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IL CINEMA DEI GIUSTI - "L'ORTO AMERICANO", L'ULTIMO FILM DI PUPI AVATI, MI HA FAVOREVOLMENTE COLPITO. SOPRATTUTTO LA PRIMA PARTE, QUELLA AMERICANA - NELLA SECONDA PARTE IL FILM NON È TENUTO COME NELLA PRIMA E APRE TROPPE STRADE, INSERENDO UN PROCESSO TROPPO LUNGO RISPETTO ALLA COSTRUZIONE DEL RACCONTO, CHE APPESANTISCE UN PO' LA SITUAZIONE. MA DEVO AMMETTERE CHE A 86 ANNI È DIFFICILE SCRIVERE E GIRARE UN FILM DI QUESTO TIPO ED È DECISAMENTE SUPERIORE DEI SUOI ULTIMI DUE, QUELLO SU DANTE E LA LOVE STORY CON GABRIELE LAVIA E EDWIGE FENECH… - VIDEO

Marco Giusti per Dagospia

l'orto americano

 

"L'ha già recensito L'orto americano di Pupi Avati?", mi chiede il tassinaro che mi porta a Termini. Ho un sussulto. Gli dico che ancora no, scriverò la recensione in treno sul cellulare e gli racconto, per ringraziarlo dell'interesse, una tipica storia alla Pupi Avati che mi vede co-protagonista. E che mi mette anche un po' in imbarazzo soprattutto rispetto allo scrivere la recensione di questo ultimo film di Pupi Avati.

 

l'orto americano

Insomma lo scorso 26 dicembre, a tarda notte, ricevo un messaggio. Ciao sono Pupi ti voglio parlare. Ora. Sono anni che parlo e scrivo malissimo dei film di Pupi Avati. Ho detto le peggio cose. A volte anche un po' gratuite ma è nel mio carattere. Ho sempre pensato di dover difendere un altro tipo di cinema. Nulla di personale. Solo una lunga querelle critica. Rispondo: Ciao sono Marco Giusti. Sei proprio sicuro di volermi parlare? Si. Mi vuole parlare e mi spiega che a 86 anni non vuole più avere nemici e vuole fare pace con me. A Natale.

l'orto americano

 

Posso seguitare anche a stroncargli i film. Ohibò! Cosa fare? Mi arrendo subito. Peggio di uno di quei personaggi mollaccioni dei film di Pupi Avati. E mi torna in mente quello che diceva il mio vecchio socio Tatti Sanguineti a difesa di Pupi Avati. Che è rimasto solo lui  di tutto il grande cinema italiano del 900 a fare film all'antica. Avati è l'ultimo. Come fosse un vecchio ristorante che sa fare i tortellini bene. Me lo disse anche John Landis. Ma ho sempre resistito.

 

l'orto americano

Insomma. Vado a vedere "L'orto americano", il suo ultimo film, un tipico horror ghost alla Pupi Avati e, guarda un po', era inevitabile, vengo favorevolmente colpito dal film, soprattutto dalla prima parte, quella americana. Dove il protagonista, Filippo Scotti, va nella cittadina di Davenport nel primo Dopoguerra e incontra la sublime Rita Tushingham di "The Knack", "Sapore di miele" "Zivago", la mamma di una ausiliaria americana che lui ha incontrato un attimo in Italia a guerra non ancora finita e che viene data per morta. Ma il corpo non è mai stato ritrovato.

 

l'orto americano

Ma nell'orto americano (da qui il titolo del film) che divide casa del protagonista dalla casa della Tushingham, lui fa un macabro ritrovamento. Quando tornerà in Italia andrà alla ricerca del corpo della ragazza o di quel che ne resta, ammesso che sia veramente morta, dalle parti di Ferrara e si scontrera' con una serie di personaggi compreso un serial killer, un fratello professore di lettere classiche,  che faranno esplodere la sua mente già confusa. Quello che scopre è vero o se lo è inventato lui? Tipico film di Pupi Avati, si dirà.

l'orto americano

 

Ma devo ammettere che a 86 anni è difficile scrivere e girare un film di questo tipo. Mi è piaciuta la fotografia povera in bianco e nero di Cesare Bastelli, mi è piaciuta la scenografia, essenziale ma intelligente, mi sono piaciuti parecchi attori, come Roberto De Francesco, la Tushingham, Scotti. Nella seconda parte il film non è tenuto come nella prima e apre troppe strade, inserendo un processo troppo lungo rispetto alla costruzione del racconto che appesantisce un po' la situazione.

 

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Ma l'uomo che vende i cadaveri di guerra è bello e in generale Avati ci riporta tangibile la follia del momento storico e l'orrore del tempo. Il film, rispetto agli ultimi due di Pupi Avati, quello su Dante e la love story con Gabriele Lavia e Edwige Fenech, è decisamente superiore. Magari se non avessi fatto pace con lui avrei scritto altre cose. Lo so benissimo. Ma chi può dirlo? E ancora penso che averlo scelto come film di chiusura di Venezia lo scorso settembre non sia stata una grande idea. In sala da domani.

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