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“SI RISCHIA UN'ALTRA ESCALATION”. I NEGOZIATI USA-IRAN VISTI DAL MEDIATORE DEL QATAR: “GLI AMERICANI SONO IMPULSIVI, GLI IRANIANI ESECUTORI DEGLI ORDINI DI MOJTABA” (SECONDO LE INFORMAZIONI D’INTELLIGENCE, IL FIGLIO DI ALI KHAMENEI È FERITO MA PIENAMENTE IN GRADO DI PARLARE E DARE ORDINI. NULLA DI IMPORTANTE SI MUOVE SENZA IL SUO OK, ED È UNO DEI MOTIVI PER CUI LE DECISIONI IRANIANE SONO LENTE) –I NODI DELLO STRETTO DI HORMUZ E DELL’ARRICHIMENTO DELL’URANIO E LE TRE OPZIONI SUL PIANO MILITARE

 

Greta Privitera per corriere.it - Estratti

 

donald trump - stretto di hormuz

A sentire chi si muove attorno ai tavoli dei negoziati, l’Iran non è a un passo dal compromesso, ma da un nuovo giro di guerra. Nei giorni in cui sullo Stretto di Hormuz bloccato si incrociano minacce e flotte militari, nel Golfo la paura è di ritrovarsi di nuovo davanti a un conflitto.

 

Majed Al Ansari, portavoce del primo ministro del Qatar Mohammed al Thani, racconta che «con la tensione a questi livelli, il rischio è che, prima ancora di qualsiasi colloquio, ci si spinga verso un’altra escalation».

 

 

TRUMP E LO STRETTO DI HORMUZ - VIGNETTA BY NATANGELO

Le ipotesi che rimbalzano tra Pentagono e Casa Bianca hanno tutte lo stesso obiettivo dichiarato, «riaprire» quel braccio di mare. Ma le strade immaginate per arrivarci sono molto diverse. La più semplice, almeno sulla carta, è la presenza della marina americana che tratterebbe ogni barchino iraniano come un bersaglio legittimo.

 

Una fonte diplomatica ci racconta che nei power point dei generali, ci sarebbe anche l’idea di occupare le isole che affacciano su Hormuz e trasformarle in basi permanenti da cui dominare il passaggio — un’opzione molto complessa che entusiasma il segretario alla Difesa americano, Pete Hegseth. La terza via sarebbe quella di tornare alle bombe e di colpire le infrastrutture iraniane, nella speranza che il logoramento economico si trasformi in pressione politica.

 

 

donald trump - stretto doi hormuz

Ed è qui che si consuma il malinteso di fondo. A Washington si continua a ragionare come se il regime, tanto indebolito, prima o poi dovesse finire per arrendersi. Dal punto di vista degli ayatollah, invece, la resistenza è il fine ultimo di questa guerra e ogni bomba viene assorbita in una narrazione che giustifica l’apparato. «Bombardare scuole, fabbriche, centrali elettriche è il modo più efficace per mostrare alla popolazione che il nemico esiste, che vuole davvero annientare il Paese», spiega la fonte diplomatica.

 

La Guida suprema dà gli ordini

A complicare tutto è la struttura stessa del potere iraniano: una macchina fatta di compartimenti stagni, profondamente burocratici e rigidi, il cui centro resta la Guida suprema, Mojtaba Khamenei. «Secondo le informazioni d’intelligence, Mojtaba è ferito ma pienamente in grado di parlare e dare ordini. Nulla di importante si muove senza il suo ok, ed è uno dei motivi per cui le decisioni iraniane sono lente», prosegue la fonte.

 

Dall’altra parte del tavolo il confronto è con una macchina decisionale dominata dall’umore di Trump. Si racconta che la squadra americana arriva spesso ai colloqui con una preparazione tecnica minima, e che preferiscono le «offerte sul tavolo» ai lunghi e dettagliati dossier in burocratese di Teheran che usa la lingua delle centrifughe e dell’uranio.

 

MOJTABA KHAMENEI - PRIMO DISCORSO

(....)

Il nodo dell'uranio

Eppure, al netto del caos, la trattativa possibile ha contorni chiari. Teheran chiede di poter continuare ad arricchire l’uranio a un livello limitato, sotto un tetto fissato di materiale e con controlli accettati dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica. La vera linea rossa, però, resta l’arricchimento in sé. «Su quasi tutto il resto il margine di flessibilità è più ampio; sull’arricchimento no, se non in cambio di un pacchetto di vantaggi economici e politici che giustifichi, anche agli occhi dei duri, un passo indietro così simbolico», continua la fonte.

 

mojtaba khamenei

Oltre allo Stretto di Hormuz c’è anche un altro nodo, di natura regionale. L’Iran sa che la sua influenza passa per la rete di alleati in Libano e sugli altri fronti «e che non può permettersi di cedere contemporaneamente sia le pedine esterne sia il cuore del programma atomico».

tensioni sullo stretto di hormuz tra iran e usaDONALD TRUMP - PETROLIO

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