VAFFA-WEB! - I CRITICONI LETTERARI, ABITUATI A PONTIFICARE SULLA CARTA STAMPATA, IN UN DELIRIO DI TERRORE E DISPERATO SNOBISMO CERCANO DI SCREDITARE IL NASCENTE MONDO DELLA CRITICA ONLINE - LA PAURA DEI SOLONI DI ESSERE ROTTAMATI DA SEMPLICE BLOGGER - VEDENDO QUELLO CHE IN ALCUNI CASI LA RETE È CAPACE DI OFFRIRE, COME “NAZIONE INDIANA”, “404 FILE NOT FOUND” E “DOPPIOZERO”, NON SI PUÒ CHE ESSERNE FELICI...

Nicola Lagioia per "la Repubblica" (L'autore ha scritto "Riportando tutto a casa" per Einaudi)

«L'ascesa dei blog letterari danneggia la letteratura e rischia di abbassare il livello della critica». A parlare è Peter Stothard, direttore del Times Literary Supplement e presidente di giuria del prossimo Man Booker Prize. Riportata di recente dall'Independent, la dichiarazione ha scatenato oltremanica le polemiche di rito sul dilettantismo digitale.

«È bello che ci siano tanti book blogger», ha continuato Stothard, «ma essere un critico è diverso dal limitarsi a condividere dei gusti. Non tutte le opinioni hanno lo stesso valore». Il problema è che Stothard è a propria volta un blogger, e un suo avatar incontra Lara Croft in una special edition di Tomb Raider messa a punto dalla Core proprio in accordo col Times.

Al netto delle contraddizioni che erodono sempre più velocemente la membrana tra carta e web, se volessimo far nostre le accuse di elitismo che il mondo della Rete sta rivolgendo a Stothard, potremmo dire che in Italia - dove il mondo vive spesso rovesciato - è vero anche il contrario. Non di rado da noi le riflessioni più raffinate sui libri, le discussioni più complesse sull'industria culturale, i giudizi più appassionanti e disinteressati sulle ultime uscite sono on line. E spesso proprio a firma di addetti ai lavori.

È vero che la Rete è il regno del populismo e dell'insulto in progress, eppure ai margini di questo V cerchio sta guadagnando spazio un'aristocrazia senza terra da cui molti critici avrebbero qualcosa da imparare per venir fuori dalle posizioni di minorità in cui hanno contribuito a farsi mettere. Se in Italia la critica si lamenta infatti di qualcosa, non è di internet (mondo che spesso ignora) ma della propria perdita di influenza da imputare allo show business risalito fino alle terze pagine.

Si valorizzerebbe ciò che si vende a chilo, e nell'abbraccio tra editori e organi di informazione resterebbe schiacciato il pensiero critico. Il che è vero fino a un certo punto. O meglio: sarebbe vero se a essere sacrificata fosse una critica in splendida forma. Cosa che spesso non è.

Nessun intellettuale si lascia scoraggiare dalle condizioni sfavorevoli per inseguire con meno ambizione i propri demoni. Bulgakov non avrebbe scritto Il Maestro e Margherita
sotto Stalin, Gramsci i suoi Quaderni, per non parlare di come ha rifondato la teoria del teatro un grande emarginato al laudano di nome Artaud. Ecco, se il pensiero critico italiano avesse prodotto di recente - pure in cattività - il proprio Canone occidentale, la propria Menzogna romantica e verità romanzesca o anche il proprio Grado zero della scrittura sono certo che, rigenerati dall'ossigeno che ne sarebbe entrato, per un quarto d'ora ci saremmo disoccupati della pur triste dittatura delle classifiche.

La banalità del fatturato si combatte a colpi d'eccellenza. Ma questo è accaduto poco. E nei rari casi in cui - con responsabilità e scarso senso del protagonismo - la critica ha lavorato sul territorio, i risultati si sono visti. Penso ai quindici anni della rivista Lo Straniero che hanno contribuito a portare allo scoperto, quando se ne occupavano in pochi, nomi come quelli di Gipi, di Saviano, di Garrone, dei Motus, della Socìetas Raffaello Sanzio.

Ma al di là di altri sforzi irrituali (le classifiche di qualità di Pordenonelegge o la rinascita di
Alfabeta, i cui frutti più maturi aspettiamo al varco) ho l'impressione che a volte il mercato sia stata la scusa perfetta per rassegnarsi a recensire libri in batteria, con poca voglia di avventura intellettuale e molta scuola del risentimento a zavorrare i pensieri.

Nella Rete che funziona sta accadendo il contrario. Ecco ad esempio che Helena Janeczek e Andrea Inglese su Nazione Indiana si prendono il lusso (e la fatica) di dedicare alle contraddizioni dell'industria culturale una lunga inchiesta a puntate che coinvolge scrittori, critici, sociologi, editori. Ecco che 404 File Not Found (blog di un gruppo di universitari senesi) dedica allo Strega una sezione in cui, con disarmato spirito di servizio, si parla solo di ciò che dovrebbe contare - i libri in concorso - magari per promuoverne uno su dodici e non occuparsene più. E cosa dire del dossier sull'Unità d'Italia messo on line da DoppioZero?

E delle nove puntate sull'eredità di Guy Debord ospitata da minima&moralia?
E del fatto che a volte le riflessioni di non addetti ai lavori su social network come
Anobii mostrano tanta competenza, padronanza linguistica e capacità di mettersi in gioco?
Sarà la libertà che si respira in Rete, capace (quando si parla di libri) di fortificare i talenti e squalificare chi è sprovvisto di un Super-io o di grammatiche adeguate. È un fatto però che sui migliori blog letterari i libri vengono affrontati evitando certi difetti endemici della critica istituzionale (anche selezionando il meglio di ciò che esce su carta). Farò qualche esempio.

La lettura di un buon libro dovrebbe rappresentare un'esperienza: se ciò che sta tra copertina e quarta fosse già compreso nella filosofia dell'Orazio di turno, a che servirebbe aprirlo? Eppure trovare una recensione istituzionale che testimoni lo spostamento di sguardo conseguente alla lettura è impresa ardua.

È raro trovare recensioni in cui non si prendano i libri come congegni da misurare (qui funziona, qui no), ma si indaghi la loro forza trasformativa nel mondo che li accoglie. Così, mentre la critica ufficiale lamenta la condizione di nani sulle spalle di giganti in cui verseremmo o rivendica un ruolo creativo di cui non offre sempre prova, laggiù nel cyberspazio c'è chi discute con libertà e competenza dell'ultimo romanzo di Walter Siti o di come Bolaño e Foster Wallace offrano al mondo nuovi schemi percettivi.

Ma al di là delle perplessità di Peter Stothard, la Rete per le lettere sta diventando un'oasi preziosa in ogni angolo del mondo. Basti pensare a La république des livres del critico, scrittore e giornalista francese Pierre Assouline, uno dei tanti blog ospitati dal sito di Le Monde ma di fatto seguitissimo con 15 mila visitatori al giorno. E cosa dire del blog del
New Yorker, dell'influente e ormai autorevole Bookslut, o di Elegant Variation del blogger diventato poi scrittore Mark Sarvas (in Italia lo pubblica Adelphi), definito dal Guardian uno dei migliori spazi letterari on line?

Il ruolo dei mediatori resta fondamentale. Solo: i più bravi non si formano e non agiscono più soltanto nei luoghi in cui fino a dieci anni fa ci si sarebbe aspettati di trovarli. E se la Rete non è solo Boring Machineso Le parole e le cose (per citare altri due blog molto raffinati) ma soprattutto un territorio selvaggio dove l'analfabetismo di ritorno ingrossa la marea, ricorderò che i più avvertiti reagirono alle invasioni barbariche dando alla luce Venezia.

 

peter stothard Peter Stothard festa di nazione indiana mesagne jpegNAZIONE INDIANA cover Adam Thorpe

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