IL CINEMA DEI GIUSTI - SU QUESTO DURO, SGRADEVOLE, LUNGO, MA PERFETTO “ZERO DARK THIRTY” DI KATHRYN BIGELOW, CANDIDATO A BEN CINQUE OSCAR, LA CACCIA A BIN LADEN E’ UNA RICERCA DI VENDETTA PIÙ CHE DI GIUSTIZIA, COME IN UN WESTERN - UN VIAGGIO CHE CI OBBLIGHERÀ A UNA SCELTA FINALE, UCCIDERE O NON UCCIDERE, CHE NON POTRÀ CHE FARCI SENTIRE PIÙ SOLI. PERCHÉ TUTTA LA NOSTRA VITA ERA RACCHIUSA IN QUESTA RICERCA….

Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow. In sala dal 7 febbraio.

Marco Giusti per Dagospia

"E tu chi sei?", chiede il capo della Cia. "Io sono la stronza che ha trovato questo posto!", risponde Maya alludendo al covo dove verrà trovato e ucciso Osama Bin Laden. Anzi, più che stronza, dice motherfucker... Beh, anche se ormai sappiamo più o meno tutto, polemiche comprese, su questo duro, sgradevole, lungo, ma perfetto "Zero Dark Thirty" di Kathryn Bigelow, scritto dal suo uomo, il giornalista Mark Boal, candidato a ben cinque Oscar (film, sceneggiatura, migliore attrice, suono, montaggio), la cosa che più ci stupisce è il distacco morale che il film ha verso la storia che racconta.

Distacco morale che diventa, come dicono alcuni, "modello di costruzione logica e di rigore intellettuale" ("LesInrock"), ma attenti a non prenderla per freddezza o peggio. La Bigelow e Boal non prendono distanza dai loro personaggi principali, capitanati dalla Maya di Jessica Chastain, eroina invasata che passa dieci anni della sua vita nella caccia a Bin Laden, e da tutti i suoi maschi combattenti, dal torturatore Dan di Jason Clarke al Patrick di Joel Edgerton che comanda la squadriglia della notte della cattura, ma li mettono in scena per come pensano che esattamente siano e come si siano comportati.

Siamo troppo e da troppo tempo abituati ai facili moralismi del cinema che confondiamo questo distacco morale dalla storia e dai suoi protagonisti, che è il solo modo per averne una visione rigorosa, per un desiderio di giustificare azioni aberranti come la tortura. Nel film non viene affatto giustificata la tortura del prigioniero Ammar (Rada Ketab, tra i protagonisti de "Il profeta") come importante per la scoperta di Bin Laden, che avverrà ben dieci anni dopo, viene solo vista per come si svolge nella sua brutalità.

"Per piacere, aiutami", chiede il torturato a Maya, vedendola donna, e quindi forse più umana. "Ti puoi aiutare da solo dicendo la verità", risponde secca lei. Siamo ancora dalle parti di "Sentieri selvaggi" ("The Searchers") di John Ford, un modello che in qualche modo rientra pure in "Django Unchained", anche se Tarantino dice di detestarlo. Una grande caccia all'uomo, violenta e senza umanità.

Una ricerca in cerca di vendetta più che di giustizia, come in un western, che ci mette a confronto direttamente con il diverso da noi e con la nostra stessa diversità. Un viaggio che dobbiamo assolutamente percorrere fino in fondo e che ci obbligherà a una scelta finale, uccidere o non uccidere, che non potrà che farci sentire più soli. Perché tutta la nostra vita era racchiusa in questa ricerca.

L'Ethan di John Wayne alla fine di "Sentieri selvaggi" uccide il capo Scar e salva Natalie Wood, la piccola bianca diventata indiana, e quindi perduta. La porta a casa, ma rimarrà per sempre fuori da quella porta dove non potrà più entrare. Maya, alla fine del suo viaggio di dieci anni, si confronterà brevemente con il corpo di Bin Laden, che lei ha voluto morto ("Uccidetelo per me" ha detto ai soldati), quasi senza vederlo e, soprattutto, senza farcelo vedere a noi, un po' come accadrà al terribile capo apache Sierra Charriba nell'omonimo film di Sam Peckinpah, per poi entrare da sola dentro un aeroplano che la porterà a casa da sola, in un vuoto e in una desolazione che la rinchiuderanno per sempre dentro il suo silenzio e la sua sofferenza.

Se tutta la violenza razzista di Ethan non potrà far parte di un mondo civile e multirazziale, la violenza di Maya, incredibilmente ricostruita e vissuta quasi sul suo corpo da Jessica Chastain, non potrà che far parte del suo bagaglio nel viaggio di ritorno in patria. E' come il sacco che chiude il corpo fantasma di Bin Laden. "Zero Dark Thirty" non è un film facile, anche se, esattamente come "Django Unchained", ha una grande costruzione da film d'azione che lo fa comunque diventare uno spettacolo eccezionale capace di tenerti 157 minuti attaccato alla sedia. Ha anche una grande costruzione di racconto.

L'inizio collo schermo nero (dark) e l'audio delle telefonate dei disperati che moriranno nelle Torri Gemelle dell'11 settembre seguito dall'oscurità morale della pratica criminale della tortura operata dagli americani. Tutta una lunga parte centrale alla ricerca dell'uomo capace di portarci al covo di Bin Laden è necessaria per lo sviluppo del personaggio di Maya dietro alla sua balena bianca, e il grande climax con i 25 minuti finali della notte della cattura che si svolge appunto a mezzanotte e mezza, "Zero Dark Night", come si dice in codice.

Ma proprio il titolo rimanda anche all'oscurità che abbiamo visto all'inizio, all'oscurità, vicina allo zero, del brancolare nel buio alla ricerca di qualcosa che è più simile a un fantasma che a un uomo vero e proprio. Bigelow e Boal mettono in piedi una grande macchina da racconto di guerra del tutto funzionante, come era funzionante il loro "The Hurt Locker".

Qui vanno oltre, perché ci portano dentro il cuore della violenza di una nazione che ha passato dieci anni alla ricerca di una vendetta che a reso i suoi eroi, i suoi vendicatori, più selvaggi e soli di come erano prima e che non ha risolto i grandi conflitti internazionali che l'America sta ancora affrontando.

La Bigelow non si permette di giudicare e di dare lezioni di morale. Ricostruisce dei fatti, una storia, dei personaggi. I suoi nemici non sono mai né dei cattivi né delle macchiette. E si permette di chiamare i migliori attori del momento tra America e Europa, c'è perfino l'Edgar Ramirez di "Carlos" di Olivier Assayas.

Ma quello che le interessa è il viaggio di Maya dentro la violenza del conflitto, alla ricerca di una vendetta dove non entrerà mai la sua vita privata, la sua storia. Se l'Ethan di "Sentieri selvaggi" era il reduce di una guerra perduta e combattuta dalla parte sbagliata, Maya è reduce solo dell'orrore dell'11 settembre, ma non ha il peso di una storia passata sulle sue spalle. Lo avrà andando avanti nella storia, visto che si trascinerà dietro lungo dieci anni tutto l'orrore e la violenza che la sua ricerca toccherà e della quale non potrà non essere scalfita.

 

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