COSA ACCADE QUANDO UNA CANZONE DIVENTA PITTURA CHE SI MUOVE MENTRE LA MUSICA SI TRASFORMA IN SUONO CHE PENSA? – LO "PSYCO-CRASH" PUO' SOPRAVVENIRE CON "64 LYRICS", L'UNICA ANTOLOGIA DI BRANI SCELTI PERSONALMENTE DA BOB DYLAN PER FAR COMPAGNIA ALLE POESIE DI WALT WHITMAN E EMILY DICKINSON - UN "DYLANINO", CURATO E TRADOTTO DA ALESSANDRO CARRERA E CARLO FELTRINELLI, I DUE MASSIMI DYLANOLOGI ITALIANI, CHE "VA LETTO NEI MOMENTI DI RIPOSO, QUANDO CI SI TROVA IN VIAGGIO SENZA SAPER CHE FARE, O ANCHE APERTO A CASO E CONSULTATO IN FRETTA PER DARE UNA DIREZIONE ALLA PROPRIA GIORNATA, UN PO' COME SI FAREBBE CON L'I CHING O UN MAZZO DI TAROCCHI. QUALCHE INDICAZIONE, MAGARI SORPRENDENTE E SALVIFICA, LA SI TROVERÀ SEMPRE''
Prefazione di Alessandro Carrera e Carlo Feltrinelli al libro “Bob Dylan, 64 lyrics” -Crocetti Editore - Estratti
Le 64 canzoni qui raccolte toccano ogni tappa della carriera di Bob Dylan, dagli esordi del primo album, Bob Dylan (1962), fino a Shadow Kingdom (2023). Non pretende di essere la selezione delle "migliori canzoni" di Dylan. Chiunque segua Dylan ha le sue preferenze, ha buoni argomenti per difenderle, e potrebbe stilare una o molte liste differenti.
(….)
A ben vedere, questa è al momento l'unica antologia di liriche scelte di Bob Dylan, autorizzata dal suo ufficio di New York, a essere proposta sul mercato internazionale, trovando posto in una collana di poesia, insieme ad autori di lingua inglese che vanno da Walt Whitman a Emily Dickinson, da Charles Wright a Anne Carson, da Jorie Graham a Dylan Thomas (e no, Robert Allen Zimmerman non scelse di cambiare legalmente il suo nome in Bob Dylan in omaggio al poeta gallese; è una bella leggenda e sarebbe ancora più bella se fosse vera, ma pare non lo sia).
Che un'antologia di testi per canzoni appaia in una collana di poesia è cosa che non dovrebbe più turbare nessuno, e non solo perché Bob Dylan ha ricevuto il premio Nobel per la letteratura nel 2016. I tempi sono cambiati. E Dylan, rispetto alla poesia, vanta una doppia natura. È un poeta anche se non è un "poeta", così come è un "poeta" anche se non è un poeta.
Chi legge può assegnare alle virgolette il senso che preferisce. Dylan è un "poeta" per l'impatto che ha avuto su chi non frequenta la poesia scritta, e che spesso ha cominciato a frequentarla grazie a lui. John Ciardi, il poeta americano traduttore di Dante, negli anni sessanta affermò che se suo nipote, non più stupido della media della sua età, era convinto che Dylan fosse un poeta, era perché di poesia non sapeva nulla, come tutti quelli della sua età.
(….)
Secondo gli standard della poesia scritta, Dylan non è un poeta; scrive versi per la voce e non per la pagina. Ma la poesia non si fa confinare in una pagina, e la forza di quei versi scritti per la voce trascende la voce stessa. Sono versi che vogliono essere riascoltati dalla sua o da altre voci, imparati, interpretati, dibattuti, chiosati e infine letti, riletti e tradotti.
Dylan è una singolarità, un'urgenza del linguaggio che ha piegato la lingua inglese a espressioni che nessuno aveva ancora sospettato che potesse contenere, o magari sì, ma nessuno aveva immaginato che si potessero incarnare nella forma canzone.
Dylan ha sempre reso omaggio ai suoi padri, ma le influenze da lui dichiarate non sono quelle poetiche. La costellazione a cui Dylan guarda è la musica americana in ogni sua dimensione: Little Richard e Chuck Berry per il rock and roll, Elvis Presley e Buddy Holly per la fusione di rock e pop, Hank Williams e Johnny Cash per il country, Woody Guthrie e Leadbelly per la ballata folk, Robert Johnson e Muddy Waters per il blues, Odetta e The Staple Singers per il gospel e il rhythm and blues, Ralph Stanley per il bluegrass, Billie Holiday e Frank Sinatra per il pop classico e il jazz standard. Questi sono i nomi ai quali Dylan veramente si inchina. La sua costellazione poetica è più reticente nel mostrarsi.
allen ginsberg bob dylan lawrence ferlinghetti fernanda pivano
Vent'anni dopo le altezzose interviste giovanili, come quella data alla stampa australiana il 12 aprile 1966, in cui Dylan sparava a zero su tutti i poeti che si leggono a scuola, inclusi T.S. Eliot e Carl Sandburg le cui parole "non cantano" ("Their words don't sing!"), i suoi toni si sono fatti più concilianti.
Nella conversazione con Cameron Crowe inclusa nel cofanetto Biograph (1985), Dylan sciorina con ammirazione i nomi di E.E. Cummings, lo stesso T.S. Eliot, i simbolisti francesi che Suze Rotolo gli aveva fatto conoscere al suo arrivo nel Village, nonché la scena beat di Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Gregory Corso, William Burroughs, John Rechy e Gary Snyder.
Di passaggio nomina anche Albert Camus e Ezra Pound tra coloro che l'hanno svegliato al momento giusto. Non è un mistero quanto abbia imparato e messo in pratica da Rimbaud in A Hard Rain's A-Gonna Fall e da Brecht in The Times They Are A-Changin', When the Ship Comes in e The Lonesome Death of Hattie Carroll.
Ma al di là di questi nomi si estende una Nube di Magellano di letture e influenze successive che comprendono William Blake, John Keats, Walt Whitman, dimenticati poeti dell'Ottocento come Henry Timrod, che solo Dylan è stato capace di ricondurre all'attenzione altrui, e chissà quanti altri.
(….)
Dylan non è mai andato a bottega da nessuno, tranne che da Woody Guthrie e per pochi mesi. E il rapporto che ha con la poesia è viscerale, non intellettuale. (….) Nel suo discorso di accettazione del Nobel ha citato un verso di John Donne dall'elegia XVIII, Love's Progress: "Il Sesto e l'Abydo dei suoi seni./ Nidi non di due amanti, ma due amori" ("The Sestos and Abydos of her breasts./ Not of two lovers, but two loves the nests"). E ha aggiunto: "Non so cosa voglia dire. Ma suona bene. E tu vuoi che le tue canzoni suonino bene"
(….)
"Tu vuoi che le tue canzoni suonino bene", o, come diceva Duke Ellington, "Se suona bene, vuol dire che va bene" ("If it sounds good, it is good"). Il premio Nobel gli è stato assegnato per la letteratura, ma la parola "letteratura" non compare nella motivazione, che così recita: "Per aver creato nuove espressioni poetiche all'interno della grande tradizione della canzone americana". Per l'Accademia di Svezia, dunque, Dylan non è un poeta, ma è abbastanza "poeta" da meritare il Nobel.
(….)
Ma non è un autore di "canzoni di protesta", anche se Dylan e Nina Simone hanno scritto le migliori "canzoni di protesta" dell'epoca della lotta per la conquista dei diritti civili per gli afroamericani. Il suo pessimismo storico-religioso gli impedisce di illudersi che protestare con una canzone serva davvero a qualcosa.
A partire dall'uccisione di J.F. Kennedy nel novembre 1963 - il trauma storico che in Dylan è avanzato sotterraneamente per tornare alla superficie con Murder Most Foul del 2020 - il suo rifiuto del genere "canzone di protesta" (con poche eccezioni, come Hurricane) non ha avuto ripensamenti
(….)
Negli ultimi anni ha allargato i suoi interessi ai greci e ai latini, Omero, Virgilio, Giulio Cesare, Giovenale, facendone un uso spietato, per nulla accomodante, trattandoli come dei beat dell'antichità. Citandoli, sì, ma di sbieco, senza mai spregio, andandoli a cogliere nei luoghi più celebri come in quelli più oscuri.
E poi in Dylan la letteratura dell'Occidente è solo l'ancella della Bibbia, che tutti gli altri libri contiene, unico "asse che non vacilla" nella cosmogonia dylaniana, sia dal punto di vista ebraico, per tradizione e appartenenza, sia dal punto di vista cristiano, per conversione e convinzione.
Gli edifici verbali di Dylan sono arditi quanto pericolanti; a volte i muri hanno crepe così larghe che non si possono riempire. Tranne alcuni casi (Blood on the Tracks e Time Out of Mind su tutti, ma anche John Wesley Harding e Oh Mercy), mancano di un'ultima passata di stucco. Come direbbe Leonard Cohen, citando liberamente dalla Kabbalah, lasciano aperta la fessura da cui passa la luce. Deve sempre rimanere la possibilità che un nuovo arrangiamento, una nuova intonazione della voce, una strofa riscritta trasformino il senso della canzone.
Nel Novecento, i poeti d'avanguardia si sono fatti ingegneri del linguaggio. Dylan no; è stato ed è ancora un bricoleur. Ha incorporato la distinzione proposta da Claude Lévi-Strauss tra l'ingegneria e il bricolage. L'ingegnere progetta sulla base dei materiali a disposizione e degli strumenti che può piegare alla sua volontà. Il bricoleur usa qualunque cosa abbia sottomano. Sembra che Dylan, nel 1965, a un perplesso John Lennon abbia detto: "Posso usare qualunque cosa, John, non ha importanza".
L'aneddoto viene da una biografia dei Beatles. Può essere un po' ricamato, ma a suo modo è più vero del vero. Chi usa qualunque materiale non produce edifici ben costruiti, ma incanta la tribù con i suoi ritrovati portentosi, inventa leggende e crea miti. Oppure, se è la tribù a fare un mito del suo "poeta", è il poeta stesso, per tenersi a distanza dal suo mito, a inventare formidabili frasi gnomiche, oscure, allusive, aforistiche, enigmatiche, sempre un passo più in là dei loro volenterosi decifratori.
Dylan è spesso verboso, e gli è stato rimproverato fin dagli inizi, ma è anche un impareggiabile cesellatore di gnomai:
bob dylan gioca a scacchi parigi 1966
"Allora ero molto più vecchio/ sono molto più giovane adesso",
"Sono liberi gli uccelli dalle catene del cielo?",
"Non ti serve chi prevede il tempo/ per sapere da che parte tira il vento",
"Se non hai niente, non hai niente da perdere" (c'è una battuta simile nella parte III dell'Enrico VI di Shakespeare, peraltro),
"Qui sta accadendo qualcosa/ ma tu non sai che cosa,/ non è vero, Mister Jones?",
"Tocca a tutti esser presi a sassate",
"Ci dev'essere un modo di uscire di qui",
"Eravamo in sintonia su ogni cosa,/ ma non la vedevamo dallo stesso punto di vista",
"Sarà magari il diavolo o il Signore,/ ma qualcuno lo devi servire",
"Qualcuno è stato ucciso la notte di Capodanno,/ han detto che la dignità è stata la prima ad andar via",
"Buio non è ancora, ma presto lo sarà",
"Una volta m'importava, ma le cose sono cambiate",
"Parlare non parlo, cammino soltanto",
"Pago col sangue, ma non col mio".,
Non ricordo quando sono nato, e quando sono morto l'ho dimenticato",
per finire con lo splendido "Ho baciato le ragazze e ho passato il Rubicone".
(….)
keith richards mick jagger bob dylan
Davanti a un tale universo di suoni, che, come se non bastasse, sulla pagina è pure orfano della voce che ne fa una cosa sola, che cosa possono fare curatori e traduttori, se non disperarsi e allo stesso tempo rimboccarsi le maniche? Le canzoni contenute in questa antologia, oltre a sembrarci tra le più significative (non necessariamente le più famose), sono state scelte per ciò che possono offrire a una pura lettura in traduzione, anche senza andare costantemente a controllare l'originale.
Il criterio è stato quello di attenersi contemporaneamente a più criteri, dalla rima rigorosa alla rima strategica, dalla metrica ben scandita al verso libero, senza dimenticare che nessuna traduzione sarà mai libera "dalle catene del cielo".
bob dylan by jerry schatzberg 8
Nel 1501, Aldo Manuzio pubblicò a Venezia il primo tascabile della storia, un'edizione in ottavo del Canzoniere di Petrarca curata da Pietro Bembo. Il successo durò un secolo, consolidato da molte altre cinquecentine. Le dimensioni ridotte del petrarchino permettevano alle signore di infilarlo nelle ampie tasche delle loro sottogonne.
La speranza è che questo dylanino, anche se non proprio minuscolo come lo erano i petrarchini, possa essere buttato in qualunque capace zainetto, letto nei momenti di riposo, quando ci si trova in viaggio senza saper che fare, o anche aperto a caso e consultato in fretta per dare una direzione alla propria giornata, un po' come si farebbe con l'I Ching o un mazzo di tarocchi.
Qualche indicazione, magari sorprendente e salvifica, la si troverà sempre.
BOB DYLAN E IL FIGLIO JESSE
bob dylan filosofia della canzone moderna
bob dylan frank sinatra 4
bob dylan
bob dylan
BOB DYLAN ARCHIVIO
bob dylan 1
manoscritto di bob dylan 2
Dylan e Cash
bob dylan ph jerry schatzberg
bob dylan by jerry schatzberg 2
bob dylan al gerde's nel 1962 1
DYLAN ROBERTSON
bob dylan by jerry schatzberg 10
bob dylan dischi










