fausto leali mogol

“EVITAI DI LITIGARE CON MOGOL PER “A CHI” – FAUSTO LEALI RICORDA: “DI QUEL BRANO NE RISULTAVA GIÀ AUTORE MOGOL, CHE AVEVA DEPOSITATO IN SIAE UN’ALTRA VERSIONE. O ACCETTAVAMO CHE CONTINUASSE A RISULTARE LUI NEI CREDITI O AVREMMO PERSO LA POSSIBILITÀ DI ESEGUIRLA. ANCHE SE IL TESTO ERA DI BRAGGI, IL CHITARRISTA NEL GRUPPO CON CUI MI ESIBIVO AI TEMPI, SCEGLIEMMO QUESTA OPZIONE” – BAUDO E ARBORE, IL DUETTO CON MINA, LA SECONDA VITA IN TV TRA REALITY E TALENT (“MI DIVERTO PIÙ DA CONCORRENTE CHE DA GIUDICE. NON MI PIACE DARE I VOTI”) E IL RAP “GIUSTO PER I GIOVANI, NON PER ME” - VIDEO

 

Adriana Marmiroli per lastampa.it - Estratti

 

fausto leali

«A17 anni mi ero innamorato del blues, di Ray Charles e James Brown. Già mi esibivo, ma la mia voce non era ancora come la conoscete. Per anni l’ho costruita per farla aderire allo stile che amavo e a cui aspiravo». Così Fausto Leali, ragazzo della provincia bresciana, diventò il pioniere del rhythm’n’blues italiano, il «negro bianco» della canzone (come stride tra i denti quella parola ora interdetta, che a lui, per averla usata, costò l’espulsione da un Grande Fratello Vip).

 

Per questa carriera ricca, variegata e lunga (primo ingaggio nel 1950 a 14 anni, primo disco inciso con pseudonimo nel 1961, tante hit, tanti Festival di Sanremo di cui uno vinto), lo premiano stasera ad Agerola, al Festival dell’Alta Costiera Amalfitana – Sui sentieri degli dei. Dopo la premiazione, Leali live in concerto. «Con tutte le mie hit».

 

Un altro premio: ci avrà fatto l’abitudine, ormai. Quale più l’ha emozionata?

«Il primo Disco d’oro: per un milione di copie di A chi (sarebbero poi diventate 4, ndr). La canzone che ha cambiato la mia carriera»

 

Vero che fu un successo non così scontato? E che molto deve a Baudo e Arbore?

«Nell’ordine Baudo che, come la sentì, la scelse per il programma Settevoci, e poi Arbore, che la mandò in onda tutti i giorni in radio, e questo malgrado il disco non fosse ancora pronto. La mia casa discografica si convinse di stampare il 45 giri solo dopo il martellamento di Arbore e l’apprezzamento di Baudo».

mogol

 

Come mai le esitazioni dei discografici?

«C’erano dubbi perché quella canzone, cover di Hurt (che negli Usa era stato un successo di Timi Yuro ed Elvis Presley, ndr), era già stata incisa in Italia con il titolo di Ferite da altri cantanti (Milva, per esempio), ma non era mai decollata. Come A chi, con un nuovo testo e la mia interpretazione fece invece il botto».

 

Ma c’erano anche altri problemi da risolvere, giusto?

«Problemi burocratici e di diritti: ne risultava già autore Mogol, che aveva depositato in Siae un’altra versione. O accettavamo che continuasse a risultare lui nei crediti o avremmo perso la possibilità di eseguirla. Anche se il testo era di Braggi, il chitarrista nel gruppo con cui mi esibivo ai tempi, scegliemmo questa opzione. Ma non voglio innescare polemiche...».

 

Poi ha lavorato con Mogol: polemiche superate dai fatti?

«I rapporti anche allora non si erano mai veramente deteriorati. Insieme, più avanti, avremmo fatto belle cose. Non ultimo essere nella Nazionale Cantanti insieme. Insomma: mai pentito che avessimo preso quella decisione».

fausto leali

 

Più o meno sa quanti milioni di dischi ha venduto in tutto?

«Forse 8 milioni? No, molti di più. Mai tenuto il conto».

 

 

(…) A chi è del 1967. L’anno dopo va a Sanremo con Deborah: che ricorda?

«In un’edizione ricca di grandi artisti, da Armstrong a Hampton, da Warwick a Bassey, con me la eseguiva Wilson Pickett, che aveva accettato subito dopo avere ascoltato il provino con la mia voce che gli avevo portato a Londra. Diventammo amici. Così, quando durante il Sanremo 1969 nacque mia figlia che avevo chiamata Deborah, poiché anche lui era al festival (con Un’avventura insieme a Battisti), gli chiesi al volo di farle da padrino al battesimo».

 

Di Sanremo fu spesso il vincitore morale, quello che vendeva più dischi, però per vincerlo dovette aspettare il 1989 e Ti lascerò .

«Non ho vinto solo io: con me c’era una grandissima Anna Oxa».

Una soddisfazione che veniva dopo un decennio «minore». Cosa era accaduto?

«Quello che era capitato anche ad altri della mia generazione: era arrivata la valanga dei cantautori e noi esecutori eravamo stati messi da parte. Comunque, anche in quegli anni qualche zampata l’ho lasciata: nel 1976 Io camminerò, nel 1980 la mia Malafemmena diventata la sigla del ciclo tv su Totò. Il rilancio fu con il duetto con Mina del 1986, Via di qua, e il Sanremo 87, dove Io amo di Cutugno-Fasano andò benissimo. Poi nel’88 arriva Mi manchi».

Possiamo parlare di una terza fase della sua carriera, quella dei reality e dei talent?

«A fare Ballando con le stelle o Tale e quale mi sono davvero divertito. Mi diverto meno quando, come a Io canto, sono coach e giudice: non amo dare voti, ma fa parte del gioco, e cerco di farlo al meglio».

 

fausto leali mina

I duetti con Mina: come fu?

«La prima volta, nel 1986, fu lei a cercarmi. Sono andato a Lugano, abbiamo registrato insieme Ci eravamo conosciuti forse nel 1967, alla Bussola: io cantavo e lei era lì, tra il pubblico, con Corrado Pani. Nel 2016 invece per A chi mi dice sono stato io a cercarla: questa volta ci siamo sentiti solo per telefono e ognuno ha inciso nel proprio studio. Le magie del digitale. Ma senza la magia di cantare insieme».

Un duetto impossibile è quello con Zucchero?

«È spesso venuto a sentirmi, e io sono stato a casa sua. Abbiamo ragionato insieme di varie cose, non di progetti comuni. Fattibile? Forse. Lo stimo, lo trovo simpatico e penso sia un ottimo imprenditore: non è solo un grande cantautore, ma è anche molto bravo nel curare la propria immagine».

 

Cosa pensa delle giovani generazioni di cantanti?

fausto leali

«Ce ne sono di davvero bravi come le talentuose Serena Brancale e Alessandra Amoroso: ho voluto che cantassero al mio matrimonio con Germana. Tra gli uomini mi piacciono Irama e Lazza. Il rap non lo discuto, è un’altra cosa: giusta per i giovani, non proprio per me».

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