ITALIA SVENDESI - LE MANOVRE STATALISTE DI LETTA SU ALITALIA, TELECOM, FINMECCANICA FANNO IMBUFALIRE FT, WSJ E STAMPA TEDESCA - ORA ARRIVA LA MANOVRA: MENO SANITÀ E IRAP

MVLP per "il Foglio"

Sono finiti i tempi delle fitte chiacchierate settimanali di Amelia Torres, portavoce di Mario Monti, con direttori e inviati della stampa estera appesi alle labbra della conoscitrice dei segreti di Bruxelles che illustrava le riforme approvate (o tentate) dal tecnocrate con sostegno bipartisan. Quei tempi sono finiti e si vede, anzi si legge. Le critiche in arrivo al governo Letta dai giornali internazionali s'infittiscono, e non è solo questione di diverso bon ton da parte degli uffici stampa di Palazzo Chigi.

D'un tratto, chiusa la parentesi della "stabilità a tutti i costi", le sorti dell'economia italiana sembrano tornate oggetto di qualcosa di simile a quello che fu il "trattamento Berlusconi". Alla vigilia dell'approvazione della Legge di stabilità che sarà varata oggi dal governo e inviata a Bruxelles per essere visionata, tale atteggiamento non lascia presagire nulla di buono.

Ieri il ministero dell'Economia smentiva ancora le bozze della manovra in circolazione, dalle quali emergevano tagli alla sanità (per 1 miliardo nel 2014), deduzioni Irap per i neoassunti e avvio della nuova Service tax sostitutiva dell'Imu, chiamata Trise. Intanto, prima dell'assemblea dei soci Alitalia, chiamata a varare l'aumento di capitale da 300 milioni con la stampella pubblica delle Poste, era arrivato il commento della Iag, la holding che controlla British Airways, Iberia e Vueling: "Ci aspettiamo che la commissione Ue intervenga per sospendere questo aiuto manifestamente illegale".

E a Bruxelles, spiegano fonti della Commissione al Foglio, un faro sulle nozze Alitalia-Poste è probabile che si accenda. Di prima mattina era stato il Financial Times, in un editoriale intitolato "Il passo falso di Letta", a bacchettare l'esecutivo: "Il protezionismo industriale torna di moda a Roma. E non è un belvedere".

Prima la scalata di Telecom Italia da parte della spagnola Telefonica osteggiata "per ragioni di sicurezza nazionale", poi "la pressione politica crescente" per spingere Finmeccanica a non vendere due società del gruppo alla concorrenza asiatica, e soprattutto il caso della compagnia di bandiera, Alitalia. "La logica dietro le nozze con Poste è confusa", non ci sono "sinergie", ma solo "puzza di aiuto di stato".

Lo stesso Ft aveva ironizzato sull'appello lettiano agli investitori stranieri, ribadito mentre la Cassa depositi e presiti - via Fondo strategico italiano - comprava Ansaldo Energia. Il Wall Street Journal, il 2 ottobre, scriveva che "il sipario non è ancora calato sul dramma italiano".

Silvio Berlusconi avrà pure deciso di sostenere l'esecutivo, ma il "cambiamento strutturale" in Italia è quantomai necessario, considerato che il paese è - per competitività del suo sistema economico - al livello del Kazakistan. Il quotidiano statunitense, come termometro del "cambiamento doloroso", citava "l'ostilità riservata all'ad di Fiat, Sergio Marchionne", e poi l'episodio della cacciata di Enrico Cucchiani dai vertici di Intesa Sanpaolo ("un segno del fatto che le vecchie strutture di potere italiano mantengono la loro influenza").

La semplice permanenza di Letta a Palazzo Chigi non garantisce il superamento di tutto ciò, è il ragionamento del columnist Andrew Peaple. Venerdì scorso il New York Times intervistava Chris Tarry, analista indipendente del settore aereo, sul caso Alitalia: "E' difficile vedere ragioni finanziarie o di business per mantenere la compagnia operativa nelle condizioni attuali. Potrebbe essere stato raggiunto un punto in cui si tenta di sostenere l'insostenibile".

Forse un riferimento alla rivendicazione del ministro dei Trasporti del Pdl, Maurizio Lupi, che ha parlato di operazione "liberale ma non liberista". Lo stesso Lupi che era tra gli obiettivi, sabato scorso, di un editoriale urticante firmato da Ulrike Sauer per la Süddeutsche Zeitung: "Dal momento che Poste italiane sono un attore importante sul mercato finanziario italiano e gestiscono anche la compagnia aerea Mistral, l'operazione avrebbe ora persino una logica industriale, come ha ricordato il ministro dei Trasporti Lupi, e non si tratterebbe di un aiuto di stato!".

Ieri la Zeit, in un editoriale intitolato "La depressione italiana", fustigava i fallimenti della nostra "politica industriale". Con cotanta stampa, perfino il volenteroso piano "Destinazione Italia" approvato dal governo e adesso oggetto di consultazione pubblica, rischia di diventare un pannicello caldo agli occhi scettici degli investitori internazionali.

 

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