IL CINEMA DEI GIUSTI - “BACKROOMS” DI KANE PARSONS È UN’OSSESSIONE PERSONALE. PIÙ DI UN FILM DI GRANDE SUCCESSO, 117 MILIONI DI DOLLARI IN TUTTO IL MONDO AL PRIMO WEEKEND, O DI UNA SERIE YOUTUBE DI ALTRETTANTO ENORME SUCCESSO, PERCHÉ PARSONS DA QUANDO AVEVA QUINDICI ANNI, INONDA IL WEB DI VIDEO LEGATI AL PERDERSI NELLE BACKROOMS, IL DIETRO I MAGAZZINI DEI GRANDI CENTRI COMMERCIALI - BOLLATO COME INDIE-HORROR, DI CULTO IMMEDIATO, FORSE NON È NEANCHE UN HORROR: NON HA MUSICA CHE TI FACCIA SALTARE SULLA SEDIA E NON HA MECCANISMI HORROR TIPICI - IL CINEMA È FINITO, MAGARI C’È RIMASTO QUALCOSA NEL MAGAZZINO, NELLA BACKROOM… - VIDEO
Marco Giusti per Dagospia
“Backrooms” di Kane Parsons è un’ossessione personale. Più di un film di grande successo, 81 milioni di dollari al primo weekend, 118 in tutto il mondo, o di una serie YouTube di altrettanto enorme successo, 78 milioni di visualizzazioni, perché Parsons da quando aveva quindici anni, cioè da cinque anni, inonda il web di video legati al perdersi nelle backrooms, il dietro i magazzini dei grandi centri commerciali, un labirinto impossibile di paesaggi creati dai margini del capitalismo spicciolo americano o di cultura americana che i vecchi signori europei conoscono solo marginalmente.
Bollato come indie-horror, cioè horror intellettuale, di culto immediato, come l’analogo "Obsession" di Curry Baker, 26 anni, girato con 800 mila dollari e già arrivato a un incasso di 104 milioni di dollari in America e 148 in tutto il mondo, forse non è neanche un horror.
Non ha musica che ti faccia saltare sulla sedia, non ha meccanismi horror tipici, anche se l’idea delle porte che si aprono e che portano ad altre porte che sono poi porte mentali la troviamo in tutta la letteratura, pensiamo a “Alice in Wonderland” di Lewis Carroll, e nel cinema già ai tempi di “Operazione paura” di Mario Bava, che porta il suo protagonista ad aprire una serie di porte infinite dove alla fine rincorre se stesso.
Funziona, al cinema, su YouTube, perché abbiamo bisogno di ossessioni. Perché è forte la nostalgia di “Twin Peaks” di David Lynch (rivedete la puntata numero 8 della terza serie, il testamento del suo autore), e del sapere attraversare i muri come solo i suoi personaggi sanno fare. Parsons cita, fra le sue passioni, “One Hour Photo”, “Better Call Saul”, “Pluribus”, e cita, fuori dal cinema, i suburbi californiani.
Le pareti delle sue darkrooms riportano esattamente i colori delle pareti di quelle case, giallini, verdini. Già Tim Burton ci aveva dato con “Edward Scissorhand” una specie di canto delle casette californiane tutte uguali, col padre che anche dentro casa ha un identificatore per sapere chi è. Per non perdere se stesso.
Qui Clark, il protagonista, interpretato dal Chiwitel Ejofor di “12 anni schiavo” di Steve McQueen, dove era obbligato a ricostruirsi un’identità una volta precipitato dentro la schiavitù americana, vuole perdersi nelle darkrooms fatte di oggetti della vita senza sostanza degli abitanti di un paese che non si riconosce più. E la sua psicanalista, la Renate Reinsvee meravigliosa di “Sentimental Value” e di “Fjord”, cerca di ritrovarlo, perdendosi nella sua ossessione e nella sua mente.
Malgrado tutto questo enorme successo, seguita a sembrarmi, il giorno dopo averlo visto, lì per lì mi ero annoiato, un grande film d’arte, concettuale come pochissimi, che arriva mentre infuriano guerre in Europa e in oriente e al potere troviamo la follia di Donald Trump, ossessionato dal voler imporre il proprio nome e la propria identità ovunque.
E Netanyahu issa la bandiera israeliana sul castello libanese di Beaufort, come fossimo nel medioevo. Leggo che Kane Parsons era così ossessionato dalle backrooms, e magari per questo i ragazzini cresciuti nei centri commerciali di tutto il mondo lo capiscono così bene, dall’aver costruito quasi personalmente tutto l’enorme set del film, 3 mila metri quadrati, pari a sei campi da basket. Tanto da potercisi perdere lui stesso.
Lo so che, in fondo, non si è inventato nulla, Mario Bava lo aveva già fatto, e se non sbaglio c’è un episodio di “Hitchcock Presents” che un po’ riprende questa situazione del grande magazzino pieno di manichini che fanno paura, ma è evidente che crede totalmente nell’operazione, che la sua ossessione è reale. Che dirige perfettamente nel loro perdersi in questa ossessione i suoi attori.
E che la grande rivelazione alla Escher delle scatole nelle scatole nelle scatole con una scala che potrebbe aprire un nuovo spazio fa parecchio effetto. Ma la vera scoperta è quella di un nuovo pubblico perfettamente in sintonia con quello che Kane Parsons descrive. Un panorama americano fatto di darkrooms di gialli pallidi, verdini marci, di colori finti, senza passare dai grandi panorami naturali fordiani. Il cinema è finito, magari c’è rimasto qualcosa nel magazzino, nella darkrooms. In sala








