PIACIONISMO AD ARTE - MA CHE CI AZZECCA JACLSON POLLOCK CON MICHELANGELO? IL CONTRASTO ANTICO-MODERNO CI SEPPELLIRA’

Tomaso Montanari per Il Fatto Quotidiano

L'unica associazione sensata che scaturisce dai nomi di Michelangelo e Jackson Pollock è probabilmente un altro nome: Michael Jackson. È infatti solo un travestimento pop-trash che può consentire di accostare questi due artisti, accoppiati per stupire il popolo. Eppure la mostra clou del cartellone dell'anno prossimo è proprio questa genialata dei "geni a confronto".

Si terrà a Firenze, nientemeno che nel Salone dei Cinquecento ed è "l'evento artistico con cui Matteo Renzi pensa di chiudere il mandato" (così l'anticipazione di Repubblica). L'evento c'entra così poco con la storia dell'arte, che lo sta organizzando Marco Carrai, noto come il "Gianni Letta di Renzi": l'anima ciellina-finanziaria cui il sindaco ha affidato la Firenze Parcheggi, la Cassa di Risparmio, l'Aeroporto e ora anche Michelangelo.

D'altra parte, dopo il buco nell'acqua (oltre che negli affreschi vasariani) della ricerca del Leonardo perduto, bisognava pur inventarsi qualcosa, per riempire il Salone di Palazzo Vecchio. Certo, di questo passo arriveremo presto ai Bronzi di Riace contro Holly e Benji (come predice Christian Raimo), o alla riedizione di Godzilla contro Maciste.

Sarebbe però ingeneroso far carico a Renzi di questo degradare delle mostre d'arte antica verso il luna park. Il sindaco è solo l'utilizzatore finale di un format sempreverde da arredatore piacione: il contrasto antico-moderno, che da almeno mezzo secolo fa tanto chic.

Dopo il ritorno di fiamma della informe "Caravaggio e Bacon" alla Galleria Borghese (2009) e del feticcio per accalappiati "Rothko-Giotto" (Berlino, ancora 2009), siamo arrivati alla lobotomia di "Raffaello verso Picasso", il capolavoro trash di Marco Goldin che ha spopolato (273.334 presenze) l'anno scorso a Vicenza.

Ma c'è poco da fare gli schizzinosi: la formuletta, ancorché ribaltata, sta per espugnare il salotto buono. I giornali sono già ingombrati dalla pubblicità di "Antonello da Messina", che apre il 4 ottobre al Mart di Rovereto (coproduzione della non schizzinosa Electa). Ma cosa c'entra il più serio dei musei d'arte contemporanea italiani con uno dei più grandi pittori del Rinascimento?

Ufficialmente l'ideona è quella di mostrare l'"attualità" di Antonello (chi ci avrebbe mai pensato?) confrontandone i ritratti con alcuni ritratti contemporanei (da Lucien Freud a Giulio Paolini): ma in realtà si tratta di due mostre con curatori differenti, accozzate in modo tanto superficiale che il sito del museo dice che le "due mostre... accompagnano il visitatore in un percorso culturale che accosta il ritratto nell'arte medievale e nel contemporaneo".

Ma definire Antonello (1429/30-1479) "medievale" è una bestialità che dimostra come non basti la curatela dell'ottantottenne Ferdinando Bologna (che sarebbe stato più cristiano lasciare alla sua dignitosa ritiratezza) a fare di questo "evento" una cosa seria. Ma ammettiamo che il sito del Mart sia stato compilato da un passante. La prima obiezione è che una mostra non è un libro: se si smuovono opere rarissime e fragilissime, è per creare irripetibili e illuminanti accostamenti fisici. E qui invece le due mostre corrono parallele, pensate da persone diverse.

La seconda è che l'ultima grande monografica di Antonello è stata fatta pochissimi anni fa (2006, Scuderie del Quirinale): comunque la si giudichi, non ha alcun senso replicare a così stretto giro. La terza, non irrilevante, è che la mostra costa circa un milione di euro: il che ha suscitato polemiche roventi in un Trentino che si chiede se, per affrontare il calo di fondi e visitatori, il Mart debba piegarsi a questo tipo di spettacoli.

I musei di arte contemporanea dovrebbero (come scrive Luca Bortolotti, su News Art, criticando proprio Antonello a Rovereto) "concepire piccoli eventi molto meditati, imperniati sulle collezioni permanenti, con pochi prestiti mirati, un'offerta didattica accurata e soluzioni espositive possibilmente brillanti".

Ma se invece imboccano la scorciatoia della mostra blockbuster di antichi maestri famosissimi, è facile prevedere tempi difficili per la tutela del patrimonio artistico, e difficilissimi per l'arte contemporanea. La direttrice del Mart, Cristiana Collu, aveva annunciato di voler applicare la massima di Bruno Munari per cui "le vere rivoluzioni si fanno senza che nessuno se ne accorga".

Ma Antonello al Mart è esattamente il contrario: tutti si accorgono che non c'è alcuna rivoluzione, solo una stanca strumentalizzazione della top ten dell'antico. E il danno, purtroppo, non è da poco.

Come l'idea (per fortuna abbandonata) di portare la Pietà Rondanini di Michelangelo a San Vittore, anche l'Antonello in vacanza sulle Dolomiti è un ammiccamento opportunista al peggio dello "spirito del tempo", per di più travestito da pensosa raffinatezza: un cedimento culturale grave, che toglie credibilità ai pochi che ancora la potrebbero avere e legittima il peggio del mostrificio corrente. Marco Goldin e Matteo Renzi ringraziano, e per la mostra su Michelangelo e Michael Jackson è solo questione di tempo.

 

MATTEO RENZI SULLA GRUmatteo renzi in barca su diva e donna MICHELANGELOjackson pollockMARCO CARRAI bronzi riace L ORIGINALE CARAVAGGIO jpegFrancis Bacon

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