oriana fallaci

LA BATTAGLIA CONTRO IL CANCRO DI ORIANA FALLACI: “POSSO SOLO DIRE A CHI E’ MALATO, QUELLO CHE PROVO SPERANDO CHE GLI SERVA: ANCOR PIÙ DEL RAPPORTO COL TEMPO È CAMBIATO IL MIO RAPPORTO CON LA VITA. HO SEMPRE AMATO DISPERATAMENTE LA VITA MA ORA SONO ANCORA PIÙ CONTENTA DI ESSERE NATA, ANCORA PIÙ CONVINTA CHE LA VITA SIA BELLA ANCHE SE CATTIVA. E QUANDO MI SUCCEDE QUALCOSA DI BELLO MI VIENE UNA SPECIE DI GRATITUDINE PAZZA”

Estratto del libro “la vita è una guerra ripetuta ogni giorno” di Oriana Fallaci pubblicato da "la Verità"

 

ORIANA FALLACI - LA VITA E UNA GUERRA RIPETUTA OGNI GIORNO

Io appartengo a una generazione, o meglio sono figlia di una società che ha sempre avuto paura di pronunciare la parola «cancro» o ha sempre evitato di pronunciarla come se fosse una parolaccia o una colpa. Quando uno muore di cancro si legge sui giornali: «È morto di una malattia inguaribile», anche quando morì Willy Brandt, così Audrey Hepburn, soltanto con Wojtyla han detto pane al pane

 

ORIANA FALLACI

«Il Papa ha un cancro». Mi sembra sbagliato. Non è vero che è una malattia inguaribile, a volte si guarisce, si sopravvive alcuni anni, a volte anche parecchi, ed è ingiusto perché ci toglie speranza. Non capisco questo pudore e questa avversione. Non è nemmeno una malattia infettiva. Bisogna fare come si fa qui in America, bisogna dirla questa parola, serenamente, apertamente, serenamente.

 

«Io ho il cancro», dirlo come si dice ho la polmonite, ho l'epatite, ho una gamba rotta. Io faccio così e a fare così mi sembra di esorcizzarlo. Pensai così anche dopo l' operazione, perché dopo l' operazione chiesi ai medici di vederlo e dissi: «Portatemelo qui che lo voglio vedere in faccia quel figlio di cane».

 

ORIANA FALLACI ALEKOS PANAGULIS

Lo presi, loro me lo portarono, e a colpo d'occhio sembrava una pallina di marmo, innocua, quasi graziosa. Ma io non lo vidi come una pallina di marmo, lo vidi appunto come una creatura viva, come un alieno che era entrato dentro di me per distruggermi. E quando alcuni giorni dopo lo riguardai al microscopio e vidi di cos'è capace e quello che combina, che si riproduce nel corpo, capii veramente che avevo un nemico in me da distruggere.

 

Come lo combatto? Come lo combattono tutti, l'ho combattuto con la chirurgia, poi coi medicinali, con la radioterapia, ma io soprattutto lo combatto col cervello. C' è una scuola qui in America che sostiene che bisogna combatterlo col cervello, rifiutarlo col cervello.

[...]

 

ORIANA FALLACI

Più che di un rapporto di guerra forse dovrei parlare di un rapporto di sfida, di un dialogo muto, perché c'è un dialogo muto tra me e lui. Anche quando accendo la sigaretta, perché meno di prima ma continuo a fumare e non le dico in questo Paese dove la sigaretta è peccato mortale che scandalo provoco a fumare, anche quando accendo una sigaretta mi sembra di sfidarlo, «Teh brutto stronzo, che ti fumo in faccia».

 

Non è certamente un rapporto di paura. E questo lo dico con sorpresa perché avere paura è più che legittimo, è più che lecito e anche salutare, ma anche quando mi sono accorta di averlo non ho provato paura. Ebbi paura solo prima dell' operazione quando temevo che mi mutilassero con l' operazione e fu il medesimo tipo di paura che avevo alla guerra quando seguivo un combattimento di perdere un braccio, perdere una gamba, di restare cieca, più che di morire, avevo paura di restare mutilata, ma poi questa mutilazione non è avvenuta, il che mi ha aiutato molto psicologicamente.

 

Al posto della paura c'è a momenti una profonda tristezza, voglio dire, ci sono momenti di grande combattività e momenti di grande tristezza, quasi di rassegnazione, uno di questi è avvenuto quando è morta Audrey Hepburn, forse perché la conoscevo bene, forse perché aveva la mia età, forse perché l'avevano operata più o meno quando avevano operato me.

 

ORIANA FALLACI

L'ho presa male, e questa tristezza è durata parecchi giorni, ma poi l'ho superata, è tornata la combattività e in un modo molto sano, le dico quale, ho cominciato a pensare al mio prossimo libro, a quello che ancora non ho incominciato, perché ancora mi sento troppo male, ma lo comincerò, lo scriverò, lo pubblicherò, in barba all'Alieno.

 

[] Io sono cambiata, eccome se sono cambiata, perché sono cambiate tante cose intorno a me, dentro di me. È cambiata per esempio la quantità di energia che è estremamente diminuita perlomeno fino a questo momento, è cambiata la mia sopportazione al male fisico che almeno fino a questo momento al contrario è raddoppiata, sopporto il dolore fisico perché ho ancora forti dolori, molto bene, assai meglio di prima.

 

ORIANA FALLACI VITTORIO FELTRI

E ancor più è cambiato il mio rapporto con il tempo perché vede, bando alle illusioni, malattia inguaribile, guaribile, mortale o non mortale, quando si ha il cancro o lo si ha avuto e si aspetta che ritorni perché il figlio di cane torna sempre, prima o poi torna, cambia il rapporto col tempo futuro più breve, domani più corto.

 

Cambiano anche molte altre cose, per esempio la preoccupazione di usare bene questo tempo che ci rimane, la preoccupazione di sprecarlo. Io non so se ricorda una splendida pagina dell'Idiota, quella dove racconta in terza persona del giorno in cui fu per essere fucilato a Pietroburgo insieme a un gruppo di rivoltosi, quella in cui dice se sopravvivo, se sopravvivrò, non sprecherò più un attimo della mia vita. E l'interlocutore chiede: «E sopravvisse?». «Oh sì, sopravvisse, ma sprecò molti minuti della sua vita, e molte ore e molti giorni e molti anni», quindi il tempo si spreca lo stesso.

 

ORIANA FALLACI

[] Io non ho consigli da dare a nessuno, anche perché ogni cancro è diverso, ogni persona che ce l'ha è diversa e ognuno reagisce in modo diverso. Io posso soltanto dire a queste persone quello che provo sperando che gli serva: ancor più del rapporto col tempo è cambiato il mio rapporto con la vita. Ho sempre amato disperatamente la vita.

 

Ma ora sono ancora più contenta di essere nata, ancora più convinta che la vita sia bella anche se cattiva. E quando mi succede qualcosa di bello mi viene una specie di gratitudine pazza, be' se mi succede qualcosa di cattivo soffro molto di più. Se mi viene fatta un' ingiustizia soffro assai di più. Ma se mi capita qualcosa di bello, il bello è molto più bello, è molto più buono.

 

ORIANA FALLACI

Di lui parlo sempre. Apertamente. Con tutti. Ne parlo anche per rompere il tabù di cui divenni consapevole quando lui mi aggredì la prima volta, e il chirurgo che mi aveva operato disse: «Le do un consiglio. Non ne parli con nessuno». Rimasi allibita. E così offesa che non ebbi la forza di replicare: «Che cosa va farneticando?!? Avere il cancro non è mica una colpa, non è mica una vergogna! Non è nemmeno un imbarazzo, visto che si tratta d' una malattia non contagiosa». E per settimane continuai a rimuginare su quelle parole che non comprendevo. Poi le compresi.

 

Perché se dicevo d' avere il cancro molti mi guardavano come se avessi la peste descritta da Manzoni ne I promessi sposi. O come se fossi già sottoterra. Impauriti, disturbati. Quasi ostili. Alcuni mi toglievano addirittura il saluto. Voglio dire: sparivano, e se li cercavo non si facevan trovare. Infatti fu allora che coniai il termine «Alieno». Oggi non accade più, ne convengo.

 

ORIANA FALLACI CON ALEKOS PANAGULIS

Però stia attenta: di rado lo chiamano col suo vero nome. I giornali ad esempio dicono «malattia inguaribile». Gianni e Umberto Agnelli sono morti d' una malattia inguaribile.

Jacqueline Kennedy morì d' una malattia inguaribile.

Questo perpetua il tabù, e quasi ciò non bastasse alimenta una menzogna. Perdio, non è vero che dal cancro non si guarisce! Spesso si guarisce. E se non si guarisce, si dura. Col mio sono durata circa undici anni. E grazie agli anticorpi che tengo nel cervello potrei durare un poco di più.

 

ORIANA FALLACI

[] [Ne parlo anche per] convincere chi ce l' ha a non fare quel che ho fatto io. È colpa mia se dopo undici anni lui s' è risvegliato. Colpa mia. Tutta mia. Con l' 11 settembre smisi di curarmi. Di frequentare gli oncologi, di farmi gli esami. Infatti il direttore del Boston hospital, allora l' ospedale che mi teneva d' occhio, mi mandò una letteraccia in cui diceva: «Ms Fallaci, you are putting in jeopardy the reputation of my equipe. Lei sta mettendo a rischio la reputazione della mia équipe». Ma non avevo il tempo di andare a Boston.

 

Prima l' articolone, La Rabbia e l' Orgoglio, e il fracasso che ne seguì. Poi il libro omonimo e il fracasso che si raddoppiò. Poi le traduzioni Dopo averlo pubblicato in Italia mi misi a tradurlo in inglese e in francese nonché a controllare, parola per parola, la versione spagnola. Non mi fido mai dei traduttori, tra me e loro v' è un' ostilità sanguinosa, e nelle lingue che conosco preferisco tradurmi da sola.

 

ORIANA FALLACI

Poi i processi in Francia, le accuse di razzismo religioso, di istigazione all' odio, di xenofobia. Poi le stronzate dei no global che volevano entrare nel centro storico di Firenze e sfregiare i monumenti, sicché venni in Italia per tentar d' impedirglielo. Poi la guerra in Iraq dove stavo per andare e non andai perché non si può salire sui carri armati o correre sotto le mitragliate con un corpo che non ti obbedisce. Per oltre due anni queste cose requisirono ogni istante della mia vita, e m' indussero a dimenticare l' Alieno che dormiva. Dio, che sciocchezza.

 

Che suicidio. Comunque il vero suicidio l' ho commesso a evitare i medici per scrivere La Forza della Ragione. Non a caso mia sorella Paola odia quel libro in maniera maniacale e quando ne vede una copia sibila: «Maledetto. Sei tu il responsabile».

ORIANA FALLACI E AYATOLLAH KHOMEINI

 

[] Io non mi proponevo di scrivere un altro libro su di noi e sull' islam. L' assillo del mio bambino insomma del romanzo interrotto (Un cappello pieno di ciliege, uscito postumo, ndr) mi tormentava, l' ansia di toglierlo dal cassetto mi bruciava, sicché su di noi e sull' islam volevo fare soltanto un post scriptum a La Rabbia e l' Orgoglio. Ma la tentazione di rinsanguare quella predica prevalse, il bisogno d' arricchirla con un discorso più approfondito divenne la consapevolezza d' un dovere. Mi fiorì tra le mani La Forza della Ragione, e quando scrivo un libro io mi comporto come una donna incinta che pensa al feto nel suo ventre e basta.

ORIANA FALLACI

 

Non conta che lui. M'accorsi, sì, che l'Alieno s' era svegliato. Scrivevo e tossivo, scrivevo e tossivo. Una tossaccia secca, cattiva, e simile a quella che in pochi mesi s' era portata via mio padre con un cancro ai polmoni. Ma anziché correre a Boston o cercarmi un medico a New York continuai a lavorare. Se ci vado e mi conferma che s' è svegliato, conclusi, mi opera. Se mi opera, interrompo la gravidanza. Abortisco.

 

Mi trovai insomma nelle condizioni d' una donna che deve scegliere tra la propria vita e quella del figlio. E scelsi la vita del figlio. Con ottimismo, però. Proprio come facevo alla guerra, per esempio in Vietnam, quando sceglievo di seguire le truppe in combattimento e sapevo che potevo morirci ma con una sorta di scommessa puntavo sul non morire. Mi dicevo: ce l' ho fatta la volta scorsa e ce la farò di nuovo. Be', ho perso la scommessa.

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