERA DURANTE L'ORA D'ARIA: LE STRAGI DEL 93 VOLUTE DA PROVENZANO, IL PAPELLO LASCIATO AI SUCCESSORI DOPO LA CATTURA E I GUAI GIUDIZIARI DEL BANANA E LO STALLIERE

1 - VIDEO "I DISCORSI DURANTE L'ORA D'ARIA DI TOTÃ’ RIINA"

http://video.repubblica.it/edizione/palermo/riina-al-boss-in-carcere-incominciamo-da-di-matteo/153322/151827

2 - E RIINA ACCUSA ANCHE PROVENZANO
Da "la Repubblica"

È furioso Totò Riina in carcere: «Provenzano ha fatto queste stragi di Stato, disonesta mia madre... ci ha pensato lui». Il boss di Corleone si vanta delle stragi siciliane, quelle di Falcone e Borsellino.

Ma sembra prendere le distanze da quelle di Firenze, Roma e Milano del 1993. «A Firenze ci devi mandare a Binnu Provenzano», dice Riina al suo compagno detenuto, il boss della Sacra Corona Unita Alberto Lorusso, mentre passeggia all'ora d'aria nel carcere milanese di Opera. Ci sono stragi e stragi per Totò Riina: «Se io sono siciliano perché le devo andare a fare fuori dalla Sicilia?».

Così dice il capo dei capi, e poi fa riferimento al famigerato papello, le richieste che Cosa nostra avrebbe fatto allo Stato per bloccare i massacri del 1992: «La cosa si fermò, tre quattro mesi.... ma non è che si è fermata... comunque... io l'appunto gliel'ho lasciato». Ma a chi? Questo Riina non lo dice nemmeno al misteriosissimo Lorusso con il quale parla liberamente anche delle vicende più segrete, come il progetto di attentato al pm Nino Di Matteo.

«Provenzano non era del convento mio - dice Riina a sorpresa il 4 agosto 2013 - certo lo rispettavo, ma lui era convinto che le cose erano a tarallucci e vino. Era un ragazzo dabbene, non un ragazzo che poteva fare malavita, non aveva niente a che vedere con la mafia».

Sono parole che sembrano incredibili, considerato che Provenzano e Riina hanno condiviso quarant'anni di delitti e affari a Palermo. Ma, fra loro, qualcosa è accaduto, probabilmente nei mesi delle stragi: «Era un ragazzo meraviglioso - aggiunge Riina - ma che tu non mi fai dormire tranquillo a me no. Dice, ma questa è sfiduciare? No, non è sfiducia, è conoscere, cercare di conoscere la vita degli uomini».

Riina arriva persino a criticare Provenzano nelle sue scelte familiari: «Questo non ha capito niente. Lasciò i suoi figli in mezzo alla strada e suo fratello se li è venuti a prendere a Corleone. Hanno fatto malavita mischini, poverini. È un disgraziato che ha lasciato i picciutteddi in mezzo alla strada. Sono un pezzo di pane questi picciutteddi».

Riina racconta a modo suo un altro dei giorni importanti che precedettero la stagione delle stragi: il ritorno a Corleone della moglie e dei figli di Provenzano, quaranta giorni prima della bomba di Capaci. Provenzano aveva deciso di farli uscire dalla latitanza, sapeva che dopo il 23 maggio la storia della mafia e dell'antimafia sarebbe cambiata per sempre. Ma per Riina fu un gesto di debolezza.

I MINISTRI E LA TRATTATIVA
Cosa accadde per davvero fra le stragi di Capaci e quella di via D'Amelio? È quello che i pm di Palermo stanno cercando di decifrare riesaminando i video di Riina in carcere, tratti dalle intercettazioni della Dia. Lui sussurra: «L'avvocato gliel'ha detto, lasciate in pace il mio cliente, Riina vuole essere lasciato in pace per i fatti suoi». Lorusso commenta: «Almeno che la finissero, cercano di strumentalizzare».

È a questo punto che il capomafia di Corleone sbotta: «Ma che vogliono sperimentare... che questo Mancino trattava, trattò con me, così loro vorrebbero... così vorrebbero... ma se questo non è avvenuto mai». Riina difende dunque il suo coimputato nel processo trattativa, l'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino. E sibila ancora: «Ma se non c'è stato... non ce n'è». Lorusso gli chiede anche del ministro della Giustizia Giovanni Conso: «Dice, io ho revocato un poco di 41 bis, ma fu un'idea mia senza accordo di nessuno. Ho pensato di farlo e l'ho fatto. Ancora, questi, a Mancino ci credono. Un po' ci credono e un po' non ci credono». Riina ride: «Vero è».

LA MATTANZA E L'APPUNTO
Riina torna a parlare delle stragi del 1992, le sue stragi. «Caponnetto piangeva. Disgraziato, ma cosa ci piangi, ora lo piangi... che stava facendo morire a me... perché non glielo dicevi prima, che smetteva. Disgraziato pure lui era, andrebbe a fare il mestiere dei babbuini. Io dico una cosa, forse sono presuntuoso e mi dispiace se nella discussione sono presuntuoso: ne dovrebbero nascere mille l'anno come Totò Riina, mille l'anno, mille uomini, per sostituire.... anno per anno però».

Sulla stagione delle stragi, Lorusso interviene con parole che dicono tutto: «La cosa che dispiace è che poi questa cosa si è fermata ». E a questo punto, un Riina compiaciuto fa riferimento a qualcosa che suona come una conferma all'esistenza del papello: «La cosa si fermò, tre quattro mesi.... ma non è che si è fermata... comunque... io l'appunto gliel'ho lasciato».

I GUAI DELLO STALLIERE
Il 20 settembre 2013, i due detenuti discutono infine dei «guai» di Silvio Berlusconi. «Se lo merita, se lo merita - dice Riina a Lorusso - gli direi io, "ma perché ti sei andato a prendere lo stalliere? Perché te lo sei messo dentro?"». Sembra chiaro il riferimento allo stalliere di Arcore, il boss palermitano Vittorio Mangano, assunto a casa Berlusconi nel 1974, con l'intercessione di Marcello Dell'Utri. «Era un bravo picciotto - aggiunge Riina parlando ancora di Mangano - mischino, poi si è ammalato ed è morto».

 

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