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TRUMP USA IL VECCHIO METODO: DIVIDE ET IMPERA – DOPO AVER SCATENATO LA GUERRA COMMERCIALE, WASHINGTON VUOLE SPACCARE IL FRONTE EUROPEO: PROPONE AD ALCUNI GOVERNI (COMPRESO QUELLO ITALIANO) NEGOZIATI SEPARATI SUI DAZI PER “TRATTAMENTI DI FAVORE” – LA STRATEGIA RISCHIA DI ESSERE UN FLOP: SE ALCUNI PAESI DOVESSERO SCENDERE A PATTI CON “THE DONALD”, I PARTNER EUROPEI REAGIREBBERO TAGLIANDOLI FUORI DAI LORO MERCATI NAZIONALI – LA CAMALEONTE MELONI PER ORA È CAUTA E LASCIA TRATTARE LA COMMISSIONE UE – TUTTE LE FALSITÀ DI TRUMP SUI DAZI…

Estratto dell’articolo di Federico Fubini per il “Corriere della Sera”

 

donald trump - unione europea

Forse perché secondo Donald Trump ormai si è aperta una «battaglia finanziaria» con l’Unione europea, gli Stati Uniti sono al lavoro per dividere il fronte avversario. Ad alcuni governi, Italia inclusa, la Casa Bianca ha lasciato intendere che sarebbero possibili negoziati separati e dunque – probabilmente – trattamenti individuali di favore.

 

Almeno per ora però il divide et impera della Casa Bianca non sta funzionando. Se alcuni Paesi dovessero scendere a patti separati con Trump, gli altri governi europei reagirebbero tagliandoli fuori dai loro mercati nazionali.

 

DONALD TRUMP E GIORGIA MELONI A MAR-A-LAGO

E a Roma comunque per ora si ritiene che a trattare con Washington per l’Unione europea debba essere il commissario (slovacco) al Commercio Maroš Šefcovic, peraltro ritenuto decisamente abile nel farlo.

 

[…]  Il confronto resta inquinato da troppe idee di Trump che non trovano riscontri. Né è facile richiamare ai fatti gli emissari della Casa Bianca: il presidente centralizza su di sé gran parte delle decisioni, ma non accetta di parlare con Ursula von der Leyen o altri rappresentanti della Commissione Ue.

 

Il rischio del cortocircuito è dunque sempre dietro l’angolo. Del tutto falsa è per esempio la premessa di Trump secondo cui l’Europa si approfitterebbe dell’apertura del mercato americano, restando chiusa all’import a stelle e strisce.

 

DONALD TRUMP VS URSULA VON DER LEYEN - IMMAGINE CREATA CON L INTELLIGENZA ARTIFICIALE DI GROK

La bilancia delle partite correnti della Banca d’Italia e della Banca centrale europea — gli scambi di beni, servizi, transazioni finanziarie e redditi — dice il contrario. L’attivo dell’area euro con l’America inizia a precipitare prima della pandemia e dal 2022 emerge un surplus americano, che di certo nel 2023 e probabilmente nel 2024 continua a crescere.

 

Gli Stati Uniti fatturano nella zona euro più di quanto la zona euro fatturi negli Stati Uniti e la spiegazione è tutta nella rivoluzione digitale. Il pagamento da parte degli europei alle Big Tech californiane di «diritti per l’uso di proprietà intellettuale» esplode da 25 miliardi di euro nel 2018 a 155 miliardi nel 2023.

 

DAZIAMI MA DI BACI SAZIAMI - MEME BY EMILIANO CARLI

Quei flussi di denaro attraversano l’Atlantico verso ovest ogni volta che un residente di Milano, Roma, Parigi o Berlino registra un abbonamento a Netflix per vedere una serie, a Chat Gpt 4.0 per un processo di lavoro, a Microsoft per fare videoconferenze o a Meta per diffondere un post su Facebook. L’economia immateriale ha rovesciato i rapporti fra Europa e America.

 

Ora l’area euro registra un rosso nelle partite correnti con gli Stati Uniti di 7,5 miliardi di euro nel 2022 e di 22,1 miliardi nel 2023, malgrado il suo grande surplus negli scambi di beni materiali. Anche i pagamenti dell’Italia agli Stati Uniti per «diritti di proprietà intellettuale» esplodono da 605 milioni nel 2018 a 1,9 miliardi nel 2023.

 

La seconda questione che intossica i rapporti riguarda poi l’imposta sul valore aggiunto (Iva): la Casa Bianca ritiene che l’Iva europea, poiché colpisce prodotti importati, potrebbe giustificare dazi «reciproci». Il solo problema è che l’Iva non è un dazio.

 

donald trump - i dazi e la guerra commerciale

Quest’ultimo colpisce solo i beni esteri quando arrivano alla frontiera, per rendere il loro prezzo meno attraente rispetto ai beni prodotti all’interno di un’economia. Ma l’Iva europea colpisce i prodotti americani o cinesi così come quelli italiani, francesi o tedeschi; dunque non distorce il mercato contro l’America o a favore dell’Europa e non giustificherebbe alcuna misura «reciproca». […]

 

Ma la logica politica per ora trascina via tutto il resto.

donald trump con le penne per firmare gli ordini esecutivi foto lapresse

Trump ha fatto scattare dazi al 25% su acciaio ed alluminio (e molti beni che li contengono) per un export europeo che nel 2024 valeva 26 miliardi di euro. È un’escalation, perché il fatturato europeo colpito valeva circa otto miliardi l’anno quando Trump fece lo stesso nel 2018.

 

E se la risposta europea stavolta è immediata, lo si deve in parte a ragioni non ripetibili: le ritorsioni erano già state approvate nel 2018 e in seguito furono congelate dopo una tregua; Bruxelles per ora ha ritirato fuori quell’arsenale dagli armadi e lavorerà per rafforzarlo.

 

Rispetto agli ordini esecutivi di Trump, firmati sempre all’improvviso, le misure europee però manovrano con più lentezza: vanno proposte dalla Commissione e poi approvate dai governi a maggioranza qualificata, senza diritti di veto. E anche questa asimmetria è destinata a contare, nei mesi di burrasca che si annunciano.

ursula von der leyen e donald trump a davos nel 2020

 

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