LA GIUSTIZIA SFATTA - DOPO 40 ANNI ARRIVA SU RAI5 IL FILM DENUNCIA DI LELIO LUTTAZZI CONTRO LO STRAPOTERE DEI GIUDICI (“L’ILLAZIONE”) - NEL 1972 LA RAI SI RIFIUTÒ DI TRASMETTERLO - LA PELLICOLA FU GIRATA DOPO IL PROSCIOGLIMENTO DI LUTTAZZI DALLE ACCUSE DI SPACCIO DI DROGA NATE DA UN’INTERCETTAZIONE TRA WALTER CHIARI E UN PUSHER - PER L’ERRORE GIUDIZIARIO FU COSTRETTO A 27 GIORNI DI CARCERE (E GLI ANDÒ ANCHE BENE) QUAND’ERA UNO DEI PERSONAGGI PIÙ AMATI DAL PUBBLICO…

Maurizio Caverzan per "il Giornale"

Un film contro lo strapotere dei giudici. Contro la loro impunità. Una pellicola di denuncia che, eravamo nel 1972, la Rai rifiutò di trasmettere. Una lacuna che viene colmata ora, 40 anni dopo. Domenica sera Rai5 trasmetterà L'illazione, film scritto diretto e interpretato da Lelio Luttazzi, dopo che nel pomeriggio il Festival Internazionale del Film di Roma gli avrà reso omaggio proiettandolo come evento speciale.

Girato con pochi mezzi in gran parte in una villa nella campagna romana dove un gruppo di persone si ritrova a cena, L'illazione è un'opera di appena 60 minuti che risente del clima e delle mode dell'epoca, con molti dialoghi e qualche digressione onirica. Il cuore della storia invece - gli errori dei giudici - è di un'attualità sconvolgente (come conferma anche l'ultimo libro di Stefano Zurlo, Prepotenti e impuniti, Piemme).

E conserva la forza di un pamphlet, sebbene girato nel 1972, un anno dopo il proscioglimento di Luttazzi dalle accuse di detenzione e spaccio di droga nate da un'intercettazione tra Walter Chiari e uno spacciatore. Accuse che lo costrinsero a 27 giorni di carcere quand'era uno dei personaggi più amati dal pubblico, musicista sopraffino, presentatore di rara eleganza, simbolo della tv in bianco e nero. Finalmente ora vedremo L'illazione, grazie alla dedizione della vedova Rossana Luttazzi e al restauro realizzato da «L'immagine ritrovata» di Bologna con la supervisione di Cesare Bastelli.

Con tanto di barba anticonformista, Luttazzi è uno scrittore deciso ad aiutare l'amico medico (Mario Valdemarin) caduto in depressione a causa delle lettere anonime che lo accusano di aver praticato l'eutanasia sul figlio neonato e sub-normale. Tra un bicchiere di vino e un disco jazz, lo scrittore sottopone la vicenda a un ambiguo magistrato (Alessandro Sperlì), acquirente del terreno adiacente la villa.

Le cose però non vanno per il verso giusto e il giudice imbastisce a sorpresa una sorta di processo kafkiano in cui le vittime, in un susseguirsi di dialoghi acuminati, si trasformano in indiziati. «Tra noi intellettualoidi e voi magistrati c'è una differenza», osserva lo scrittore Luttazzi. «Mentre voi presumete di conoscere di volta in volta la verità noi viviamo nel dubbio perenne, come Socrate. Un brindisi alla cicuta!».

Il magistrato: «Lei è un artista, il nostro mestiere lo lasci a noi. Il popolo ha bisogno di essere rassicurato da una giustizia energica, severa, dura se serve». E così, in attesa di un caffè anti-abbiocco, il giudice severo e duro mette nel mirino il medico taciturno. «Di che cosa dubita», gli chiede lo scrittore. «Di niente, non sono un socratico. Focalizzo dei concetti». «O dei preconcetti», precisa Luttazzi prima di condensare la sua denuncia: «Quindi, lei che ha il potere di decidere della libertà e della vita di tutti noi si abbandona all'illazione come fanno quelli che stanno massacrando il mio povero amico.

E magari a questo sistema si abbandona anche nella sua professione. Eh già, tanto anche se sbaglia, a chi deve rispondere, eh?». Le battute di Luttazzi fanno pensare anche oggi: «In una società ben organizzata chi ha responsabilità sociali andrebbe psicanalizzato prima di essere immesso nella professione.

Certe tendenze negative che fanno parte della nostra natura, sadismo, volontà di potenza, narcisismo, esibizionismo ... possono spingerci a scegliere professioni dove possiamo meglio soddisfarci rimanendo al coperto». «E perché io dovrei psicanalizzarmi e lei che è scrittore no?», chiede il magistrato. «Perché io non ho il potere di mandare in galera la gente».

Fu Rossana Luttazzi a ritrovare nel '78 durante un trasloco la pizza della pellicola: «"E questa cos'è?", chiesi a mio marito. "È un film di qualche anno fa. L'ho scritto, girato, interpretato. Ma non se n'è mai parlato perché è contro un giudice", tagliò corto lui». Tempo dopo, pur di vederlo, la moglie lo fece riversare in una cassetta vhs. «Ma Lelio non volle rivederlo. "Mi fa male... Lo sai che cosa mi ricorda... Non parlarmene più", protestò.

Così lasciai perdere», ricorda ancora la signora Rossana. Che un anno fa, pochi mesi dopo la morte del marito, nel luglio 2010, diede vita alla Fondazione Lelio Luttazzi. «Era il modo per continuare a occuparmi di lui, come avevo fatto per 36 anni. Mostrai L'illazione a un amico critico cinematografico, che mi spronò assolutamente a fare qualcosa perché il film di Lelio lo meritava».

 

WALTER CHIARIUNA SCENA DI L ILLAZIONE DI LELIO LUTTAZZI lelio luttazzi LELIO LUTTAZZI LELIO LUTTAZZI E WALTER CHIARI

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