GIUSTIZIA è SFATTA – SOLLECITO SVELA CHE DURANTE IL PROCESSO DI PERUGIA VI FU UNA TRATTATIVA SEGRETA CHE VIDE IL PUBBLICO MINISTERO GIULIANO MIGNINI FAR CONOSCERE, ATTRAVERSO INTERMEDIARI, ALLA FAMIGLIA DI RAFFAELE L’OFFERTA DI UNA PENA PIÙ MITE SE IL COIMPUTATO AVESSE AVVALORATO LE ACCUSE DI OMICIDIO NEI CONFRONTI DI AMANDA KNOX…

Maurizio Molinari per La Stampa

Durante il processo di Perugia sull'assassinio di Meredith Kercher vi fu una trattativa segreta che vide il pubblico ministero Giuliano Mignini far conoscere, attraverso intermediari, alla famiglia di Raffaele Sollecito l'offerta di una pena più mite se il coimputato avesse avvalorato le accuse di omicidio nei confronti di Amanda Knox. A rivelarlo è lo stesso Sollecito nel libro «Honor Bound» che esce oggi negli Stati Uniti per i tipi di Gallery Book, scritto assieme al giornalista inglese Andrew Gumbel, ex corrispondente dall'Italia per «Reuters» e «The Independent».

Con le 270 di pagine «Honor Bound» Sollecito anticipa Amanda nella pubblicazione di un libro-verità sul processo e la maggiore novità si incontra quando racconta che dopo la conclusione del processo di primo grado «la mia famiglia venne a contatto con il mondo della giustizia di Perugia pieno di buchi e fughe di notizie» riuscendo a sapere «dietro le quinte» di «discussioni all'interno dell'ufficio del procuratore». Si resero conto che la determinazione di Mignini a far condannare Raffaele era solo tattica per tentare di far crollare Amanda Knox.

Fu in tale contesto che «venne detto alla mia famiglia che Mignini non era interessato a me se non come canale per arrivare ad Amanda» fino al punto che «Mignini sarebbe stato disposto anche a riconoscere che ero innocente se gli avessi dato qualcosa in cambio, incriminando direttamente Amanda oppure semplicemente non sostenendola più» nella ricostruzione di quanto avvenuto.

Si trattò di «discussioni» delle quali Sollecito, che si trovava in prigione, non venne messo al corrente mentre il protagonista fu lo zio, Giuseppe, che «venne contattato dall'avvocato di uno studio privato di Perugia a cui chiese cosa avrei potuto fare per mitigare la sentenza. L'avvocato gli disse che avrei dovuto accettare un accordo, confessando di aver avuto un ruolo minore, come ad esempio aver aiutato a ripulire la scena del delitto pur non avendovi avuto alcun ruolo» si legge a pagina 220.

«Raffaele potrebbe ricevere una condanna da 6 a 12 anni - disse l'avvocato allo zio - ma poiché non ha precedenti penali avrebbe la condizionale e dunque uscirebbe senza fare altra prigione». La sorella di Raffaele, Vanessa, affermò che «non era moralmente possibile» accettare di confessare reati mai commessi ma la trattativa dietro le quinte andò avanti ed ebbe una seconda fase grazie a «un altro avvocato, che aveva rapporti stretti con Mignini che lo aveva perfino invitato al battesimo del figlio più piccolo in estate». Fu questo secondo legale che disse con franchezza alla famiglia Sollecito: «Credo che Raffaele sia innocente e Amanda colpevole».

Il risultato fu di dare alla famiglia Sollecito l'impressione che il procuratore la pensava nella stessa maniera anche perché il legale si offrì di «intercedere con Mignini» pur «senza fare alcuna promessa». L'accelerazione della trattativa avvenne nell'estate del 2010 quando il padre di Raffaele sfruttò il canale informale fino al punto da ritenere possibile un incontro di Mignini e la vice Manuela Comodi con Giulia Bongiorno, difensore di Raffaele, per verificare la possibilità di un accordo.

Ma quando la Bongiorno comprese di cosa si trattava «fu inorridita e minacciò di lasciare l'incarico perché una trattativa segreta costituiva la violazione della procedura legale». Fu allora che il padre di Sollecito fece marcia indietro e «si mostrò mortificato» pregando la Bongiorno di non lasciare la difesa e spiegando che non si era reso conto di cosa stava facendo.

Raffaele Sollecito seppe tutto a posteriori ma la vicenda lo ha segnato molto perché, come confessa nel libro, «mi chiedo come sia possibile per un pm credere nell'innocenza dell'imputato e al tempo stesso tentare di convincere la giuria a condannarlo alla pena dell'ergastolo».

La trattativa dietro le quinte viene indicata da Sollecito per dimostrare quali e quante furono le pressioni da lui ricevute per spingerlo a far crollare l'alibi di Amanda, come ad esempio avvenne durante i primi interrogatori subiti quando «mi chiesero in continuazione di ricordare i tempi della notte del delitto fino a farmi cadere in contraddizione con Amanda» o allorché l'arresto venne minacciato, schiaffeggiato e denudato.

Oppure il tentativo della polizia di provare che la madre nel 2005 era morta «non di cuore ma per suicidio» per dimostrare «insanità mentale nella storia di famiglia» con l'intento di fiaccare la sua credibilità e dunque l'alibi di Amanda.

Nelle ultime pagine Raffaele si sofferma sulla vacanza in America dopo l'assoluzione con l'incontro con Amanda a Seattle. «Mi sembrò di essere nella tana del Leone» scrive, facendo capire di aver preso atto che la storia d'amore era finita. Come dire, entrambi guardiamo avanti senza però dimenticare Perugia.

 

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