PAOLO ZACCAGNINI: IO LO CONOSCEVO BENE - ‘’ELMORE LEONARD USAVA LE PAROLE COME PALLOTTOLE O PETALI, MIRANDO SEMPRE AL CUORE CON UN SORRISO SULLE LABBRA”

Paolo Zaccagnini per Dagospia

Ciao Dutch. E anche Elmore John Leonard jr., nato nel 1925 a Saint Louis ma il cui none sara' sempre associato alla citta' di Detroit, dove aveva scelto di vivere e lavorare, se ne e' andato lasciando questa valle di lacrime molto più piangente, credetemi.

"Il piu' grande scrittore di polizieschi", per il Washington Post, "il piu' grande scrittore del nostro tempo", per il New York Times, "il miglior scrittore di libri polizieschi di sempre" per Newsweek oppure "un genio letterario", per il Sunday Times: giusto, giustissimo, giudizi azzeccati ma che non rendono pienamente quello che pensava Dutch di se stesso, cioe' uno che raccontava storie.

No, lui, Dutch, non si era mai preso sul serio, come tutte le persone serie non si era mai curato dei critici, lui scriveva storie, e tante ne ha scritte, per fare felici i suoi lettori, gli unici padroni che dovrebbe avere uno scrittore o un giornalista che dir si voglia.

Era stato riservista della Marina dal '43 al 46, si era laureato nel '50 all'universita' di Detroit, citta' mai piu' lasciata da allora, aveva iniziato a scrivere libri western nel '53 ma che era diverso lo si capisce da subito, leggendo le sue dieci regole per scrivere (vedi a seguire), che poi erano dieci regole di buon senso, quale era lui. Un uomo di buon senso.

Quello che ha smarrito questa epoca ma che lui mai perse. Un uomo che ha regalato storie straordinarie, ampiamente saccheggiate dal cinema e dalla tv. Ecco, proprio guardando la serie tv che era stata tratta dai suoi libri sullo smaliziato poliziotto, completo di cappello a larghe tese, Rayland e ambientato nel profondo Sud degli Stati Uniti d'America intitolata ‘'Justified'' e con lui come produttore esecutivo, si puo' vedere chi era Elmore.

Guardando attentamente gli atteggiamenti e le mosse di Timothy Oliphant, l'attore che interpreta Rayland, uomo di poche, pochissime parole ma, quando e' necessario, di azioni letali.

Ho avuto l'onore e il piacere di incontrarlo due volte, sapete, chi e' fan lo e' per sempre. E se lo ricorda sempre. Due incontri straordinari. Lascio ai critici, per intenderci quelli che non sentono musica, non vedono film e non leggono libri troppo impegnati a tranciare giudizi o ad assemblare rassegne varie, il giudizio wikipedico sulla sua opera, io mi limito a dire che Dutch era uno scrittore, usava le parole come pallottole o petali, mirava sempre al cuore con un sorriso sulle labbra.

Se, da studioso di letteratura americana, posso e voglio accostarlo a qualcuno lo accosterei ai nomi di Washington Irving, O' Henry, Ambrose Bierce, Stephen Crane, Raymond Carver, se penso alla scrittura col respiro del racconto, o a Henry David Thoreau, Nathaniel Hawthorne, Hermann Melville, William Faulkner, Nathaniel West, Rayomon Chandler e Samuel Dashiall Hammett, se invece penso alla scrittura col respiro del romanzo.

Scrittore di quelli che in questi tempi bui non se ne trovano piu'. Che puntano drittto al cuore e al cervello. E usano poche parole. Esilaranti. Definitive. Letali. Sara' una risata che vi seppellira', come scrisse quel compagno anarchico francese su un muro parigino all'inizio del secolo scorso. Una scrittura caricata a ironia. E fatta di lavoro, non di chiacchiere. Ma basta fare il professore, mancato, e lasciamoci andare ai ricordi. I due che ho.

A Courmayeur, al Noir In Festival, gli viene assegnato il premio Chandler, un nome che e' tutto un programma, e lui, Dutch, accompagnato dal figlio Peter, ora anche lui scrive superbi libri polizieschi ma e' figlio di Elmore, viene a ritirarlo. Ha piu' di 80 anni, e' alto, con barba e occhiali, un po' curvo per tutto il tempo passato a scrivere. Al Festival sono finite le proiezioni, e' notte fonda, ha nevicato abbondantemente e il sottoscritto, coperto come e piu' di un orso polare, sta cercando di fumarsi, nel rigore atmosferico della notte, un sigaro toscano Garibaldi.

Lentamente si apre la porta scorrevole dell'albergo ed esce lui, Dutch, indossando solamente giacca, pantaloni e maglione a collo alto. Il mio primo pensiero, da appassionato di letteratura poliziesca e' che con quel tempo morira' e io, suo imperituro fan, saro' li' a soccorrerlo.

Errato. Sbagliato. A passi lenti mi si avvicina, il meschinetto che vi scrive e' raggomitolato su un panchina cercando di combattere il gelo, e con una voce bassa, ideale per un protagonista di un film noir, mi chiede "have you got a match?", hai un fiammifero?, estraendo una sigaretta da un pacchetto. "Do you mind if I sit here?", ti dispiace se mi siedo qui?, mi dice.

E subito mi scatta un'idea, portarlo al Festivaletteratura di Mantova al quale collaboro da qualche anno. Gli spiego di cosa si tratta, lui sente, fuma, sente, fuma poi mi dice "parliamone" e mi augura buona notte. La sera dopo gli chiedo di parlare al telefono con chi si occupa dell'organizzazione della rassegna e lui, incredibile ma vero, prende il telefono, parla qualche minuto, chiede se il sottoscritto sara' presente a Mantova poi accetta di venire.

Sono i primi di dicembre, vorra' di dire che ci rivedremo ai primi di settembre. E cosi' e'. Col figlio Peter arriva. Ovviamente accolto da articoli wikipedici di chi chiaramente non lo ha mai letto, e mi porta come regalo il cortometraggio, che era nella cinquina dei premi Oscar di quell'anno, The Tonto woman, tratto da uno dei suoi piu' bei racconti western. Che poi mostreremo in piazza al pubblico del Festival.

Dei giorni passati insieme a Mantova, concedetemi, non parlo ma della sera che lo intervistai in pubblico sì che parlo. Tante gente a sentirlo, in totale adorazione, ma di addetti ai lavori neanche l'ombra perche' la sera Mantova si fa mondana e della letteratura, concedetemi, chissenefrega.

Quell'anno tra le altre cose che avevo organizzato c'era, a mio totale giudizio, la contemporanea presenza dei 5 migliori scrittori di polizieschi americani sotto i 50 anni, vale a dire Michael Connelly, Dennis Lehane, George Pelecanos. Robert Crais e Harlan Coben, con relativi incontri e interviste.

Solo Coben non era potuto venire, per motivi familiari, ma Connelly, Lehane, Pelecanos e Crais erano lì. E vederli scolaretti adoranti godersi ogni parola che pronunciava Dutch con quel suo tono calmo e tranquillo, e gustarne ogni espressione, ogni sarcastica battuta per me fu un piacere immenso. I miei eroi, coloro che hanno dato vita ai tanti personaggi che ho amato e amo moltissimo, insieme. E poi, dopo l'incontro pubblico, a cena tutti insieme, completi di mogli e figli.

Quella notte, lo confesso, non dormii, il mio essere fan non me lo permisi. E ne fu, e sono, contentissimo, fan come sempre. E non critico. Questo ricordo di Dutch non sarebbe completo se non ricordassi il suo profondo, straordinario amore per Detroit, nonostante sia la piu' grande metropoli statunitense che ha dichiarato bancarotta, abbia visto scendere la sua popolazione a 750mila abitanti dai precedenti 3 milioni e compaia rarissimamente nel tanto che ha scritto, e la sua enorme vena di scrittore di western, genere che andava moltissimo di moda quando inizio' a scrivere negli anni '50, giovane marito e padre con prole che si svegliava per scrivere ogni mattina alle 5 e poi andava a lavorare, come pubblicitario per undici anni, alle 8.

Quei primi libri, quei primi racconti gli diedero la fama e lo fecero conoscere ai produttori hollywoodiani che cominciarono a saccheggiare la sua produzione. Da ‘'Quel treno per Yuma'', ma lui mi disse che preferiva la versione con Glenn Ford e Van Heflin a quella con Russell Crowe, a ‘'Hombre'', con Paul Newman, fino a ‘'Io sono Valdez'' con Burt Lancaster. Per non parlare di quelli tratti dai suoi libri polizieschi. ‘'Get Shorty'' e ‘'Jackie Brown'', rovinato da Quentin Tarantino, per fare solo due titoli.

In tutto 23 film, lo scrittore più portato sullo schermo, tratti dai suoi libri. Libri. Non libri western o libri polizieschi. Perche' Elmore John Leonard jr., era uno Scrittore. E chi ama l'oggetto libro e la parola scritta e' molto felice di essere vissuto nei suoi anni. Dutch, grazie.

 

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