IL CINEMA DEI GIUSTI - DANIELE LUCHETTI TORNA CON “ANNI FELICI”, I ’70 VISTI NON SOLO DAL LATO SESSUO-POLITICO MA DALLA RIVOLUZIONE DELL’ARTE CONTEMPORANEA

Marco Giusti per Dagospia

Anni felici di Daniele Luchetti.

"Purtroppo c'era la mostra di Kounellis!". Certo, se fai il tuo esordio come performer artist col pisello di fuori assieme a tre belle ragazze nude e, contemporaneamente, c'è il vernissage di Kounellis, anche se sei bello come Kim Rossi Stuart non puoi che fallire. Almeno così accadeva nei magici anni '70. Oggi magari è diverso, anche se venerdì sera, per la nuova mostra di Kounellis c'era il pienone, grazie anche all'idea di pizza e mortazza gratis per tutti.

E' comunque una delle battute che preferisco, perché ci trasmette qualcosa di autentico, del nuovo film di Daniele Luchetti, fortemente ispirato alla vera storia della sua famiglia e totalmente ambientato nella scena artistico-rivoluzionaria-femminista della Roma del mondo dell'arte contemporanea e delle rivoluzioni sessuali nei magici primi anni '70.

Un periodo clamoroso, che non solo ci ha dato una serie di artisti meravigliosi con i quali ancora stiamo facendo i conti, ma che ha cambiato totalmente la nostra visione del mondo a partire proprio dalla famiglia. Anni felici, appunto, che Luchetti ha scritto assieme a Stefano Rulli, Sandro Petraglia e Caterina Venturini e che è interpretato da Kim Rossi Stuart nel ruolo di Guido, il padre, da Micaela Ramazzotti in quella di Serena, la madre, dai piccoli Samuele Garofalo e Niccolò Calvagna, i figli, da Benedetta Bucellato e Pia Engleberth, le nonne, e da Martina Gedeck, come Helke, la femminista che diventerà amante della madre.

La grande idea di Luchetti e dei suoi sceneggiatori, Rulli e Petraglia in testa immagino, è di aver raccontato la crisi della famiglia borghese, come l'avevamo vissuta tutti fino al 1968, attraverso non tanto la rivoluzione ideologica o sessuale, ma attraverso la rivoluzione artistica.

E' dall'arte contemporanea, che il padre Guido vive in prima persona nella grande scena del tempo, sia come professore all'Accademia, e le prime cose che ci mostra sono la "Vedova Nera" di Pino Pascali e una performance di Piero Manzoni, sia come artista non così riuscito, forse preferisce scoparsi le modelle che lavorare sul serio, che nasce il seme della crisi o una nuova apertura mentale che coinvolgerà a più livelli tutti i componenti della famiglia, che non potrà che esplodere.

Mettiamoci anche il femminismo, con il viaggio di Serena, la madre, tra le baffone francesi e la scoperta di un desiderio represso, e mettiamoci soprattutto la scoperta del colore dei super 8 della Kodak che illuminavano improvvisamente di senso e di realtà il nostro immaginario troppo represso dalla tv in bianco e nero del tempo.

Nel grande progetto di cinema educativo di Rulli e Petraglia, dove la nostra storia vicina e lontana, ha sempre modo di essere spiegata razionalmente, a volte anche troppo, a volte anche tendenziosamente (penso a Romanzo di una strage), Anni felici funziona un po' da ripasso attento e intelligente della scena romana e italiana degli anni '70. E del perché arrivammo allo scoppio della famiglia borghese, e lì le nonne funzionano perfettamente nel loro vecchiume anni '50, c'è perfino la strepitosa Anna Campori di "Giovanna la nonna del Corsaro Nero" in un meraviglioso cameo, come invasati da una follia libertaria legata al corpo e all'arte.

Non a caso la performance, non solo artistica anche teatrale, fu un elemento fondamentale della nostra personale rivoluzione all'epoca. Molto più dei film di Bellocchio e Bertolucci, magari, che non vengono stranamente citati. E il super 8, come insegna per tutti Nanni Moretti, fu la vera arma rivoluzionaria di una generazione che se lo poteva permettere. Tutto questo è ben descritto da Luchetti e da Rulli e Petraglia.

Non si era mai visto, e ripeto "mai visto", una costruzione così attenta del mondo dell'arte in un film italiano, merito di regista e sceneggiatori, dello scenografo Giancarlo Basili, dei consulenti Damiana Leoni e Felice Levini, ma va detto che per la prima volta in un film che tratta l'arte non ti vergogni per come viene rappresentata. Non solo sono credibili le performance e le battute, sono credibili i personaggi, a cominciare dal Guido di Kim Rossi Stuart, bravissimo, ai critici militanti che prendono gli schiaffi, sono credibili gli scenari e le strade.

E tutto è ricondotto al suo tempo, magari con un po' di desiderio educativo, ma ben venga. Anche per quanto riguarda la svolta femminista di Serena mi sembra che il film si muova bene, con grazia e intelligenza, e Micaela Ramazzotti ha come un talento naturale a interpretare questi ruoli di ragazze fragili ma alla fine decise, che prendono posizione. Credi a lei come credi alla coppia che forma con Kim Rossi Stuart.

Il problema del film, che poteva benissimo figurare in concorso a Venezia ed è stato un peccato non averlo, dove avrebbe offerto ai suoi protagonisti davvero una bella vetrina, è la mancanza di una storia forte, come potevano averla i due precedenti film di Luchetti, Mio fratello è figlio unico e La nostra vita, anche questi costruiti sulla disgregazione della famiglia.

Alla fine, quello che racconta Luchetti è il ritratto di una famiglia che si dissolve, per colpa di due adulti che cercano di ritrovare se stessi all'interno di una rivoluzione in atto che non può non travolgerli, ma questo non è forse abbastanza per costruire qualcosa di nuovo all'interno di un cinema, come quello di Luchetti e quello di Rulli e Petraglia, forse ancora un po' piccolo borghesi per liberarsi da una specie di maledizione da cinema civile che forse avremmo voluto vedere.

Questo nulla toglie alle grandi doti del film, alla sua precisa ricostruzione storica, alle grandi interpretazioni di Kim Rossi Stuart e Micaela Ramazzotti, alla bellissima musica di Franco Piersanti, agli omaggi ai personaggi magici degli anni '70, come l'Osvaldo Cavandoli della Linea, ai caroselli ormai agli sgoccioli, ce ne è pure uno ricostruito per la Kodak con Elena Bouryka come finta testimonial dove le riprese in super8 del piccolo Luchetti diventano pubblicità pagata, ma un po' di rivoluzione, e forse anche qualche pelo in più sotto l'ascella della Ramazzotti, ci sarebbe piaciuta.

 

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