FINE-CITTÀ - CINECITTA’ SI RIVOLTA CONTRO LUIGI ABETE & SOCI AURELIO DE LAURENTIIS, LO SCARPARO DELLA VALLE E LA FAMIGLIA HAGGIAG - “CHIUDERE CINECITTÀ È PARADOSSALE COME SE NEVICASSE A LUGLIO”: E “NEVICA” DAVVERO SUL COLOSSEO - IN BALLO IL “RIPOSIZIONAMENTO” DI 220 DIPENDENTI - IL MINISTERO DELL’INVISIBILE ORNAGHI PRIMA TENTA UNA MEDIAZIONE, POI SE NE LAVA LE MANI E SI TIRA FUORI DALLA QUERELLE - COME A DIRE: “IO CI HO PROVATO, MO’ VEDETEVELA VOI”...

1- IL MINISTERO DEI BENI CULTURALI SI TIRA FUORI DALLA VERTENZA SU CINECITTÀ

COMUNICATO STAMPA

In merito alle vicende di Cinecittà Studios SpA, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, con delegazione guidata dal Segretario Generale, Arch. Antonia Pasqua Recchia, ha incontrato lo scorso 10 luglio le rappresentanze dei lavoratori, ascoltandone le ragioni e proponendosi quale facilitatore per un incontro con i vertici aziendali. Come segnale di disponibilità al dialogo anche da parte delle organizzazioni, il Ministero aveva chiesto di interrompere, fino all'incontro con l'azienda che si sarebbe dovuto svolgere entro questa settimana, le diverse iniziative di protesta.

Nonostante la formalizzazione dei reciproci impegni, le organizzazioni sindacali hanno tuttavia comunicato che l'assemblea dei lavoratori ha votato all'unanimità il proseguimento delle iniziative di lotta con ulteriori 8 giorni di sciopero e il mantenimento del presidio con occupazione.

Di fronte a tale prospettiva non sembrano sussistere le condizioni affinché il Mibac possa continuare ad impegnarsi per favorire il dialogo fra le parti, in un ruolo di mediazione che è l'unico possibile.

Il Ministero, peraltro, con le competenti strutture amministrative, continuerà a esercitare con attenzione i compiti di vigilanza e tutela che gli competono, non solo monitorando il corretto adempimento delle clausole contrattuali relative al comprensorio di Cinecittà e assicurando la necessaria salvaguardia della specificità culturale del sito medesimo, ma anche attraverso l'esercizio dei poteri di autotutela eventualmente necessari per la regolarizzazione di tutti gli immobili attualmente nel comprensorio al fine di consentire la conservazione, il restauro, la valorizzazione e lo sviluppo del patrimonio immobiliare di Cinecittà.


2- I CASINI DI CINECITTÀ STUDIOS
Michele Anselmi per www.Ilvostro.it

Non sarà semplice trovare un accordo sul futuro di Cinecittà Studios, da non confondere con Cinecittà Istituto Luce (la prima è una società privata, nata nel 1997, presieduta dal banchiere Luigi Abete con soci Aurelio De Laurentiis, Diego Della Valle e la famiglia Haggiag). La vivace assemblea dei lavoratori svoltasi ieri, mercoledì, ha deciso di non fermare la protesta, insomma la mobilitazione; sicché pare arduo che si arrivi in tempi brevi, nonostante la mediazione del ministero ai Beni culturali tentata martedì sera nel corso di un'estenuante riunione con i sindacati, a un incontro con Abete e il suo braccio destro Giorgio Sotira.

Tanto più dopo la manifestazione "a effetto speciale" svoltasi in serata: con i lavoratori in lotta che hanno fatto nevicare fiocchi finti, da cinema, sul Colosseo pensando al cognome di Abete. «Chiudere Cinecittà è come se nevicasse a luglio: paradossale. Per questo siamo qui in piazza oggi. I lavoratori continueranno lo sciopero della fame per un'altra settimana», ha spiegato un manifestante, che portava un cartello con la scritta: "Liberiamo Cinecittà dalla cricca Abete".

Tre, per i sindacati, le condizioni irrinunciabili per riprendere il dialogo: a) difesa dell'occupazione; b) difesa della professionalità dei dipendenti; c) difesa della mission produttiva di Cinecittà Studios. «Anche se parziale, quello di martedì è un buon risultato» aveva azzardato Alberto Manzina, della Cgil, dopo la riunione al Mibac. Ma Abete e soci non sembrano disposti a cedere. Parlano di «miope opposizione sindacale». Sicché l'incontro tra le parti, se ci sarà, si preannuncia decisamente complicato.

Del resto le posizioni appaiono oggettivamente distanti. Sono in gioco una ventina di posti di lavoro, oggi si usa dire "esuberi", nel caso non si arrivasse a un accordo sul riposizionamento dei 220 dipendenti: 70 dei quali dovrebbero andare a Deluxe, 10-15 a Panalight, 50-60 sulla Pontina, in quelli che furono gli stabilimenti Dinocittà di Dino De Laurentiis, alla voce "Allestimenti e tematizzazioni". I sindacati temono, con qualche ragione, una sorta di "spacchettamento" della struttura, insomma un complicato mosaico di trasferimenti, fra società varie tutte collegate, ma distinte.

Per questo i dipendenti, sorretti dai partiti di sinistra, specialmente Sel, Italia dei Valori e Pd, sono sul piede di guerra da settimane. Protestano davanti ai cancelli di via Tuscolana, fanno blitz ai Ciak d'oro dov'è atteso Abete e fidanzata giovane, inalberano cartelli, gridano alla ristrutturazione selvaggia che mortificherebbe la vocazione cinematografica della struttura, accusano il presidente di voler cedere rami d'azienda ai gruppi stranieri, aprendo parchi a tema nei lontani studi sulla Pontina, soprattutto promuovendo discutibili investimenti di carattere edilizio, tra le quali alberghi, parcheggi, ristoranti, beauty-farm.

La sfida, che da giorni rimbalza sui quotidiani, è diventata anche mediatica. Al punto che i vertici di Cinecittà Studios hanno acquistato, si immagini a prezzi non proprio convenienti, pagine sui giornali a grande tiratura per inviare una torrenziale lettera di intenti «ai nostri clienti, al mondo del cinema, ai cittadini di Roma». Una trovata già largamente praticata da Della Valle, che possiede la quota più rilevante del capitale, col suo 33 per cento. Il senso?

Ribadire che non si smobilita, non si dismette, non si cementifica e basta, e che anzi «domani Cinecittà dovrà essere un grande Hub cinematografico per implementare nuove attività e completare il ciclo produttivo, con l'aiuto dei migliori partner internazionali». C'è anche una sottolineatura speciale per rassicurare il mondo del cinema. Dice: «Gli Studios sono un bene storico vincolato e inviolabile, quindi non possono né saranno oggetto di alcuna speculazione». S'intende edilizia.

Non poteva mancare la replica dell'Anac, l'associazione storica degli autori, che si appella addirittura al presidente Napolitano e al premier Monti perché impediscano quello che viene ritenuto un scempio. «Il piano industriale dei privati prevede da un lato lo smantellamento delle attività cinematografiche, dall'altro la costruzione di alberghi e "centri benessere", avviando così quel processo di cementificazione e sfruttamento dell'area che alcuni dei più importanti imprenditori edili della regione meditano da tempo» si legge. Seguono firme illustri: Gianni Amelio, Marco Bellocchio, Bernardo Bertolucci, Costantin Costa-Gavras, Ettore Scola, Citto Maselli, Bertrand Tavernier, Giuseppe Tornatore, Franco Nero, Vanessa Redgrave, Roberto Faenza, Ken Loach e altri.

Detto questo, e riconosciuto il prestigio degli Studi sulla Tuscolana come «luogo d'eccellenza» (parola degli autori firmatari), forse bisognerebbe smetterla con la retorica bipartisan, cara a sinistra, centro e destra, su Cinecittà come «la fabbrica dei sogni». Quella fabbrica e quei sogni sono da ridimensionare. Dimenticare Fellini e il "mitico" Teatro 5, Martin Scorsese e "Gangs of New York", Sylvester Stallone e "Daylight", la miniserie tv "Rome" della Hbo. Gli studi sono in crisi da tempo. Gli americani girano più volentieri altrove, preferendo Romania, Bulgaria, Serbia e Tunisia, e anche la gloriosa Pinewood inglese ha abbassato i prezzi rispetto ai nostri. Poi è vero: a Cinecittà Nanni Moretti ha ricostruito la Cappella Sistina per "Habemus Papam", Ferzan Ozpetek la casa dei fantasmi di "Magnifica presenza, Carlo Verdone l'appartamento per scapoli di "Posti in piedi in Paradiso", Matteo Garrone s'è affacciato per "Reality". Ma insomma: poca roba. Neanche le fiction tv e i reality-show scelgono più Cinecittà, per fortuna resiste la pubblicità; più, appunto, qualche raro film.

«Il cinema italiano è povero, il costo medio di un film si aggira sui 3 milioni di euro, non possiamo permetterci i teatri di posa, tanto meno Cinecittà», sostiene il produttore Angelo Barbagallo, ex socio storico di Moretti. E aggiunge: «Così la cosa non sta in piedi, mancano i numeri e le attività». Laconico il commento di Riccardo Tozzi, presidente dell'Anica e consigliere di Cinecittà Istituto Luce: «La situazione è difficile, complicato, ma non mi pare che Cinecittà Studio ce la stia mettendo davvero tutta».

Nella partita mediatica è entrato anche Dagospia, con un "report" al vetriolo, dove si legge: «Il valore della produzione che nel 2008 era di 40 milioni l'anno dopo è calato del 40% e la partecipazione azionaria di Dieguito (Della Valle, ndr) e degli altri soci ha bisogno di trovare nuovi partner e nuovi sbocchi per evitare perdite disastrose. Da qui l'idea di investire quattrini per creare a Cinecittà un centro di intrattenimento con alberghi e beauty farm, un progetto che ha sollevato la ribellione dei sindacati e degli esponenti politici come Zingaretti, Di Pietro e Vendola».

Infine la stoccata: «Resta comunque la curiosa sensazione di impotenza che il tandem Luigino-Dieguito (Abete e Della Valle, ndr) sta offrendo con la scelta di lanciare manifesti rassicuranti quando in ballo ci sono una ventina di licenziamenti e il trasferimento di un centinaio di dipendenti. Viene quasi il sospetto che dietro tanta preoccupazione e dispendio di mezzi, si nascondano interessi robusti e ancora sconosciuti». Da Cinecittà Studios ovviamente smentiscono tutto, recisamente.

 

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