PERCHE’ NON POSSIAMO NON DIRCI BERKELEYANI - IL MOTTO DEL TEOLOGO IMMATERIALISTA “EST PERCIPI” (ESSERE È VENIRE PERCEPITI) PARAFRASATO IN CHIAVE MONDANA DIVENTA “IN SOCIETÀ ESISTERE E’ ESSERE PERCEPITI O PERCEPIRE” - E’ LA VANITÀ L’UNICA DIVINITÀ DEL XX E DEL XXI SECOLO (FLAUBERT, HOBBES, PIRANDELLO E SOPRATTUTTO PROUST DOCENT) - CHI NON APPARE NON È, SOPRATTUTTO NELLA SOCIETÀ DELLO SPETTACOLO…

Massimiliano Panarari per La Stampa

Viviamo nella società dello spettacolo, dove l'abito fa decisamente (insieme con vari altri accessori) il monaco. Ce lo ha detto Guy Debord, ma ancor prima è stato, secondo un interessante libro che esce oggi, il filosofo (e vescovo) irlandese George Berkeley, al quale dobbiamo la celebre massima est percipi («essere è venire percepiti»). Nel suo Le apparenze Una filosofia del prestigio (il Mulino, pp. 222, € 20), la storica della filosofia Barbara Carnevali (ricercatrice invitata al parigino Institut d'Études Avancées) prende le mosse proprio dall'immaterialismo berkeleyano, riformulandolo ad hoc per analizzare il peso delle apparenze e dello nelle società occidentali.

Ed ecco che il motto del teologo empirista che, appositamente parafrasato «in chiave mondana» diviene in societate esse est percipi aut percipere («in società esistere è essere percepiti o percepiti»), fornisce una chiave interpretativa originale per spiegare le aspirazioni e i bisogni di rappresentazione dell'aristocrazia e della borghesia europea, arrivando sino all'incontenibile e generalizzata smania postmoderna che ci vorrebbe far essere «tutti divi».

«La vanità è alla base di tutto», scriveva Gustave Flaubert, uno che se ne intendeva al punto da avere creato il personaggio di Madame Bovary e diagnosticato il fenomeno del bovarismo, manifestazione patologica del «manierismo snobistico» e perfetta raffigurazione della farsa di una piccola borghesia che si mostra (e vive) al di sopra delle proprie possibilità nel disperato (e sventurato) tentativo di scimmiottare la classe sociale superiore, non avendone, però, i mezzi e le dotazioni materiali.

A identificare chiaramente - e severamente - per primo il ruolo della vanity nelle umane esistenze è però, come ci racconta il volume, il sommo Thomas Hobbes, il quale designava con questa parola una malriposta sensazione di superiorità che si dedicava quasi esclusivamente a «bagatelle» e «scemenze», ma possedeva un impatto devastante sul consesso sociale; e ne era a tal punto preoccupato da considerarla tra le cause principali della famigerata «guerra di tutti contro tutti».

La società occidentale prende così a ruotare sempre più vorticosamente intorno alla «fiera delle vanità» (centrifuga irresistibile di prestigio, successo, pettegolezzi, fama, mode, e chi più ne ha più ne metta, a partire dalle invidie) e all'apparire sociale; un combinato disposto che trova una serie di formidabili cronachisti in alcuni, più o meno grandi, letterati, da William M. Thackeray (autore, nel 1848, giustappunto del romanzo Vanity Fair ) a Marcel Proust.

La letteratura europea si popola quindi di rampanti e arrivisti, tutti in cerca del loro quarto d'ora di notorietà ante litteram , ma nessuno, più dell'autore della torrenziale Recherche , sublime narratore della «chiccosa» Café Society, saprà tradurre in scrittura il senso e il côté mondano del motto di Berkeley mediante le vicende che fanno perno sull'aristocratica famiglia Guermantes.

E se Proust, ossessionato dalla memoria, cerca di configurare l'identità dei suoi personaggi sullo sfondo della trama dei loro «giochi di società», c'è chi invece, come Luigi Pirandello, alimenta la dissoluzione dell'io e proclama, malinconicamente e angosciosamente, ma senza negarsi qualche punta di umorismo, l'inaggirabilità della dimensione dell'apparenza.

I suoi individui, d'altronde, sono pensati per il teatro, medium di rappresentazione per eccellenza, e il Novecento in cui lo scrittore siciliano giganteggia è secolo mediale per antonomasia, così come mediale si rivela il ruolo delle apparenze, mezzi di comunicazione e di definizione delle relazioni tra le persone, che, per loro tramite, indossano, per la maggior parte del tempo, delle maschere (come insegnano la psicanalisi e lo stesso Pirandello).

Non c'è da stupirsi, allora, se il prestigio nel XX secolo (e all'inizio del XXI) passa in primis attraverso i mass media, e quella loro peculiare (e spesso discutibile) filiazione che è l'industria del gossip - regno e pollaio della discussione collettiva intorno alla reputazione dei cosiddetti vip - che ha visto kingmaker e vittime illustri, da Andy Warhol a Marilyn Monroe.

E qui il cerchio parrebbe (quasi) chiudersi. Le apparenze sembrerebbero infatti dettare incontestabilmente legge e mettere la parola fine alla storia della separazione tra l' Homo oeconomicus e l'uomo estetico che aveva segnato tanto fortemente la cultura occidentale. Perché la società dello spettacolo, dolorosamente intuita e stigmatizzata dal neo-russoviano e neoromantico Debord, col suo feticismo della merce e l'idolatria del valore simbolico dei beni, getta le premesse per l'affermazione di un capitalismo simbolico che tutto tiene e tutto vince.

E, così, all'aristocrazia e all'alta borghesia subentra la «nuova nobiltà» dello star system che rovescia le «strategie di distinzione «di cui parlava Pierre Bourdieu, e vede i «divi» imbevuti della stessa cultura pop e di massa da cui le élite del passato erano impegnate a differenziarsi proprio mediante i gusti estetici.

A questo punto, per la gioia degli apocalittici, dovremmo assistere, ahinoi, al trionfo assoluto dell'alienazione. E rimarrebbero solo gli status symbol, come la limousine superaccessoriata su cui viaggia il protagonista di Cosmopolis di Don De Lillo, intento a contemplare la fine de facto della civiltà capitalistica e, in buona sostanza, dell'Occidente per come lo abbiamo conosciuto.

Ma speriamo che si tratti, per l'appunto, di una mera apparenza...

 

 

guy debord george berkeley jpegPirandello nel corso di una lettura alla radio negli anni Trenta Dal PIacere alla Dolce Vita Mondadori GUSTAVE flaubert

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