gli anni piu' belli

IL CINEMA DEI GIUSTI – IMPOSSIBILE NON AMARE “GLI ANNI PIÙ BELLI”, FILM IMPERFETTO MA PIENO DI VITA, STRACULTISSIMO E COMMOVENTE NEL SUO ESSERE UN KOLOSSAL DEI SENTIMENTI MUCCINIANI AL 100% - CON TANTO DI ETERNI RIFERIMENTI A SCOLA, CON I PERSONAGGI CHE URLANO E SI RINCORRONO PER LE STRADE DI ROMA, CON I MASCHI CHE FANNO I MASCHI BELLI E TRADITORI MA CHE SI AMANO TRA DI LORO E LE DONNE SEMPRE UN BEL PO’ ZOCCOLE – VIDEO

 

 

Marco Giusti per Dagospia

 

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Stracultissimo. Commovente nel suo essere un kolossal dei sentimenti mucciniani al 100%. Con tanto di eterni riferimenti a Ettore Scola e a “C’eravamo tanto amati” (ma perché? Il mondo mucciniano è più interessante di quello scoliano coi riferimenti a Fellini…), con i personaggi che urlano e si rincorrono per le strade di Roma, con le canzoni di Claudio Baglioni che non ho mai sopportato, con i maschi che fanno i maschi belli e traditori ma che si amano tra di loro e le donne sempre un bel po’ zoccole (non lo dico io, lo dice la sceneggiatura).

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Insomma. Impossibile non amare questo film imperfetto ma pieno di vita, “Gli anni più belli”, scritto col bravissimo Paola Costella di “Perfetti sconosciuti”, che Muccino vede come film generazionale degli oggi quasi cinquantenni italiani, a cavallo tra il 1983 de “Il tempo delle mele” e dello botte in testa della polizia, gli anni di Mani pulite, quelli dell’arrivo di Berlusconi, fino ai Cinque stelle e a quello che siamo oggi.

 

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Poteva metterci meno elementi, meno storie, invece no, Muccino riempie il suo film di tutto, dalla trattoria scoliana agli anni ’80 rifatti un po’ alla Vanzina, grande intuizione, magari anche un po’ alla Brizzi prima maniera, alla crescita dei tre amici, Kim Rossi Stuart, Pierfrancesco Favino, Claudio Santamaria, e della ragazza che tutti e tre amano, la Gemma di Micaela Ramazzotti, nella Roma di questi ultimi trent’anni, tra gli avvocati orrendi che hanno fatto i soldi coi grandi processi ai tangentari e ai simil-Poggiolini, gli sfigati che si buttano in politica, il sottobosco dei critici di cinema (“Primissima mi pubblica un’intervista a Carlo Verdone”), con Santamaria che rifà il personaggio di Stefano Satta Flores in “C’eravamo tanto amati” e finisce per buttarsi alla Mastroianni nella Fontana di Trevi con Micaela Ramazzotti.

 

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Adoro la prima parte del film, che dura 37 minuti, ho cronometrato, con i tre amici ragazzi, interpretati da Andrea Pittorino, Francesco Cantorama, Matteo Del Buono e Gemma piccola interpretata da Alma Noce, vera sopresa del film, notevolissima. Ci sarebbe piaciuto vederne anche di più. Anche perché i giovani attori sono diretti benissimi e Muccino sa come farli muovere nella Roma ricostruita del tempo. Quando crescono e diventano Favino, Rossi Stuart e Santamaria, ritorniamo di colpo sia nel cinema mucciniano alla Fandango che ben conosciamo che nell’eterno recupero di Scola, e allora avremmo preferito Vanzina, presente nella prima parte, anche se va detto che la storia d’amore fra un impacciato Kim Rossi Stuart professore e la bella ma ignorantella Micaela Ramazzotti funziona benissima e lei diventa da subito il motore del film.

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E Muccino la sa riprendere meglio di tutti, lasciandole un po’ di sandrellismo virziniano, certo, un po’ di biondo-zoccola del suo parrucchiere di fiducia, Robertino d’Antonio, ma riesce a restituirle su piatto d’argento il trono di reginetta coatta che le aveva tolto Ilenia Pastorelli prima che si rifacesse i denti e finisse negli show canterini di Rai Uno. La Ramazzotti e la sua Gemma, che non sa mai bene cosa fare, ama Paolo, cioè Kim Rossi Stuart, ma poi scappa con Giulio, Pierfrancesco Favino, che le promette una vita migliore, poi civetta con Riccardo, Santamaria, che intanto è sposato malamente con Emma Marrone, rappresentano per tutti i maschi del film, e per Muccino stesso ci pare, la femminilità.

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Una femminilità che nessuna delle precedenti eroine mucciniane aveva posseduto fino in fondo. Così forte che fa esplodere a più riprese i tre personaggi protagonisti, che diventano alla fine frammentari e confusi rispetto a lei e capovolgono la situazione base dei più importanti film del regista, “L’ultimo bacio” e “Ricordati di me”, dove il motore era sempre e solo il desiderio maschile. Ormai cinquantenni, anche i personaggi mucciniani fanno i conti con i percorsi della vita, ambizioni più o meno fallite, successi e insuccessi.

 

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Questo vogliamo vedere da Muccino, no la lezioncina sul cinema di Scola. Ne vengono fuori ritratti sofferti, imprecisi proprio per il desiderio del regista sia di dare più spazio alla figura femminile, la sua eroina, sia per cercare di descriverli con più realismo, senza la compattezza della finzione da commedia all’italiana. E’ come se ognuno di loro andasse per la sua strada quasi pensando di fare parte di un unico universo maschile. Bravissimi tutti, ma occhio alle ragazzine, come Alma Noce piccola Ramazzotti, occhio al grande ritorno della strepitosa Nicoletta Romanoff come moglie pariolinissima di Favino e figlia dell’orrendo avvocato romano di Francesco Acquaroli. E occhio al terribile padre gommista di Giulio, Fabrizio Nardi già noto nel due comico “Pablo e Pedro”, vero cattivo della prima parte del film. In sala dal 13 febbraio. 

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