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RITORNO IN VIA GLUCK - CELENTANO: “SANREMO NON CAPÌ IL BRANO E LO SCARTÒ SUBITO. I CANTANTI CHE VANNO AL FESTIVAL DOVREBBERO SEMPRE SPERARE IN UNA BOCCIATURA CHE LI PORTERÀ DRITTI AL SUCCESSO - “AZZURRO”? CRITICATO DA TUTTI, E’ UNA DELLE MIE MOSSE PIÙ ROCK”

 

Dario Cresta-Dina per “la Repubblica”

 

CELENTANOCELENTANO

Esattamente cinquant’anni fa, era il 1966, Adriano Celentano si presentò al festival di Sanremo per la seconda volta (la prima risaliva al 1961) con Il ragazzo della via Gluck. Era un testo autobiografico che diventò idealmente il suo patronimico artistico, come se Adriano fosse figlio di quella canzone. In realtà Celentano aveva visto il suo raggio verde molto tempo prima.

 

IL ragazzo della via Gluck” era nata davvero già nel 1942. Allora era un bambino. Oggi Adriano racconta quel lampo. «La scintilla fu quando a quattro anni, mentre giocavo nel cortile al 14 di via Gluck, vidi un raggio di sole. Una parte del cortile era illuminata mentre l’altra metà era in ombra. Iniziai a rotolarmi felice tra la parte illuminata dal sole e l’ombra.

 

CELENTANOCELENTANO

Avevo i pantaloncini corti tutti sporchi, erano più grandi della mia taglia, forse appartenevano al maggiore dei miei fratelli, Alessandro, quand’era piccolo. Con una bretella giù e l’altra al suo posto, come solo gli scugnizzi sanno indossare. Scalzo. Scarmigliato, con le guance rosse.

 

Mentre mi rotolavo, mi fermai e mi sdraiai a terra con le braccia e le gambe aperte guardando il raggio di sole che illuminava il cortile che a me sembrava bellissimo.

 

M’inchinai e baciai quel raggio. Avvertii, pur essendo così piccolo, quanto ero felice.

Libero di correre sui prati. Di sporcarmi, senza temere nulla, protetto da tutta la famiglia e dai miei amici… Anche loro liberi e felici come me di correre sui prati. Poveri, certo, ma bastava stare insieme e condividere quello che c’era. “Gente tranquilla che lavorava…”.

 

Ero estasiato, gioioso. Giocavo alla sassaiola, facevo il bagno nel naviglio della Martesana rischiando le “botte” da mia madre che, avendo paura che annegassi, mi rincorreva con la scopa ma io ero velocissimo e non mi prendeva mai. Ecco, quella fu la scintilla che non mi abbandonò più.

 

Scrissi Il ragazzo della via Gluck anni dopo, ma nel tempo che trascorse non smisi mai di avvertire il pericolo che il mondo stava correndo con la cementificazione selvaggia.

CELENTANOCELENTANO

 

Evidentemente era innata in me la coscienza ambientalista, un grido di dolore contro chi stava minacciando la vita e il pianeta stesso. Una vera catastrofe che oggi è la causa principale di molti disastri che, mentendo, chiamano “naturali”!

 

Ma la scrissi anche per il dolore che provai quando, adolescente, fui costretto a lasciare la via Gluck per andare a vivere “in centro”, per abitare tutti insieme a casa di mio fratello. Piangevo in continuazione e mia madre era disperata. Non sapeva cosa fare perché scappavo ogni giorno per tornare a piedi in via Gluck per ritrovare i miei amici, ma soprattutto la libertà, i prati e la felicità che per me esistevano solo in via Gluck. Questa canzone non è mai stata nostalgica ma una denuncia sociale in un momento in cui nessuno parlava di ecologia e ambiente».

 

Il Festival la stroncò, ma la canzone prese il volo nelle vendite e fu tradotta in molti paesi. Che spiegazioni si diede allora?

CELENTANOCELENTANO

«Non me lo spiego neanche adesso per la verità, ma Sanremo è famosa per “bocciare” ciò che non corrisponde alle liturgie sanremesi. Sono tanti gli esempi che si potrebbero fare: Battisti, Vasco Rossi, Dalla…

 

Il successo del Ragazzo della via Gluck credo sia da ricercare nell’originalità del testo e della musica. Una ballata interpretata da me che venivo dal rock in cui improvvisamente “parlavo” di un problema sociale, in quel momento, sconosciuto ai più.

 

Ricordo che partii dalla stazione Centrale di Milano per andare al Festival e stranamente ero da solo con una piccola valigia. Appena il treno si mosse, un giornalista dell’Avanti!, si mise a rincorrere il treno e me che ero affacciato al finestrino (allora si poteva) per chiedermi cosa pensavo di fare a Sanremo.

 

Risposi: “Niente perché mi bocceranno e sarò scartato subito”. Così avvenne e fu il successo della canzone. Quindi i cantanti che vanno al Festival dovrebbero sempre sperare in una bocciatura che li porterà dritti al successo!».

CELENTANO 1CELENTANO 1

 

Dopo cinquant’anni quella denuncia è ancora attuale?

«L’aria irrespirabile, le alluvioni, gli smottamenti, le case e le scuole che crollano. “Case su case, catrame e cemento…”. E poi Papa Francesco: è la prima volta che un Papa affronta il tema dell’ecologia con grande trasporto e lucidità. Quasi con affetto verso la nostra “casa comune, la Terra” che tutti dovremmo proteggere.

 

Il “Grido della Terra” è il “grido dei poveri”! Perché alla fine saranno sempre loro a pagare. San Francesco d’Assisi parlando del Creato, parlava di “sorella Terra”, “fratello lupo”, “sorella Luna”… per cercare di farci capire come tutto era collegato. E poi il cambiamento climatico. La questione dell’acqua. La biodiversità erosa. Cosa deve accadere ancora per evitare l’irreparabile? Un vero approccio ecologico diventa sempre più un approccio sociale. Noi stessi siamo terra!

 

CELENTANOCELENTANO

Occorre una conversione ecologica globale. Sin da piccoli nelle scuole va insegnata la necessità della cura che tutti noi siamo chiamati ad avere verso la Terra. Il ragazzo della via Gluck nasce dal mio dolore nel vedere scomparire la bellezza dei paesaggi e del verde. Non per un senso genericamente ecologico ma per la naturale consapevolezza di percepire il disastro del pianeta a cui stiamo andando incontro rovinosamente, se non ci fermeremo. Diversamente il pianeta deciderà per noi».

 

L’America, Bill Haley, il rock. Sono stati il big-bang culturale dal quale è emerso. Che cos’è la musica per lei?

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«Il rock per me è stato come uno squarcio abbagliante nella nebbia della noia. La libertà. La ribellione a tutto ciò che tentava d’ingabbiare noi ragazzi verso un mondo che non ci apparteneva. E che purtroppo ancora oggi non ci appartiene. Evidentemente io ero già predisposto a tutto questo.

 

Infatti da piccolo mi chiamavano “il terremoto” e le portinaie dei cortili di via Gluck mi gridavano in milanese, che io non capivo, ma dal suono delle parole intuivo non proprio benevolo: “Va via terun d’un mal nat!”. Il rock è stata la partenza ma la mia natura mi portava, oggi è lo stesso, a vedere le cose in un’ottica “spostata”. Non lineare.

 

Penso che questo dipenda dalla mia totale distanza da tutto ciò che è piattamente uniforme. Mi sono sempre ribellato a quelli che subito ti etichettano. La vera rivoluzione è l’onestà e non temere la verità. Tutto questo l’ho appreso dall’esempio di mio padre e mia madre che cercavano di combattere le ingiustizie facendo studiare con grandi sacrifici i propri figli.

DAVID BOWIE CELENTANO  DAVID BOWIE CELENTANO

 

“Questa è la storia di uno di noi”. Sono molte le canzoni che mi rappresentano a partire dal Ragazzo della via Gluck. In modo particolare PRISEN-COLINENSINAINCIUSOL per la sua stranezza, modernità e imprevedibilità. È stato il primo rap del mondo. A me sarebbe bastato che fosse stato il primo rap di via Gluck.

 

Ma guai se non lo avessero detto gli americani! Ma a pensarci meglio, forse il mio “spartiacque” è stato quando sono nato. Mia madre mi partorì che aveva 45 anni e allora si era considerati “vecchi”. Infatti non preparò il corredino dei neonati, diceva che non sarei sopravvissuto. Io iniziai subito a urlare come un disperato per esorcizzare quella “profezia” che forse avevo intuito già nel grembo di mia madre. E non ho più smesso!».

MINA CELENTANOMINA CELENTANO

 

Ha venduto duecento milioni di dischi. I Pink Floyd 250, i Beatles oltre un miliardo e mezzo. Quale crede sia stato il suo merito principale?

«Non ho segreti. Conta credere in ciò che si fa senza temere giudizi o di apparire non moderni. Quando incisi Azzurro tutti erano contrari: “Ma come, tu che sei il re del rock adesso canti una marcetta da oratorio“? E io dissi che proprio quella era la novità e la modernità. Io che cantavo un’apparente “marcetta” che descriveva magicamente in modo perfetto un momento della vita di una persona normale, anche se io non lo ero.

 

CELENTANOCELENTANO

Quella canzone mi catturò subito per l’originalità musicale e per le parole. Così strane, rare per un testo musicale. Ero raffreddato nei giorni previsti per l’incisione ma decisi di farlo comunque. Anzi. Trovai che la voce nasale da raffreddato contribuiva a dare maggior verità a quel brano e quella decisione d’incidere Azzurro criticato da tutti la considero una delle mie mosse più rock».

 

Abbandonò la scuola dopo la quinta elementare. Cercava un altrove, una cultura che doveva passare dalla testa alle mani, al corpo che è stato un altro fondamentale strumento musicale o voleva semplicemente un lavoro?

«Il mio primo mestiere fu l’orologiaio e credo che in questo ci sia stato un po’ del mio destino, anche se negli appuntamenti sono sempre in ritardo. Il mestiere di cantante poi mi obbliga ad avere con il tempo molta attenzione. A volte sono una persona precisa come dovrebbe essere un orologiaio ma contemporaneamente sono disordinato.

 

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Non porto orologi e allora questo mi spinge a pensare di me che non potrò e non vorrò mai essere un orologio “svizzero” ma un orologio “ancorato” al suo personale “bilanciere” che curiosamente, per vie traverse e misteriose, mi porterà sempre a battere il tempo in modo imprevedibile».

 

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