challengers

IL CINEMA DEI GIUSTI - SIETE PRONTI PER “CHALLENGERS” DI LUCA GUADAGNINO, GIÀ SALUTATO COME “VISCERALE/ESILARANTE/SEXY”, “IL PRIMO VERO CAPOLAVORO CINEMATOGRAFICO DEL 2024”, “IL SUO FILM PIÙ DIVERTENTE”?  - UNA STORIA D’AMORE SCANDALOSA A TRE, CON ZENDAYA NELLA MIGLIOR PROVA DELLA SUA CARRIERA E GIÀ LANCIATA PER GLI OSCAR, DOVE GUADAGNINO SI SERVE DELLA METAFORA DEL TENNIS, GIOCO RIGIDO (MA ANCHE FLUIDO) COME UN COPIONE. NON È FORSE UN FILM APPASSIONATO MA È FORSE LA PIÙ ALTA MACCHINA DI CINEMA CHE GUADAGNINO ABBIA MAI GIRATO - VIDEO

Marco Giusti per Dagospia

zendaya in challengers

 

Allora. Siete davvero pronti per “Challengers” di Luca Guadagnino, già salutato come “viscerale/esilarante/sexy”, “il primo vero capolavoro cinematografico del 2024”, “il suo film più divertente”, “il suo film più accattivante”? Mi azzardo. Vi avverto che ho studiato.

 

Quello che ha portato Luca Guadagnino a Hollywood con “Challengers”, salutato come un miracolo dalla stampa internazionale, è un po’ quello che i critici degli anni ’30 ritenevano avesse portato Ernst Lubitsch a Hollywood con il suo meraviglioso “Design for Living”, un’altra storia d’amore scandalosa a tre, battezzata da Noel Coward “una commedia su due uomini che amano la stessa donna e si amano l’un l’altro”, che qui sono Zendaya (27), nella miglior prova della sua carriera, già lanciata per gli Oscar, indecisa tra Josh O’Connor (33) e Mike Faist (32), e lì erano Miriam Hopkins (31), indecisa tra Fredric March (36) e Gary Cooper (32).

 

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Cosa aveva portato Lubitsch a Hollywood? Leggo. “Un’idea di gusto, sottigliezza, humor, ironia e un’inclinazione stravagante che solo un regista europeo poteva concepire e realizzare”. A differenza di “Design for Living”, scritto da Lubitsch e Ben Hecht in due mesi a partire dalla commedia di Noel Coward, in realtà molto tradita, coi due inglesi che diventano “due personaggi americani molto reali che fanno cose strane e selvagge, come fossero Ben Hecht e Charles MacArthur”, diceva Lubitsch, “Challengers”, scritto dall’esordiente Justin Kuritzkes, marito della sofisticata Celine Song di “Past Lives”, può ora tranquillamente costruire il suo triangolo amoroso, senza scandalizzare nessuna Legion of Decency di bacchettoni americani.

 

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Un triangolo dove tutti e tre i protagonisti, i due americani bianchi che fanno anche qui “cose strane e selvagge” fra di loro e formano con la non-bianca Zendaya la stessa situazione lubitschiana dei tre moschettieri, possono amarsi senza problemi. Lui e lei, lei e lui, lui e lui, e, soprattutto lui-lei-lui. Rispecchiando in pieno le indicazioni di Lubitsch sull’originalità di un testo, “non mi importa se una storia sia originale o un adattamento, mi interessa solo che sia interessante. Se è interessante allora possiamo fare qualcosa”, Guadagnino si serve della sceneggiatura più o meno “originale” e della metafora del tennis, gioco rigido (ma anche fluido) come un copione, per “fare qualcosa”, cioè giocare la sua partita.

 

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Lo vediamo nelle primissime scene, dove la macchina da presa del suo favoloso direttore della fotografia, Sayombhu Mukdeeprom, sfonda l’inquadratura fissa sul campo rettangolare della gara finale dei due sfidanti amici/nemici Patrick Zweig e Art Davidson, cioè Josh O’Connor e Mike Faist, per puntare dritto con una imposizione di regia sullo sguardo del terzo player, la Tashi Duncan di Zendaya, la donna contesa o forse solo la donna che sta in mezzo a due uomini che cercano di ritrovarsi come Kirk Douglas e Tony Curtis ne “I vichinghi” di Fleischer. Una donna che, rigorosamente, non guarda né di qua né di là, ma che ha un filo diretto col regista.

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Perché è lei la punta del triangolo. Perfettamente al centro dell’inquadratura. E’ lei a dominare la situazione, in grado di cambiare per sempre al gioco. Neanche mezzora dopo vedremo la stessa composizione nella scena d’amore a tre sul letto con Zendaya in mezzo e loro ai lati. Ma poi a baciarsi l’un l’altro saranno soprattutto loro. Sotto lo sguardo amoroso di lei.

 

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Guadagnino ci fa capire subito, insomma, che la partita si gioca tra loro tre e che può dare vita a qualsiasi soluzione finale, anche se il tennis si gioca in due o in quattro e a Zendaya, dopo la caduta, spetterà un ruolo quasi di regia della situazione. Perché quello che stiamo per vedere, anche se costruito su più piani temporali, andiamo avanti e indietro nel tempo secondo i modelli del cinema contemporaneo che il copione di Kuritzkes incarna benissimo, e la musica di Atticus Ross e Trent Raznor sottolineano alla perfezione, passando da dieci anni a tre-due giorni prima, svelando continuamente mosse, finte, battute, dolcezze, tradimenti, non è altro che una partita di tennis.

 

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Un gioco dove, come dicono i protagonisti, il passato non esiste. Esiste solo il presente, cioè chi vince. Durante questa lunga partita, che avrà uno strepitoso terzo atto o terzo set e dove l’amore più libero, come in Lubitsch, trionferà, Guadagnino si libera di qualsiasi modello di cinema (penso al finale di “Lo sperone nudo” di Anthony Mann con Stewart-Leigh-Ryan) o di metafora per incantarci liberamente sulle infinite possibilità che ha il trio di giovani attori, già pronti a diventare delle vere star, per incontrarsi/scontrarsi/amarsi/lasciarsi e costruire, cinematograficamente, una commedia. Finalmente. Fatta di sguardi, sentimenti, emozioni continue.

 

E’ vero, come ho letto in una delle tante critiche esaltanti sul film, che se i tre protagonisti fossero stati solo un po’ più grandi, cioè un cast di quarantenni, e non dei ragazzi di 27-31-32 anni così belli, non avremmo sentito tanta sensualità. Una sensualità, però, che non ci arriva solo dai loro corpi e dalle loro azioni da protagonisti, ma da come sono inquadrati, da come si muovono, da come sono costruiti i loro personaggi, dalla loro continua commedia. Per arrivare a questo tipo di commedia Guadagnino deve però continuamente rovesciare la situazione che mette in scena e smontare quel che il pubblico vedeva come realtà sui rapporti a due a due tra i tre personaggi.

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Per questo ha bisogno di quel che è più lontano dal gioco del tennis, cioè il passato, i continui flash-back vicini e meno vicini, per farci capire il perché delle mosse dei protagonisti e delle loro scelte. Anche se il film è, come hanno scritto in molti, estremamente moderno e estremamente piacevole, questo gioco continuo di ritorno al passato e al presente e di svelamento di mosse anche recentissime fra i tre, lo spinge a un alto equilibrismo registico che può anche non piacere a un pubblico più antiquato.

 

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Ma sappiamo bene che pochi registi sanno intercettare come Guadagnino con la sola messa in scena di due-tre personaggi la contemporaneità. Anche la sola superficie della contemporaneità. Al di là di sceneggiatura e musica. Non ha davvero bisogno di altro. Il pubblico dei giovanissimi lo sa bene. Come lo sanno i giovani attori, pronti a diventare delle star nelle sue mani.

 

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Non è forse un film appassionato e sensibile come “Bones and All”, ma è forse la più alta macchina di cinema che Guadagnino abbia mai girato e il suo film più hollywoodiano. Una commedia. Come diceva Lubitsch sempre a proposito di “Design for Living”, “un film assolutamente sincero non è sempre un successo al box office”. In sala dal 24 aprile.

 

 

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