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VA’ DOVE TI PORTA IL BUSINESS - DALLO SCIPPO DEL SALONE DEL LIBRO ALLA GRANDE MOSTRA SU MANET FINITA A PALAZZO REALE: COSÌ MILANO “SVUOTA” TORINO - LA GIUNTA APPENDINO STA FACENDO PERDERE APPEAL AL CAPOLUOGO PIEMONTESE?

APPENDINOAPPENDINO

Paolo Griseri per la Repubblica

 

Va’ dove ti porta il business. E il business, di questi tempi, porta a Milano. L’ultima grana è la fuga della grande mostra su Manet, promessa dal Museé d’Orsay alla città di Torino e finita, dopo una zuffa tra vecchi e nuovi gruppi dirigenti torinesi, diritta nelle sale del Palazzo Reale milanese. Smacco che si somma alla polemica culturale più gettonata dell’estate: lo scippo del Salone del Libro, planato sotto il decumano di Expo dopo ventinove anni di permanenza nell’ex città della Fiat.

 

«È un fatto», fa osservare il governatore del Piemonte, Sergio Chiamparino, «che la giunta Fassino aveva rapporti internazionali in grado di equilibrare la naturale forza centripeta di Milano».

 

Dopo gli anni delle Olimpiadi invernali torinesi e delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, con Expo il pendolo degli investimenti e dell’attrattività è tornato a viaggiare verso il capoluogo lombardo già naturalmente meglio organizzato, con un bacino metropolitano quattro volte più popolato di quello torinese. E ci è tornato nel momento in cui la nuova giunta 5Stelle di Chiara Appendino sceglie di fare della decrescita più o meno felice uno dei suoi cavalli di battaglia.

SALONE DEL LIBRO TORINOSALONE DEL LIBRO TORINO

 

«Non faremo più mostre blokbuster »: era stato il motto della campagna elettorale grillina. La parola d’ordine era stata quella dell’autarchia: mostre finanziate solo dal Comune, basta commistioni con i privati. Un programma da socialismo reale. Massimo Vitta Zellman, azionista di Skira e organizzatore della mostra su Manet, ha preso sul serio le affermazioni grilline: «Con Fassino il Comune ci dava una mano a trovare gli sponsor », ha detto a Repubblica Milano, «con la nuova amministrazione avremmo rischiato. Calcoliamo che l’allestimento milanese ci renderà 3,5 euro a biglietto in più». In soldoni, un milione di euro.

 

chiara appendinochiara appendino

La giunta Appendino sta facendo perdere appeal alla citta? Questo è il tema. Piero Fassino, l’ex sindaco della sinistra sconfitto a giugno, dice con sincerità: «Non si può imputare la vicenda del Salone del Libro all’attuale amministrazione». La rissa con l’associazione degli editori era infatti iniziata prima del cambio di giunta a Torino. Ma sul trasloco del «Dejeuner sur l’erbe» nei prati milanesi la responsabilità è tutta del governo grillino: «Noi avevamo rapporti che ci avevano consentito di progettare la mostra, evidenemente chi è venuto dopo non ha saputo coltivarli», distilla Fassino.

 

SALONE LIBRO LINGOTTOSALONE LIBRO LINGOTTO

A farne le spese la presidente della Fondazione Torino Musei, Patrizia Asproni, accusata da Appendino di averle nascosto la fuga a Milano della mostra «blockbuster ». Ieri, con un’intervista al Corriere, Asproni ha sbattuto la porta dimettendosi. «Con lei si era incrinato il rapporto di fiducia», ha confermato Appendino.

 

Ma la rissa culturale è solo uno dei capitoli della lunga guerra tra le due città del nord. Invano già nell’estate la presidente dell’Enit e del Museo Egiziao, Evelina Christillin, aveva cercato di mediare: «Non possiamo azzuffarci come i modenesi e i bolognesi nella Secchia Rapita». Considerazione ragionevole, apprezzata nelle dichiarazioni del giorno dopo ma rimasta sostanzialmente inapplicata.

 

OLYMPIA MANETOLYMPIA MANET

«Dopo Expo, lo squilibrio tra le due aree metropolitane si è accentuato», spiega Giuseppina De Sanctis, assessore all’industria del Piemonte. «La sola presenza della nuova area fiersitica di Rho rappresenta una forza di attrazione difficile da constrare», ammette Chiamparino. Il fatto è che, proprio negli anni precedenti Expo, i milanesi si sono dati da fare, hanno intrecciato relazioni. «Lo scippo di Manet? Non c’è stato alcun scippo.

 

Siamo intervenuti dopo che gli organizzatori della mostra avevano chiuso l’ipotesi Torino», racconta Filippo Del Corno, assessore alla cultura di Milano. E aggiunge: «Da tempo abbiamo un rapporto con le ferrovie francesi e il Musée d’Orsay. Quando è saltata la mostra a Torino, è stato abbastanza naturale che venissero a offrirla a noi».

 

PATRIZIA ASPRONIPATRIZIA ASPRONI

Organizzazione, tempismo, capacità di fare sistema. «Per Torino pensare di fare la guerra a Milano è un’idea suicida», sintetizza il torinese Gian Maria Gros Pietro, numero uno di Intesa San Paolo, la banca nata dalla fusione tra gli istituti di credito delle due città. «L’unica vera strada», dice Gros Pietro, «è quella della complementarietà. Torino deve tornare a specializzarsi sul piano industriale e culturale, trovare una nuova identità in settori oggi poco battuti». Anche per Fassino «la vera sfida è pensare le due città come parti di un’unica grande area. Oggi sono a 40 minuti di treno, alla fine del prossimo anno saranno a 26».

 

Quella della collaborazione è molto probabilmente la strada più saggia. Del Corno riconosce che «su molti terreni, come quello delle manifestazioni musicali, con Torino collaboriamo bene». Ma il senso di frustrazione che oggi si vive nel capoluogo piemontese non verrà lenito da queste considerazioni ragionevoli.

SALONE LIBRO 1SALONE LIBRO 1

 

Perché in fondo la migrazione a Milano della cultura è la perdita dell’alternativa, almeno parziale, all’unico trasloco che in questi anni ha sempre ossessionato i torinesi: quello della Fiat. Il pauperismo grillino non aiuta a risollevare il morale. In questi giorni ai congressisti convenuti in città la giunta Appendino offre gratis una visita al locale museo della frutta. Un po’ come digiunare sull’erba.

SALONE LIBROSALONE LIBROLA PRIMAVERA DI MANETLA PRIMAVERA DI MANET

 

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