LA STRANA STORIA DI “FACCIA DA MOSTRO”, L’EX POLIZIOTTO DAL VOTO DEFORMATO, ACCUSATO DI ESSERE KILLER DI STATO E UOMO DI RACCORDO TRA STATO E MAFIA

Attilio Bolzoni e Salvo Palazzolo per "La Repubblica"

L'uomo del mistero che chiamano «faccia da mostro » l'abbiamo trovato in un paese della Calabria in riva al mare. È sospettato di avere fatto omicidi e stragi in Sicilia, come killer
di Stato. È un ex poliziotto di Palermo, ha il volto sfregiato da una fucilata. Vive da eremita in un capanno, passa le giornate a pescare.

Quando c'è mare buono prende il largo sulla sua barca, «Il Bucaniere». Ogni tanto scompare, dopo qualche mese torna. Nessuno sa mai dove va. Sul suo conto sono girate per anni le voci più infami e incontrollate, accusato da pentiti e testimoni «di essere sempre sul luogo di delitti eccellenti» come ufficiale di collegamento tra cosche e servizi segreti.

È davvero lui il sicario a disposizione di mafia e apparati che avrebbe ucciso su alto mandato? È davvero lui il personaggio chiave di tanti segreti siciliani? L'uomo del mistero nega tutto e per la prima volta parla: «Sono qui, libero, mi addossano cose tanto enormi che non mi sono nemmeno preoccupato di nominare un avvocato per difendermi». Qualche mese fa è uscito da un'inchiesta per associazione con l'archiviazione, qualche settimana fa è di nuovo entrato nelle indagini dei pm di Caltanissetta che cercano frammenti di verità sulle uccisioni di Falcone e Borsellino.

Ha 67 anni, si chiama Giovanni Aiello. Abita a Montauro, in provincia di Catanzaro. Da questo piccolo comune ai piedi delle Serre - il punto più stretto d'Italia dove solo trentacinque chilometri dividono il Tirreno dallo Jonio - sono ripartite le investigazioni sulle stragi del 1992.

L'ex poliziotto trascinato nel gorgo di Palermo l'abbiamo incontrato ieri mattina, davanti al suo casotto di legno e pietra sulla spiaggia di contrada Calalunga. Sotto il canneto la sua vecchia Land Rover, in un cortile le reti e le nasse. «La mia vita è tutta qui, anche mio padre e mio nonno facevano i pescatori», ricorda mentre comincia a raccontare chi è e come è scivolato nella trama.

È alto, muscoloso, capelli lunghi e stopposi che una volta erano biondi, grandi mani, una voce roca. Dice subito: «Se avessi fatto tutto quello di cui mi accusano - lo so che ancora i miei movimenti e i miei telefoni sono sotto controllo - dovrei avere agganci con qualcuno al ministero degli Interni, ma io al ministero ci sono andato una sola volta quando dovevo chiedere la pensione d'invalidità per questa». E si tocca la lunga cicatrice sul lato destro della sua faccia, il segno di un colpo di fucile. Tira vento, si chiude il giubbotto rosso e spiega che quello sfregio è diventata la sua colpa.

Inizia dal principio, dal 1963: «In quell'anno mi sono arruolato in polizia, nel 1966 i sequestratori della banda di Graziano Mesina mi hanno ridotto così durante un conflitto a fuoco in Sardegna, trasferito a Cosenza, poi a Palermo». Commissariato Duomo, all'anti-rapine della squadra mobile, sezione catturandi. Giovanni Aiello fa qualche nome:

«All'investigativa c'era Vittorio Vasquez, anche Vincenzo Speranza, un altro funzionario. Comandava Bruno Contrada (l'ex capo della Mobile che poi è diventato il numero 3 dei servizi segreti ed è stato condannato per mafia, ndr) e poi c'era quello che è morto». Di quello «che è morto», Boris Giuliano, ucciso il 21 luglio del 1979, l'ex poliziotto non pronuncia mai il nome.

Giura di non avere più messo piede a Palermo dal 1976, quando ha lasciato la polizia di Stato. Dice ancora: «Tutti quegli omicidi e quelle stragi sono venuti dopo, mai più stato a Palermo neanche a trovare mio fratello». Poliziotto anche lui, congedato nel 1986 dopo che una bomba carta gli aveva fatto saltare una mano.

Giovanni Aiello passeggia sul lungomare di Montauro e spiega quale è la sua esistenza. Mare, solitudine. Pochissimi amici, sempre gli stessi. Sarino e Vito. L'ex poliziotto torna alla Sicilia e ai suoi orrori: «So soltanto che mi hanno messo sott'indagine perché me l'hanno detto amici che sono stati ascoltati dai procuratori, anche mio cognato e la mia ex moglie. E poi tutti frastornati a chiedermi: ma che hai fatto, che c'entri tu con quelle storie? A me non è mai arrivata una carta giudiziaria, nessuno mi ha interrogato una sola volta». Ha mai conosciuto Luigi Ilardo, il mafioso confidente che accusa un «uomo dello Stato con il viso deturpato» di avere partecipato a delitti eccellenti? «Ilardo? Non so chi sia».

Mai conosciuto Vito Lo Forte, il pentito dell'Acquasanta che parla della presenza di «faccia da mostro» all'attentato all'Addaura del giugno 1989 contro il giudice Falcone? «Mai visto». Mai conosciuto il poliziotto Nino Agostino, assassinato nell'agosto di quello stesso 1989? «No». E suo padre Vincenzo, che dice di avere visto «un poliziotto con i capelli biondi e il volto sfigurato» che cercava il figlio qualche giorno prima che l'uccidessero? «Non so di cosa state parlando».

L'uomo del mistero si tira su la maglia e fa vedere un'altra cicatrice. Una coltellata al fianco destro. «Un altro regalo che mi hanno fatto a Palermo». E ancora: «Tutti parlano di me come faccia da mostro, ma non credo di essere così brutto». Continua a raccontare, del giorno che passò la visita per entrare in Polizia: «Pensavo di essere stato scartato, invece una mattina mi portarono in una caserma fuori Roma e mi accorsi che io, con il mio metro e 83 di altezza, ero il più basso».

Estate 1964. «Molto tempo dopo ho saputo che tutti noi, 320 giovanissimi poliziotti ben piantati, eravamo stati selezionati come forza di supporto - non so dove - per il golpe del generale Giovanni De Lorenzo». La famosa estate del «rumore di sciabole» contro il primo governo di centrosinistra, il «Piano Solo». Il primo intrigo dove è finito Giovanni Aiello. Forse non l'ultimo. Forse.

Di certo è che su di lui oggi indagano, su impulso della direzione nazionale antimafia, quattro procure italiane. Quelle di Palermo e Caltanissetta per le bombe e la trattativa, quelle di Reggio Calabria e Catania per i suoi presunti contatti con ambienti mafiosi. I dubbi su «faccia da mostro» sono ancora tanti.

 

da sinistra antonino caponnetto con falcone e borsellino piccola falcone borsellinofalcone e borsellinoSTRAGE DI CAPACI FALCONE MORVILLO FOTO REPUBBLICA STRAGE DI CAPACI FALCONE MORVILLO FOTO REPUBBLICA STRAGE DI VIA DAMELIO jpegBRUNO CONTRADA ESCE DAL CARCERE

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