1. GRAMELLINI STRONCA “THE WOLF OF WALL STREET” E MARCO GIUSTI MORDE COME UN LUPO 2. ‘’NO, IL DIBATTITO MORALE SUL LUPO DI SCORSESE-DI CAPRIO, NO! TI PREGO! LA CRITICA A UN FILM PERCHÉ SI ”EMPATIZZA” CON IL PROTAGONISTA BELLO E DEGENERATO, NO!” 3. “E L’IDEA, POI, CHE IL TUO VICINO DI POLTRONA, AL CINEMA, RESTI TALMENTE TRAUMATIZZATO DA QUELLO CHE VEDE DA RISCHIARE “DI NON FARE SESSO PER UNA SETTIMANA” È UNA DI QUELLE COSE CHE NON SENTIVO DA ANNI. MAGARI SI RISCHIA DI NON FARE SESSO PER SETTIMANE SE TI ADDORMENTI REGOLARMENTE DI FRONTE A FAZIO” 3. ‘’MA, SESSO O NON SESSO A PARTE, QUELLO CHE PROPRIO NON POSSO ACCETTARE, DI FRONTE A QUESTO CAPOLAVORO DI PURO, GRANDISSIMO CINEMA, È CHE QUALCUNO MI PARLI DI “CATARSI”, DI MANCANZA DI “AFFLATO DI UMANITÀ”, SCIVOLANDO POI SULL’ARTE E, ANCORA, SULLE “GRANDI BELLEZZE”, MAGARI ALLA SORRENTINO, PER NASCONDERE UN PURO E SEMPLICE MORALISMO DA GIORNALETTO CATTOLICO ANNI ’70’’

1. "AMORALE E RIVOLTANTE E GRANDE"
Marco Giusti per Dagospia

No, Gramellini, il dibattito morale sul Lupo di Scorsese-Di Caprio, no! Ti prego! La critica a un film perché si "empatizza" con il protagonista bello e degenerato, no! Proprio ora, poi, che infuria la guerra figlidelbiscione-figlidifascisti-figlidimignotta tra i giornali in crisi sempre più nera, altro che i lupi di Wall Street, e i salottini televisivi dove tutti, intervistatori e intervistati, sono figli, mogli, nipoti di qualcuno o hanno un direttore figlio di qualcosa e dobbiamo avere tutti, per forza!, delle idee su cosa sia giusto e non giusto, morale e amorale.

E l'idea, poi, che il tuo vicino di poltrona, al cinema, resti talmente traumatizzato da quello che vede da rischiare "di non fare sesso per una settimana" è una di quelle cose che non sentivo da anni.

Ho visto il film in una saletta accanto al rapper G-Max e al decano dei critici Gian Luigi Rondi, magari glielo posso chiedere. Ma non mi sembravano affatto turbati. Magari si rischia di non fare sesso per settimane se ti addormenti regolarmente di fronte a Fazio. Ma, sesso o non sesso a parte (anche se l'idea delle due pippe al giorno come terapia che propone Matthew McConaughey nel film non è male e risolverebbe parecchie nevrosi tra i giornalisti in carriera), quello che proprio non posso accettare, di fronte a questo capolavoro di puro, grandissimo cinema, è che qualcuno mi parli di "catarsi", di mancanza di "afflato di umanità", scivolando poi sull'arte e, ancora, sulle "grandi bellezze", magari alla Sorrentino, per nascondere un puro e semplice moralismo da giornaletto cattolico anni '70 per non dire da cioccolatino televisivo.

Come se l'amoralità o, meglio, la mancanza di posizione morale "scritta" di Scorsese e del suo sceneggiatore Terence Winter non fosse invece una grande forza del film. Lo spingerci verso una dimensione di puro, grande cinema di violenza e follia inseguendo proprio la storia di un degenerato, di un drogato che ci ha portato dove stiamo oggi.

Magari avessimo un regista italiano in grado di parlarci, con la stessa lucidità, della follia degenerata di Berlusconi e dei suoi bunga-bunga stando dalla "sua parte", vedendolo cioè cinicamente come l'eroe di un'epopea deviata dove non ci sono confini morali al cosa si può fare e non fare.

Non lo faremo mai perché non siamo liberi, creativamente e non solo, come Scorsese, perché non possediamo la stessa potenza di racconto. Ma quella sarebbe una grande catarsi, altro che sfogarci tutti col Festival di Sanremo e Claudio Baglioni. Fateci sentire almeno "Gloria"!

Quanto alla posizione morale, poi, non deve essere scritta nella sceneggiatura, nelle battute da scrivere suoi giornali (diciamo alla "Avete puntato sulla rovina di questo paese..." o alla Jep Gambardella-Curzio Maltese) ma raccontata da un movimento di macchina, come insegnano Rocha, Godard e Bertolucci, ma anche Leone e Tarantino.

Quanto erano fragili le etichette di buono-brutto-cattivo nei film di Leone, quanto è moralmente discutibile il personaggio di Clint Eastwood in Per un pugno di dollari, e quanto è affascinante... E quanto cinema ha prodotto. "Al mio asino non piace che si rida di lui...".

Il Lupo non è un film tanto diverso da Casino o Good Fellas o un personaggio tanto diverso da quelli interpretati da Joe Pesci e Robert De Niro. ("Ho sempre sognato di fare il gangster"). Ma non ci dà tanto fastidio l'epopea di un gangster, di un criminale, di un bounty killer, quanto quella di un broker figlio di puttana. E i grandi registi hanno reso i gangster, i cattivi, degli eroi negativi che si muovono dentro un mondo che è, appunto, quello del cinema.

Siamo noi, più o meno giornalisti degenerati dalla pratica politica di dover etichettare chiunque e prendere posizione morale su tutto a non capire più che il cinema è racconto e violenza. E rispetta, con i suoi eroi, negativi o positivi che siano, le sue ragioni morali, di pura scrittura cinematografica.

E il cinema, come insegnano Raoul Walsh, Howard Hawks, Michael Curtiz, Samuel Fuller, Jean-Luc Godard, Quentin Tarantino è violenza. E' Humphrey Bogart o James Cagney che ti sparano addosso. Che sono belli perché selvaggi e cattivi. Così anche il Lupo di Scorsese-Di Caprio, come ha scritto Katey Rich su "Vanity Fair" americano, è "amorale e rivoltante e grande".

Ci diverte e perché è "cinema pazzo, appassionato, che non tralascia nulla, messo in scena da un artista e da un gruppo di attori che sanno esattamente quello che stanno facendo". Insomma, è cinema. Non giornalismo all'italiana.


2. IL LUPO DI WALL STREET? COME SE HARRY POTTER LO RACCONTASSE VOLDEMORT
Estratto dall'articolo di Massimo Gramellini per "Vanity Fair"

L'ippogrifo considera la fantasia più rivelatrice del realismo, perciò non vi stupirete se il suo giudizio sull'ultimo film di Scorsese risulterà alquanto scortese. A metà del "Lupo di Wall Street" ho staccato gli occhi dallo schermo e li ho puntati sui miei vicini di posto. Avevano facce inzuppate nausea. Le facce di chi, tornato a casa, non riuscirà a fare sesso per una settimana. Il problema non sono le orge, i comportamenti da gangster degli operatori di Borsa e la riduzione della vita a un circuito vizioso di droga per fare soldi e di soldi per comprare droga.

Non è neanche la descrizione di un'umanità vittima di un materialismo compulsivo e sprovvista di qualsiasi interesse spirituale o slancio sentimentale, dedita soltanto a fottere il prossimo, metaforicamente e no, e a farsi di qualsiasi sostanza eccitante o sedativa. Il problema è lo sguardo del regista. Falsamente oggettivo. Mariarosa Mancuso che sul Foglio esalta la mancanza di moralismo e l'energia vitale del film (energia malata, la vitalità è tutt'altra cosa) muove a mio avviso da un presupposto illusorio: che si possa raccontare una storia senza prendere posizione.

L'alternativa al cosiddetto moralismo non è l'impossibile oggettività, ma il compiacimento indulgente e agiografico. Se tu racconti la vita di un bastardo nevrotico attraverso la sua autobiografia e il volto intenso del formidabile DiCaprio, stai già facendo una scelta di parte. Inviti il pubblico a empatizzare con il protagonista, anche perché il male seduce più del bene, oltre a essere un espediente narrativo più facile.

I tragici dell'antica Grecia e lo stesso Shakespeare si inoltravano nelle zone più oscure dell'anima, ma con la poesia dell' allusione. E ricorrevano alla catarsi per iniettare nel sub con scio degli spettatori un afflato di umanità, senza il quale l'arte perde qualsiasi rapporto con la bellezza.

 

 

MASSIMO GRAMELLINIGramellini -Fai bei sogni-WOLF OF STREET 2-phrases-that-only-wall-streeters-will-understand.jpgMarco Muller Stefano Accorsi e Marco Giusti MARCO GIUSTI IN ALMERIA wolf of wall street WOLF OF WALL STREET ORGIA SULL AEREO PER LAS VEGAS wolf of wall street leonardo dicaprio the wolf of wall street the wolf of wall street lancio del nano The wolf of Wall Street a ccc wolf The wolf of Wall Street index

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