IL CINEMA DEI GIUSTI - E’ VERO CHE QUESTO “LAVOREREMO DA GRANDI” DI ANTONIO ALBANESE NON FUNZIONA COME IL SUO PRECEDENTE FILM, “CENTO DOMENICHE”, MA VA RICONOSCIUTO AD ALBANESE E AL SUO CAST IL CORAGGIO DI PORTARE AVANTI CON UN CERTO TIPO DI DARK COMEDY, CHE IN ITALIA È DIFFICILE DA FARE - CON IL MORTO-NON-MORTO NEL LAGO D’ORTA, CON LA NOTTE CHE NON FINISCE MAI DOVE VENGONO A GALLA LE SFIGHE DEI PERSONAGGI, CON IL PROCEDERE NEGLI APPIGLI TEATRALI SENZA AVERE UN TESTO CHE LI GIUSTIFICHI, IL FILM, CHE PURE ERA PARTITO BENE, PERDE UN PO’ DI CREDIBILITÀ. MA RIMANE UN ESPERIMENTO INTERESSANTE… - VIDEO
Marco Giusti per Dagospia
nicola rignanese, niccolo' ferrero, antonio albanese e giuseppe battiston in lavoreremo da grandi
E’ vero, come scrivono in molti, che questo “Lavoreremo da grandi”, settima regia di Antonio Albanese, anche sceneggiatore assieme a Piero Guerrera e protagonista assieme a Giuseppe Battiston, Nicola Rignanese e Niccolò Ferrero, non funziona come il suo precedente film da regista e protagonista, “Cento domeniche”, che aveva inoltre un’idea di commedia sociale che qui mi sembra manchi del tutto.
Ma va riconosciuto a Albanese e al suo cast tecnico e artistico il coraggio di portare avanti con estrema attenzione un certo tipo di commedia grottesca, qui addirittura dark comedy, che in Italia è difficile da fare e che difficilmente trova il gradimento del pubblico. Come i due ubriaconi del celebrato “Le città di pianura” di Francesco Sossai, anche questi amiconi, più teatrali meno cinematografici, che passeranno la notte alla ricerca di un alibi da costruirsi per un delitto che non hanno commesso e non è neanche un delitto, girano a vuoto nel profondo nord d’Italia.
Ma se lì i due si muovono in un mondo che la cementificazione ha trasformato in qualcosa di profondamente mutato rispetto al passato, al punto che dalla Tomba Brion di Carlo Scarpa si vedono solo brutte case e non il panorama veneto, e l’unica risposta sembra quella di bere fino a stordirsi, qui i personaggi si muovono più per un meccanismo teatrale che Albanese-Battiston-Rignanese ben conoscono, ma che spesso è un po’ fine a se stesso.
Al punto che l’apparizione di Bebo Storti come barista filosofo con codino che lancia massime nella notte o la mignotta magra magra ma generosa che li andrà a trovare, spezzano parecchio il torpore della situazione e avremmo voluto magari qualche sviluppo più consistente. Così come lo vediamo, il film sembra quasi una prova generale per qualcosa di teatrale da sistemare.
Rignanese, che fa l’ubriachissimo Gigi, l’amico che aspettava l’eredità della madre e ha scoperto che gli ha lasciato solo le sue parrucche, dorme stordito tutto il tempo, si sveglierà solo alla fine per la sua unica battuta, quella che troviamo anche nel trailer, ma è come perderlo per un’ora e mezzo. Ne vorremmo di più, anche se capisco che la costruzione della gag finale, pur spoilerata nel trailer, doveva portare a questa scelta.
Fuori gioco Rignanese, che è una spalla meravigliosa, Albanese e Battiston portano il peso di tutto il film come gli amici Umberto e Beppe, solo a tratti diviso con il più giovane Niccolò Ferrero, che fa Toni, il figlio del protagonista, Umberto, appena uscito di galera per assegni scoperti. Ora, Battiston e Albanese sono attori fini e bravissimi, ma non hanno né una storia che sorregga i loro sforzi né una qualche costruzione da coppia comica come erano Albanese e Rignanese nei film di Cetto Laqualunque.
Con il morto-non-morto nel Lago d’Orta, con la notte che non finisce mai dove vengono a galla le sfighe dei personaggi, con il procedere negli appigli teatrali senza avere un testo che li giustifichi, il film, che pure era partito bene, sembrava una commedia alla Piero Chiara con balordi alle prese con qualcosa più grande di loro, perde un po’ di credibilità.
Ma rimane un esperimento interessante per un tipo di commedia, ripeto, che da noi è difficile da far digerire al pubblico. Per non parlare della critica. In sala. 3
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