elon musk steve jobs

IL SOGNO DI STEVE JOBS HA FATTO UNA BRUTTA FINE CON ELON MUSK – VENT’ANNI FA IL FONDATORE DI APPLE INVITÒ GLI STUDENTI DI STANFORD A RESTARE “HUNGRY AND FOOLISH”, AFFAMATI E FOLLI. DA ALLORA COSA È ANDATO STORTO? – GLI AUTOCRATI DELLA SILICON VALLEY COME ELON MUSK HANNO PRESO IL POTERE: PRIMA TRASFORMANDO LE LORO COMPAGNIE IN “STATI OMBRA” E POI ANDANDO ALL’ATTACCO DIRETTO DELLA DEMOCRAZIA. SONO ANCORA “AFFAMATI E FOLLI”, MA NON NEL SENSO CHE INTENDEVA JOBS – I MILIARDARI TECH NON HANNO PIÙ INTERESSE NEL MIGLIORARE LA SOCIETÀ, CERCANO SOLO VIE PER ARRICCHIRSI...

 

 

Estratto dell’articolo di Daniele Erler per www.edotorialedomani.it

 

steve jobs 1

Qualche anno fa una mostra aperta nel cuore di Londra, al Design Museum, cercava di ricostruire la nascita della Silicon Valley come un’eredità diretta della cultura hippie. L’idea era questa: quel sogno di libertà assoluta, condito da ideali di uguaglianza e pace, aveva solo cambiato pelle, trasformandosi negli albori di una rivoluzione tecnologica.

 

[…]  I “figli dei figli dei fiori” non cantavano più della rivoluzione: la programmavano, con un nuovo linguaggio fatto di nerd, bit e circuiti.

 

A distanza di pochi decenni, oggi quella stessa utopia sembra ormai scomparsa. Il mondo immaginato da Elon Musk, e rappresentato da Donald Trump, è lontanissimo da quello che sognavano sia gli hippie sia i primi hacker. Com’è possibile che l’utopia incarnata da Steve Jobs, quando vent’anni fa invitava gli studenti dell’Università di Stanford a restare “hungry and foolish”, affamati e folli, sia diventata la distopia dei nostri giorni? Cosa è andato storto?

 

Analogie e differenze

ELON MUSK CON LA MOTOSEGA - DOGEFATHER

Walter Isaacson, uno dei più importanti biografi americani, ha spesso sottolineato le analogie fra Elon Musk e Steve Jobs: entrambi sono stati dei visionari che immaginavano di poter cambiare il mondo da soli. Bill Gates, creatore di Microsoft, ha invece suggerito di andare un po’ più cauti con i paragoni: chiunque conosca le persone davvero, senza basarsi sui racconti che se ne fanno, capisce che certe analogie sono sempre troppo semplicistiche.

 

E infatti, sempre secondo Gates, Musk ha sempre pensato ai prodotti: auto elettriche, razzi, chip cerebrali. Jobs, invece, vendeva sogni prima ancora che oggetti. Se il primo vuole sbarcare su Marte, il secondo voleva conquistare prima di tutto l’immaginario collettivo. Ancora oggi su TikTok girano i video della leggendaria presentazione dei primi iPhone.

 

steve jobs macintosh 1984

[…]  Cosa sarebbe successo se fosse vivo ancora oggi, ai tempi di Donald Trump? Sarebbe stato in prima fila all’inauguration day? Steve Jobs è morto nel 2011 per un tumore al pancreas, quando il presidente era Barack Obama, lasciando questa domanda senza una possibile risposta. Quello che è successo alla Silicon Valley, ai suoi sogni, e in più larga misura al mondo della tecnologia, è invece più facile da raccontare.

 

Lo ha fatto ad esempio la sociologa americana Shoshana Zuboff in un libro del 2019, pubblicato in Italia dalla Luiss e intitolato Il capitalismo della sorveglianza. L’idea è che l’utopia di un’Internet che avrebbe permesso la connessione globale e un accesso equo alla conoscenza sia franata per sempre. Ora le grandi aziende della tecnologia si concentrano sul controllo del comportamento umano, con l’obiettivo di massimizzare i profitti. Le grandi piattaforme come Google e Facebook offrono servizi che all’apparenza sono gratuiti, ma che usano come “materia prima” le persone per il loro vero prodotto: la manipolazione del comportamento.

 

STEVE JOBS E BILL GATES

Così, sono cambiate le persone, ma è mutata anche la società. Gli hippie sono morti e al loro posto gli autocrati come Elon Musk hanno preso il potere: prima trasformando le loro compagnie in “stati ombra” e poi andando all’attacco diretto della democrazia. Sono ancora affamati e sono ancora folli, ma non nel senso che intendeva Steve Jobs.

 

Che ne è stato poi del sogno di cambiare il mondo? Douglas Rushkoff ha una risposta, contenuta in un libro, sempre edito dalla Luiss, dal titolo particolarmente efficace: Solo i più ricchi. Come i tecnomiliardari scamperanno alla catastrofe lasciandoci qui. Alla base c’è un episodio autobiografico e grottesco: cinque fra le persone più ricche del pianeta avrebbero invitato Rushkoff, uno fra i più importanti divulgatori sul tema dell’innovazione, in una località segreta nel deserto.

 

Shoshana Zuboff - Il capitalismo della sorveglianza

Avevano bisogno della sua consulenza per verificare la bontà dei diversi piani di fuga da loro elaborati in vista di quello che chiamavano l’Evento: una catastrofe di natura incerta, ma che a un certo punto si abbatterà sul nostro pianeta.

 

L’idea è che i miliardari tech non abbiano più interesse nel migliorare la società, ma di cercare vie di fuga per salvarsi: che siano bunker sotterranei, viaggi spaziali (come SpaceX) o progetti di longevità (come Neuralink). La tecnologia è uno strumento da utilizzare per puntare al progresso, ma non è detto che debba essere al servizio di tutti. L’idea di una connessione si è trasformata in un bisogno di fuga e isolamento: dall’utopia si è passati alla distopia.

 

Sull’Atlantic, ormai più di un anno fa, Adrienne LaFrance ha proposto di utilizzare una definizione ancora più precisa, parlando di “tecnocrazia autoritaria”. «Il comportamento delle più importanti aziende della Silicon Valley e delle persone che le gestiscono è spesso ipocrita, avido e ossessionato dallo status», ha scritto.

 

IL SALUTO ROMANO DI ELON MUSK ALLA PARATA PER TRUMP - CAPITOL ONE ARENA - WASHINGTON

«Ma alla base di queste venalità c’è qualcosa di più pericoloso, un’ideologia chiara e coerente che raramente viene chiamata per quello che è: una tecnocrazia autoritaria. Man mano che le aziende più potenti della Silicon Valley sono maturate, questa ideologia è diventata solo più forte, più ipocrita, più delirante e, di fronte alle crescenti critiche, più vittimista».

 

In un certo senso, ancora una volta, più affamata e più folle. Il punto di riferimento culturale non sembra più essere il mondo hippie, ma il futurismo italiano di Tommaso Marinetti.

 

Adrienne LaFrance

Come spiega ancora LaFrance, è l’ispirazione più chiara del manifesto scritto da Marc Andreessen, fra i più importanti finanziatori della Silicon Valley. In un inquietante “manifesto del tecno-ottimismo”, pubblicato online, in cui si identificano le caratteristiche principali di quella che dovrà essere l’evoluzione della società, almeno dal punto di vista dei grandi della tecnologia.

 

È qui dentro che si trova il nuovo prontuario che vuole sostituire definitivamente il testamento di Steve Jobs: «Bugie. Ci stanno mentendo. Ci viene detto che la tecnologia ci porta via il lavoro, riduce i nostri salari, aumenta le disuguaglianze, minaccia la nostra salute, rovina l'ambiente, degrada la nostra società, corrompe i nostri figli, compromette la nostra umanità, minaccia il nostro futuro ed è sempre sul punto di rovinare tutto. Ci viene detto di essere arrabbiati, amareggiati e risentiti nei confronti della tecnologia. Ci viene detto di essere pessimisti (…)».

 

steve jobs presenta il primo iphone 13

«Verità. La nostra civiltà è stata costruita sulla tecnologia. La nostra civiltà è fondata sulla tecnologia. La tecnologia è la gloria dell'ambizione e dei successi umani, la punta di diamante del progresso e la realizzazione del nostro potenziale. (…) È giunto il momento, ancora una volta, di alzare la bandiera della tecnologia. È tempo di essere tecno-ottimisti».

 

«Tecnologia. I tecno-ottimisti credono che le società, come gli squali, o crescono o muoiano. Crediamo che la crescita sia progresso, che porti vitalità, espansione della vita, accrescimento della conoscenza, maggiore benessere. (…) Le fonti di crescita sono solo tre: la crescita demografica, l'utilizzo delle risorse naturali e la tecnologia».

 

donald trump e elon musk

Neanche a dirlo, Andreessen è stato fra i principali finanziatori di Trump e il suo credo sembra una traduzione di alcuni dei discorsi di Elon Musk. Anche se tutto è nascosto dietro al paravento di un apparente ottimismo, non c’è più nulla della luminosità di Steve Jobs. Tutto è fatalmente più oscuro.

elon musk con il figlio x e donald trump 1

Ultimi Dagoreport

giorgia meloni giustizia referendum magistrati

DAGOREPORT -  ARIANNA MELONI E I CAPOCCIONI DI FRATELLI D’ITALIA POSSONO RIPETERE A PAPPAGALLO CHE IL REFERENDUM SULLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA "NON È UN VOTO SU GIORGIA", MA MENTONO SAPENDO DI MENTIRE. IL VOTO DEL 23 MARZO SARÀ INEVITABILMENTE UN PLEBISCITO POLITICO SULLA STATISTA DELLA SGARBATELLA - CON LA CRESCENTE RIMONTA DEL "NO", NON BASTA PIU' ATTACCARE I MAGISTRATI (DAGLI SCONTRI DI TORINO AL FATTACCIO DI ROGOREDO), ORA LA MELONI SA CHE NON POTRA' FARE A MENO DI METTERCI LA FACCIA - UNA PERSONALIZZAZIONE CHE FINO A IERI HA TENTATO IN OGNI MODO DI EVITARE RICORDANDOSI CHE FU UNA SCONFITTA REFERENDARIA A TRASCINARE IL GOVERNO DI MATTEONZO RENZI DALL’ALTARE ALLA POLVERE) - MA ORA LA RIMONTA DEL"NO" METTE PAURA E NON PUO' PIU' NASCONDERSI ALZANDO I SOLITI POLVERONI DI PROPAGANDA: SOLO LEI HA LA LEADERSHIP PER TRASCINARE LA GALASSIA DEGLI ASTENUTI A VOTARE ''SI'" (SONDAGGI RISERVATI VALUTANO IL BRAND GIORGIA MELONI 2/3 DEI CONSENSI DI FDI) - MA TUTTI PARTITI SONO APPESI ALL'ESITO DEL REFERENDUM: DALLA RESA DEI CONTI DELLA LEGA CON SALVINI ALLA SFIDA IN FORZA ITALIA TRA TAJANI E I FIGLI DI BERLUSCONI - UNA VITTORIA DEL "NO" POTREBBE INVECE RINGALLUZZIRE UN’OPPOSIZIONE DILANIATA DALL'EGOLATRIA DI ELLY SCHLEIN E GIUSEPPE CONTE, UN DUELLO DI POTERE CHE HA SEMPRE IMPEDITO DI PROPORRE ALL'ELETTORATO UNA VERA ALTERNATIVA AL MELONISMO...

salvini vannacci zaia fedriga fontana

DAGOREPORT – CHE FINE FARA' MATTEO SALVINI? QUANTE CHANCE HA IL SEGRETARIO DELLA LEGA DI SOPRAVVIVERE AL TRADIMENTO DEL FASCIO-GENERALISSIMO VANNACCI? - TUTTI ASPETTANO L’OFFENSIVA DI ATTILIO FONTANA, MASSIMILIANO FEDRIGA E LUCA ZAIA (MA IL REGISTA È MASSIMILIANO ROMEO, POTENTE SEGRETARIO DELLA LEGA LOMBARDA) - LA DECISIONE SULLO SFANCULAMENTO DEL CAPITONE RUOTA, COME IN FORZA ITALIA PER IL CASO TAJANI-BARELLI-GASPARRI, SULL'ESITO DEL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA DEL 23 MARZO, CHE SI È TRASFORMATO, COM'ERA INEVITABILE, IN UN VOTO POLITICO SULL'ARMATA BRANCA-MELONI - SE DALLE URNE USCISSE LA VITTORIA DEL "SÌ", SALVINI RESTERÀ AL SUO POSTO E AL TRIO FEDRIGA-FONTANA-ZAIA NON RESTERÀ ALTRO CHE PROVARE A FAR RINSAVIRE L’EX “TRUCE DEL PAPEETE” E RIPOSIZIONARE IL PARTITO SUI BINARI DEL PRAGMATISMO NORDISTA. BASTA CON LA LEGA NAZIONALE: CHISSENEFREGA DEL PONTE SULLO STRETTO, PIÙ FEDERALISMO E PADANIA. VICEVERSA, PER MATTEO SALVINI SCOCCHEREBBE L'ORA FATALE DEL DE PROFUNDIS...

francesco lollobrigida vino

DAGOREPORT - UNO DEI MISTERI PIÙ INDECIFRABILI DELLE CRONACHE POLITICHE DEGLI ULTIMI GIORNI HA UN NOME, UN COGNOME E UN "RAFFORZINO" IN TESTA: FRANCESCO LOLLOBRIGIDA. L’EX COGNATO D’ITALIA, È TORNATO IN PISTA AL TAVOLO DELLE NOMINE, E MOLTI OSSERVATORI POLITICI SONO RIMASTI SGOMENTI. È PROPRIO “LOLLO”, CHE ERA STATO RELEGATO A MACCHIETTA DI SE STESSO DALLE SORELLE MELONI? QUELLO DELLA “SOSTITUZIONE ETNICA”, DI “GESÙ CHE MOLTIPLICA IL VINO” E CHE FA FERMARE IL FRECCIAROSSA A CIAMPINO? GAFFE A PARTE, LO “STALLONE DI SUBIACO” HA UNA COSA CHE ARIANNA, DONZELLI E RAMPELLI SI SOGNANO: I VOTI – I RAPPORTI CON LA COLDIRETTI E GLI ANNI DI “GAVETTA” TRA VIA DELLA SCROFA E MONTECITORIO

steve bannon giuseppe conte matteo salvini davide casaleggio, gennaro vecchione jeffrey epstein - pietro dettori

DAGOREPORT - FANNO BENISSIMO QUEI SINISTRELLI DI BONELLI E FRATOIANNI A CHIEDERE CONTO A SALVINI DEI SUOI RAPPORTI CON STEVE BANNON. MA PERCHÉ NON FANNO LA STESSA DOMANDA AL LORO ALLEATO, GIUSEPPE CONTE? NEL 2018, IN PIENA EUFORIA GIALLO-VERDE, BANNON CALÒ SU ROMA PER INCONTRARE DAVIDE CASALEGGIO, A CUI SEMBRA ABBIA PROVATO A VENDERE UN SOFTWARE DI PROFILAZIONE – ERANO GLI ANNI FOLLI IN CUI TRUMP CHIAMAVA CONTE “GIUSEPPI”, E A ROMA ARRIVAVA IL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA AMERICANO, PER INCONTRARE IL CAPO DEI SERVIZI, GENNARO VECCHIONE – I LEGAMI CON LA LINK UNIVERSITY, IL RUOLO DI PIETRO DETTORI, EX GURU DELLA COMUNICAZIONE GRILLINA ORA RICICLATOSI MELONIANO - TUTTI I MISTERI E LE INQUIETANTI COINCIDENZE CHE NEL 2018 PORTARONO IL SOVRANISMO DELLA LEGA E IL POPULISMO M5S A PALAZZO CHIGI, GOVERNO CONTE-SALVINI...

andrea pucci bocelli giorgia meloni carlo conti sanremo laura pausini

DAGOREPORT – BENVENUTI AL FESTIVAL DI ATREJU! “CI SIAMO PRESI FINALMENTE SANREMO”, GHIGNANO SODDISFATTI I CAPOCCIONI MELONIANI IN RAI: DOPO TRE ANNI E MEZZO DI OCCUPAZIONE FAMELICA DI POSTI DI POTERE, MANCAVA SOLO ESPUGNARE DEL TUTTO QUEL BARACCONE CANTERINO DIVENTATO UN DISTURBO MENTALE DI MASSA – IL CASO PUCCI? L’ENNESIMA ARMA DI DISTRAZIONE DI MASSA: IL COMICO “MARTIRE” SERVE PER COPRIRE LE DERILANTI DISAVVENTURE DEL FRATELLINO D’ITALIA, PATACCA PETRECCA - FINITO L’EFFETTO AMADEUS, CONTI SI RITROVA A SCODELLARE SUL PALCO DELL’ARISTON UN CAST DEBOLE, PIENO ZEPPO DI RELITTI E DI SCONOSCIUTI. BASTERÀ A RISOLLEVARE LO SHARE, MESSO A RISCHIO DA GERRY SCOTTI E DALLE PARTITE DI CHAMPIONS? – AI POVERI TELE-MORENTI SARÀ RIFILATO (DI NUOVO) ANCHE IL “VINCERÒ” DI BOCELLI…

john elkann theodore kyriakou repubblica

DAGOREPORT - COME MAI LA TRATTATIVA TRA JOHN ELKANN E IL MAGNATE GRECO THEO KYRIAKOU PER LA VENDITA DEL GRUPPO GEDI, SI È ARENATA? IL MOTIVO DELL’IMPASSE, CHE HA SPINTO I GIORNALISTI DI “REPUBBLICA” A DUE GIORNI DI SCIOPERO, GIRA PROSAICAMENTE INTORNO AL VALORE DELL'OPERAZIONE, STIMATA INTORNO A 140 MILIONI DI EURO - DOPO OLTRE 6 MESI IN CUI UN PLOTONE DI AVVOCATI E CONTABILI HA ROVESCIATO COME UN CALZINO CONTI, CONTRATTI E PENDENZE LEGALI DEL GRUPPO, IL GRECO ANTENNATO AVREBBE FATTO UN'OFFERTA DI 90 MILIONI - UNA “MISERIA” CHE SAREBBE STATA RIFIUTATA DA ELKANN CHE HA AVREBBE STIMATO SOLO IL POLO RADIOFONICO TRA GLI 86 E I 100 MILIONI, CON RADIO DEEJAY DA SOLA VALUTATA OLTRE I 40 MILIONI - RIUSCIRANNO ELKANN E KYRIAKOU A NEGOZIARE UN ACCORDO? AH, SAPERLO…