BENE MA NON BENISSIMO – IAIA FORTE RICORDA CARMELO BENE: “LUI RIUSCIVA A SCARICARE SULLA DENUNCIA DEI REDDITI I COSTI DELLE ‘DROGHETTE’ CHE ASSUMEVA, FACENDOLE PASSARE PER MERCE DI ANTIQUARIATO! È STATO COMUNQUE UN GENIO ASSOLUTO, DOTATO DI UNA LIBERTÀ PROVOCATORIA, INCONTENIBILE. SI SOLLAZZAVA PURE A FRODARE IL FISCO” – “AL CENTRO SPERIMENTALE DI CINEMATOGRAFIA CON IL GRUPPO DI COMPAGNI SI FACEVA DI TUTTO E DI PIÙ: SESSO, DROGA E ROCK’N’ROLL” – VIDEO
Estratto dell’articolo di Emilia Costantini per il “Corriere della Sera”
iaia forte - la grande bellezza
Napoletana di nascita, praticamente romana d’adozione. «Sì! Da ragazza sognavo di fare l’archeologa!», afferma Iaia Forte e, guarda caso, a proposito di archeologia, abita in un appartamento che affaccia sui Fori Imperiali. [...]
Invece di fare l’archeologa, è diventata attrice: teatro, cinema, tv... Come mai?
«Il mio non era un fuoco di vocazione attoriale... Piuttosto, volevo superare la timidezza, le mie inquietudini adolescenziali e, avendo ricevuto nella mia famiglia borghese un’educazione tutt’altro che rigida, ero libera di scegliere.
Così, quando ho saputo dell’esistenza nella Capitale del Centro sperimentale di cinematografia, mi sono subito data da fare per accedere: entrare in questa scuola è stata la mia prima vera fortuna, anche perché disponevo di una borsa di studio che mi permetteva di mantenermi.
Mio padre, ingegnere, era purtroppo già morto da tempo, quando avevo solo 14 anni, e mia madre, casalinga, mi disse: se vuoi fare questo lavoro devi mantenerti. Mi sono mantenuta e tanto divertita: con il gruppo di compagni si faceva di tutto e di più: sesso, droga e rock’n’roll... scherzo, ovviamente, ma comunque lì ho conosciuto e mi sono fidanzata con colui che sarebbe poi diventato mio marito, l’attore Renato De Francesco».
La seconda fortuna?
«Dopo il diploma al Csc, venire scelta da Toni Servillo per il mio debutto in teatro, nel Misantropo di Molière: mi affidò il personaggio di Célimène. Anche lui era, all’epoca, un tipo rock’n’roll ed essere diretta da lui è stata per me un’altra importante scuola, una dimensione risolutiva, che mi corrispondeva, che dava un senso ai miei turbamenti emotivi.
Leggevamo il testo tutti insieme e ricordo uno dei suoi primi fondamentali insegnamenti: gli attori non devono affidarsi solo al proprio eventuale talento, ma studiare, studiare, studiare... Inoltre Toni, oltreché un attore, era un regista all’avanguardia, lavorava molto sul corpo e, siccome io da giovanissima avevo studiato danza, mi sentivo particolarmente adatta [...]
Con Servillo ha poi condiviso il film da Oscar «La grande bellezza» di Paolo Sorrentino...
«Interpretavo il ruolo di Trumeau, per il quale ero stata imbottita di gommapiuma!
Che sudate! Ma che bella esperienza collettiva lontana dai cliché, rompendo gli schemi e le zone di comfort, per potersi trasfigurare in qualcosa di non comune, né tantomeno facile...».
Ve lo aspettavate l’Oscar?
«Che dire... vincere un Oscar è il sogno di tutti».
Proprio con Sorrentino si è in seguito trasfigurata, stavolta in teatro, nei panni dello sfrontato cantante melodico napoletano Tony Pagoda, tratto da «Hanno tutti ragione», romanzo d’esordio del regista.
«Posso affermare che quel personaggio, che continuo a portare in scena da anni, è fatto su misura per il mio modo di essere: un maschiaccio estremamente trasgressivo. D’altronde, la mia tendenza al trasformismo e alla trasgressione si è manifestata anche nei film che ho interpretato con Pappi Corsicato.
In I buchi neri , solo per citarne uno, il regista mi collocava nelle pose più sconce e indecenti, tanto che mi prendevano per un’attrice porno. Addirittura, in una scena, cadendo dalle scale, mi si infilava il tacco della scarpa nel basso ventre e facevo un sospiro come se avessi raggiunto l’orgasmo...
In un’altra scena, aprivo le gambe e ne usciva una nuvola di vapore. Da allora ho capito che ero particolarmente adatta a ruoli non conformisti, decisamente più eccentrici e non naturalistici... E infatti, il mio ultimo ruolo è quello di una transgender nel cortometraggio Revolver di Paoli De Luca, ambientato in un club techno, che è stato presentato alla Mostra del cinema di Venezia».
In altri termini, ciò significa che non riesce a trovare pace in un ruolo meno trasgressivo.
«Diciamo che sul palcoscenico trovo pace, ma non troppo, con ruoli meno trasgressivi: in autunno, per esempio, sarò protagonista della nuova riscrittura di Viale del tramonto , dal celebre film di Billy Wilder, della Compagnia Muta Imago di ricerca teatrale, nei panni della decadente diva del muto Norma Desmond, che fu interpretato da Gloria Swanson».
Lei si declina nei tre linguaggi scenici, passando dal grande al piccolo schermo al palcoscenico... L’attore o regista con cui ha vissuto l’avventura più curiosa?
«Di sicuro, con Carmelo Bene. Mi aveva scritturato per la sua messinscena del Riccardo III di Shakespeare e trascorsi un’estate intera a fare le prove a casa sua a Roma, in zona Aventino: un’abitazione inquietante.
Era molto elegante, bene arredata, ma in pieno giorno totalmente buia, serrande abbassate, luci fioche. Ed essendo Carmelo un animale notturno, si lavorava a notte fonda, fino all’alba. Un grandissimo attore-regista, ma anche un tipo davvero strano...».
Qual era l’aspetto più strano?
«Strano e, se posso dire, anche furbetto... Mi spiego. Una volta mi chiese: di solito quanto ti fai pagare? Poi aggiunse: è importantissimo per chi fa arte farsi pagare bene. Ma Carmelo non mi ha mai pagato per il lavoro svolto, perché lo spettacolo non andò mai in scena, però...».
Però?
«Non so se posso dirlo... Lui riusciva a scaricare sulla denuncia dei redditi i costi delle “droghette” che assumeva, facendole passare per merce di antiquariato!!! Ma è stato comunque un grande maestro».
Maestro di frodi fiscali?
«Ma no! Un genio assoluto, dotato di una libertà provocatoria, incontenibile, capace di scardinare gli schemi interpretativi tradizionali. Si sollazzava pure a frodare il fisco».
[...] Ricordo un consiglio prezioso di Mariangela Melato. La grande attrice venne al Csc per tenere alcune lezioni e si raccomandò con noi giovani allievi: non mollate mai il teatro, perché il cinema vi abbandona, il teatro no. Io mi considero un’attrice teatrale che fa anche cinema. Come diceva Marlon Brando, il cinema è dei registi, il teatro è degli attori. Nella realtà di oggi, virtuale, lo spettacolo dal vivo ristabilisce il fondamentale contatto e confronto diretto tra attori e spettatori.
Proprio per questa sua preziosa e irrinunciabile caratteristica, ha maggior successo del grande schermo: le sale teatrali sono piene, quelle cinematografiche vuote, perché sostituite dalle piattaforme... E a volte, quando viene annunciato un nuovo film, viene specificato che si può vedere “solo al cinema”! Come a dire: non potete vederlo in tv, a casa, sdraiati sul divano, in pantofole, magari dormicchiando.
Per una rappresentazione teatrale, tale raccomandazione è superflua: occorre scuotere la propria pigrizia, uscire di casa, prendere la macchina, trovare parcheggio, pagare il biglietto e assistere con altre persone alla messinscena. Molto scomodo, eppure la gente partecipa con piacere».
Si definisce un maschiaccio trasgressivo. Debolezze nessuna?
«Come no! Sono piena di debolezze. In primo luogo, la paura degli abbandoni, forse dovuta alla prematura scomparsa di mio padre. Ho fatto lunghe sedute di psicoanalisi, cercando di prenderne coscienza e quindi superare il problema.
Per fortuna la recitazione, il dover entrare in personaggi diversi, mi ha aiutato molto. Fare l’attrice è giocare e io gioco sempre a essere altro da me».
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