INDOVINA CHI? - IL GIORNALISTA DELL’’’ESPRESSO’’ CHE EBBE UNA ROVENTE STORIA DI SESSO CON LIDIA RAVERA? - “AVEVO 25 ANNI. ED ERO IN STATO CONFUSIONALE. IL FIDANZATO ME L'ERO PERSO L'ANNO PRIMA, A MILANO, NEL CORSO DI UNA SPERICOLATA ESERCITAZIONE SUL TEMA DELLA COPPIA APERTA... QUELLO CHE MI PIACEVA MI PARLAVA ININTERROTTAMENTE DI UN'ALTRA. QUELLO CON CUI STAVO, MI AMAVA, MA PREFERIVA I MASCHI. INSOMMA, ERO PRONTA PER IL SUICIDIO. A QUEL PUNTO ARRIVA LUI. IN MISSIONE PER CONTO DEL DIRETTORE DELL'ESPRESSO, A OFFRIRMI UNA COLLABORAZIONE FISSA”…

Giovanna Pezzuoli per il "Corriere della Sera"

Lidia Ravera e i 7 mesi «in guerra» dopo «Porci con le ali» «Era colto, ironico, borghese. E io innamorata e insicura» «Noi donne se usciamo dalla cultura del lamento sappiamo ridere della passione amorosa», dice Lidia Ravera che sta lottando contro uno «scoglio davvero duro», l'ultimo romanzo costruito attorno al suo tema ricorrente, il tempo e le donne.

Ventisette libri in 36 anni, a incominciare dallo «scandaloso» best seller narrato a due voci «Porci con le ali» che ora, con un filo di understatement, lei definisce «un fortunato romanzetto romantico che iniziava con quattro ripetizioni di quella parola di cinque lettere che, all'epoca, non si poteva scrivere». Ed è proprio a quel periodo che risale la storia d'amore raccontata da Lidia, ormai quasi stanziale a Stromboli, sua isola d'elezione.

«Avevo 25 anni. Ed ero in stato confusionale. Mi ero nascosta in un residence brutto e anonimo, per difendermi da assalti di ogni genere. Il mio coautore (Marco Lombardo Radice, ndr) se ne era partito per il Libano a fare l'eroe senza frontiere. Il fidanzato me l'ero perso l'anno prima, a Milano, nel corso di una spericolata esercitazione sul tema della coppia aperta... Quello che mi piaceva mi parlava ininterrottamente di un'altra. Quello con cui stavo, fra contorsioni linguistiche e sottili distinguo, mi amava, ma preferiva i maschi. Insomma ero sovraffollata e sola, euforica e pronta per il suicidio. A quel punto arriva lui. In missione per conto del direttore dell'Espresso, a offrirmi una collaborazione fissa. In quanto autrice giovane di best seller fulminante, immagino».

Un «lui» che resterà rigorosamente anonimo durante tutta la conversazione, ma forse a qualcuno non sarà difficile riconoscersi...«Arriva nel mio residence, lo ricevo in un trionfo di simil pelle e nescafè. È sera. Strano orario per parlare di lavoro. Infatti non ne parliamo dalle nove alle quattro del mattino. Lui è di poco più vecchio di me, ma mi pare adultissimo. Già divorziato, già padre, già in carriera. Mangia soltanto pane tostato, pizze ben cotte. Ha già perso i capelli.

Mi accorgo che mi sto innamorando di lui attraverso un sottile e costante senso di inferiorità. È, lui, il frutto maturo di generazioni di borghesia intellettuale. Io mi sento una parvenu. È sicuro di sé, mai una smagliatura, mai una caduta di gusto. Tutti e due siamo dotati di un certo talento per l'esercizio dell'ironia. Ma la mia è difensiva, un tambureggiare di battute dietro cui nascondo fragilità e paura. Lui spara spiritosate con l'agio dei vincenti. Niente da nascondere, lui. Ci mettiamo insieme subito».

È l'inizio di una storia che durerà sette mesi «bellissimi ma più faticosi di una stagione su un fronte di guerra». Ma di fatto che cosa accade? «Vengo scagliata fra i suoi amici. Spesso più grandi, tutti un po' snob. Mi attrezzo come posso per essere all'altezza. Lui è affettuoso, leggero, colto. Ha due occhi azzurri contemporaneamente empatici e gelidi. Un cranio magnifico, la pelle profumata.

Con lui non mi sento mai sicura, ho sempre addosso, metaforicamente, il vestito buono. Sto sempre in tensione. Lui non se ne accorge, o finge di non accorgersene. Esagero la mia scapigliatura per farmi rimproverare. Mi faccio le canne, sbevazzo. Lui fa quello preoccupato e io me la godo. Intanto scrivo, lavoro. Parliamo molto. Ci piace essere intelligenti, ci piace discutere. Cerco di adeguarmi alla sua assoluta assenza di retorica. E imparo. Incomincio a districarmi dalle pastoie dell'ideologia».

Un amore così bello perché mai finisce? «Mi rendo conto, o credo di rendermi conto, che la tensione si sta smorzando. Lui è preso da qualcosa che sono troppo piccola ed egocentrica per capire. La malattia di sua madre, con cui ha un rapporto molto intenso, non so... Mi pare di non poter sopportare una riduzione di intensità. Così mi ritiro. Ricordo perfettamente il senso di morte. Il desiderio, quasi, di scomparire. E anche qualche goffo tentativo per metterlo in pratica, quel cupio dissolvi. Mi mette in salvo l'uomo della mia vita, modalità diverse, altro tipo d'amore».

Perché per Lidia Ravera ci sono tanti modi d'amare che corrispondono un po' alle differenti età. «Da tutta quanta la vicenda traggo la conclusione che innamorarsi è una malattia. Una improvvisa selvaggia dipendenza da un'idea dell'altro che sovrasta e travolge l'idea che ti sei fatta di te. Questo almeno l'amore da giovani. Da molto adulti le modalità cambiano, ma questo è un'altro romanzo. Quello che sto scrivendo».

 

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