E GLI ITALIANI CON GLI OCCHI A MANDORLA SI FANNO UN ‘’X-FACTOR’’ TUTTO LORO

Alessandro Agostinelli per L'Espresso

C'è un grande locale alla periferia est di Firenze. Si chiama Otel ed è qui che tre volte all'anno si riuniscono ragazzi cinesi da tutta Italia, per festeggiare insieme la loro comunità, per dimostrare che esistono, che sono nati qui. Sono la seconda generazione, i figli di famiglie straniere arrivate in Italia una ventina d'anni fa.

Giovani di una comunità giovane. Il direttore artistico di questo grande raduno è Alessio Yang, un pratese di 22 anni che ha chiamato l'evento Asian Party Got Talent, una specie di X-Factor in salsa pechinese che mette in concorso almeno cinque sfidanti che ambiscono a fare spettacolo.

Alessio ha scelto con attenzione lo spazio dove allestire questa mega-festa che non ha niente a che vedere con vari raduni di ragazzi asiatici che si tengono saltuariamente in altre città italiane, come spiega uno dei suoi collaboratori, il milanese Jacky Lin: «A Milano organizziamo serate in discoteca. Solo a Firenze mettiamo insieme spettacoli e talent per i giovani cinesi di tutta Italia. Per questo abbiamo bisogno di un luogo molto grande e vario. Il penultimo evento che abbiamo organizzato qui era Miss Asian Party, dove si facevano sfilare le ragazze più votate su Facebook, che poi venivano acclamate in sala».

La discoteca e lo spettacolo vanno a braccetto a Otel, di proprietà di Elite Club Vacanze di Figline Valdarno, che gestisce anche il ristotheatre Centrale di Roma. E per Asian Party Got Talent gli organizzatori cinesi hanno pagato un affitto di oltre 10 mila euro, mentre il biglietto d'ingresso della serata era di 40 euro a testa.

L'iniziativa non grava economicamente solo sulle spalle di questo piccolo gruppo di ragazzi italo-cinesi: a sostenerli ci sono anche AssoCina e l'associazione degli universitari cinesi in Italia, oltre alle sponsorizzazioni di alcune aziende cinesi di Prato e Milano, mentre lo sponsor principale è il brand dello stilista inglese John Richmond, dal 1995 in società con l'imprenditore italiano Saverio Moschillo. Eppure nessuna di queste aziende ha voluto il proprio logo sul materiale pubblicitario del concorso.

Alessio Yang spiega che questa attività è molto complessa ed economicamente impegnativa, ma dà i suoi risultati: «Per i nostri eventi usiamo assiduamente i social network come Facebook e Twitter. È lì che svolgiamo la maggior parte del lavoro di reclutamento dei concorrenti, ma anche la parte promozionale più diretta», racconta il giovane art director: «Organizziamo gli Asian Party perché nessuno ha mai fatto niente per noi giovani asiatici. In realtà si fa poco per i ragazzi in generale. Da quando organizziamo questa festa, ovvero da due anni, abbiamo avuto grandi soddisfazioni».

All'X-Factor cinese i partecipanti sono quasi un migliaio. Gli uomini sono vestiti per lo più con la giacca, tanti portano la cravatta, altri il papillon; le donne hanno tacchi vertiginosi e abiti da sera. Nessuno ha mancato l'appuntamento dal parrucchiere; le ragazze hanno le unghie smaltate e il trucco perfetto. Sono tutti giovanissimi, tra i 17 e i 24 anni. Per loro è una specie di ingresso in società. Ma di quale società?

Thailandesi, coreani e giapponesi si contano sulle dita di una mano. Gli sfidanti al talent sono in maggioranza cinesi. Molti vengono per sostenere l'amico o l'amica che partecipa al concorso e più che altro per ballare, divertirsi, sfoggiare l'orologio alla moda o la collana pregiata. Sono qui per incontrare qualcuno, forse l'anima gemella, forse una storia, soprattutto per far vedere a tutti, alla propria comunità, che dopo una settimana di lavoro hanno i soldi per spassarsela.

Arrivano dalla Toscana e dall'Emilia, da Milano e da Roma, da Piemonte, Marche e Veneto. Ma non mancano i fan, venuti per ascoltare dal vivo Isabelle Huang Ling, una famosa cantante cinese che ha esordito da poco in patria ed è già diventata una stella. Quando la cantante, con un abito lungo di paillettes rosse lucenti, sale sul palco, la folla comincia a urlare. Un ragazzo appassionato grida: «Bravaaaa!». E l'amico, lì accanto, gli dice: «Cosa urli, tanto non capisce l'italiano». Il cinese lo comprendono in molti invece, anche se una buona parte strizza gli occhi, allunga l'orecchio, chiede lumi al vicino sulle parole ascoltate.

Questi italiani con gli occhi a mandorla, con la loro attenzione al look, con la loro voglia di fare massa, hanno qualcosa da conquistare, anche se appaiono smarriti. L'Italia non li aiuta, così poco abituata com'è al multiculturalismo. Fanno parte di una comunità che ha mantenuto un'identità forte, e che tende a fare gruppo a sé stante. Finisce che loro, giovani, si sentono tesi come un elastico tra Italia e Cina: da un lato il Paese dove sono nati che non li riconosce, dall'altro un Paese sconosciuto. Sono qui per sognare, come se la crisi economica non esistesse. D'altro canto lavorano tutti, spesso nelle aziende di famiglia, e si sanno arrangiare alla grande.

Presenta la serata Alessio, che spinge sull'orgoglio asiatico: «All'Asian Party ci sono i più bei ragazzi d'Italia». Insieme a lui, sul palco, c'è Simona Wu, 20 anni, romana. Ha già girato spot e posato in vari servizi fotografici. È tornata di recente da Shanghai, dove è rimasta quasi un anno per studiare cinese. Prima di mostrare una grande disinvoltura al microfono aveva confessato: «Non mi interessa il mondo dello spettacolo, voglio un lavoro fisso con una guadagno costante. Prima però vorrei andare a Londra a studiare».

L'Italia? Troppo vecchia: «Ho fatto il liceo linguistico a Roma, ma non ho preso la cittadinanza, perché non è giusto aspettare 18 anni», racconta: «In futuro tornerò in Cina, Shanghai è più viva di Roma e là mi pare di stare al passo coi tempi».

I concorrenti sono stati selezionati fra circa 70 aspiranti che hanno inviato i loro video di presentazione. Sono arrivati da tutta Italia, per provare a partecipare a questo Asian Party Got Talent e vincere il primo premio di 500 euro. Luana ha 18 anni, viene da Padova ed è nata a Verona. Ha fatto l'alberghiero, su consiglio dei genitori che sono arrivati in Italia 25 anni fa.

Per partecipare al concorso ha mentito ai suoi. Marco Zhou ha 20 anni, è di Firenze, parla più fiorentino di Matteo Renzi e vuole fare il cantante col nome di Marc Lee. Studia design e ultimamente ha passato un anno in Cina per studiare la lingua: «Ho imparato poco. Sono tornato da qualche mese e non mi ricordo niente. Il cinese è troppo difficile».

Massimo Hu, 18 anni, viene da Milano ed è accompagnato dalla fidanzata sedicenne. Studia hip-hop all'accademia Modulo Factory e vorrebbe sostenere un test per dimostrare che è italiano molto più di altri. Letizia Xiang è di Civitanova Marche. Ha fatto l'alberghiero: «Adesso non faccio niente. Abito con mia madre e spero di trovare un lavoro vero. Canto solo per dimostrare che so fare qualcosa. Adoro la musica coreana e mi sono stancata di stare in Italia, dove sono nata e dove non mi danno il passaporto».

Ci sono anche i ragazzi del gruppo di danza Termini Underground di Roma. Sono cinque, tutti italiani, con famiglie di diverse origini: Cina, Russia, Bangladesh, Ruanda, Tunisia. Partecipano a questa gara perché vogliono dimostrare che il ballo non è solo hobby o lavoro, ma anche un modo per comunicare tra persone diverse che non parlano la stessa lingua. Sono tutti italiani, ma l'Italia non li riconosce.

Dopo le tre di mattina Asian Party Got Talent finisce. Sono state raccolte le schede dei votanti, Alessio e Susanna decretano il vincitore: è Letizia di Civitanova Marche. Sale sul palco quasi imbarazzata, ma appena torna nei camerini esulta e si scioglie. Lì c'è la mamma, Yang Zhuan, 40 anni. Una piccola donna cinese impiegata in un laboratorio di borse. Sono venute a Firenze in auto e tra meno di due ore, quasi all'alba, riprenderanno la strada per tornare a casa, nelle Marche, col premio in tasca.

 

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