1- “LA RAGIONE DI QUESTA CRISI, CHE DA CINQUE ANNI COINVOLGE TUTTE LE DEMOCRAZIE E CHE NON SI CAPISCE QUANDO E COME FINIRÀ, È IL DIVORZIO TRA LA POLITICA E IL POTERE” 2- CI VOLEVA L’87ENNE SOCIOLOGO ZYGMUNT BAUMAN PER METTERE IL DITO SULLA PIAGA: “GLI STATI-NAZIONE AVEVANO IL POTERE DI DECIDERE E UNA SOVRANITÀ TERRITORIALE. MA QUESTO MECCANISMO È STATO COMPLETAMENTE TRAVOLTO DALLA GLOBALIZZAZIONE. PERCHÉ HA GLOBALIZZATO IL VERO POTERE SCAVALCANDO LA POLITICA” 3- “I GOVERNI NON HANNO PIÙ UN POTERE O UN CONTROLLO DEI LORO PAESI PERCHÉ IL POTERE È BEN AL DI LÀ DEI TERRITORI. SONO ATTRAVERSATI DAL POTERE GLOBALE DELLA FINANZA, DELLE BANCHE, DEI MEDIA, DELLA CRIMINALITÀ, DELLA MAFIA, DEL TERRORISMO” 4- “C’È UN VECCHIO SISTEMA CHE NON FUNZIONA PIÙ MA NON ABBIAMO ANCORA UN'ALTERNATIVA”

Massimo Di Forti per "Il Messaggero"

«La ragione di questa crisi, che da almeno cinque anni coinvolge tutte le democrazie e le istituzioni e che non si capisce quando e come finirà, è il divorzio tra la politica e il potere».

Zygmunt Bauman riesce subito ad andare al dunque senza perdersi in giri di frase. Non a caso possiede il dono di quella che Charles Wright Mills chiamava l'immaginazione sociologica, la capacità di fissare in una frase, in un'idea, la realtà di un'intera epoca, e il grande studioso polacco lo ha fatto con la sua metafora della ‘'Vita liquida'' e della ‘'Modernità liquida'' (cosa è più imprendibile e sfuggente dell'acqua e dei suoi flussi?) per descrivere con geniale chiarezza la precarietà e l'instabilità della società contemporanea.

Lui, liquido, non lo è affatto anzi è un uomo di ferro, un ottantasettenne che gira il mondo senza sosta (viaggia almeno cento giorni all'anno tra conferenze e dibattiti!) e a Mantova è intervenuto a Festivaletteratura per un dibattito sull'educazione. Non c'è traccia di stanchezza nel suo fisico asciutto o nel volto scarno e autorevole ravvivato da occhiate scintillanti, mentre parla in una sala della Loggia del Grano pochi giorni dopo aver pubblicato un nuovo libro, Cose che abbiamo in comune (220 pagine, 15 euro) sempre per Laterza, editore dei celebri saggi come Vita liquida, La società sotto assedio, Modernità liquida, Dentro la globalizzazione e altri ancora.

Professor Bauman, è per questo che i politici sembrano girare a vuoto di fronte alla crisi?
«Sì. Il potere è la capacità di esercitare un comando. E la politica quella di prendere decisioni, di orientarle in un senso o nell'altro. Gli stati-nazione avevano il potere di decidere e una sovranità territoriale. Ma questo meccanismo è stato completamente travolto dalla globalizzazione. Perché la globalizzazione ha globalizzato il vero potere scavalcando la politica.

I governi non hanno più un potere o un controllo dei loro paesi perché il potere è ben al di là dei territori. Sono attraversati dal potere globale della finanza, delle banche, dei media, della criminalità, della mafia, del terrorismo... Ogni singolo potere si fa beffe facilmente delle regole e del diritto locali. E anche dei governi. La speculazione e i mercati sono senza un controllo, mentre assistiamo alla crisi della Grecia o della Spagna o dell'Italia...».

E' l'età della proprietà assenteista, come la chiamava Veblen, della finanza: era meglio prima?
«Il capitalismo di oggi è un grande parassita. Cerca ancora di appropriarsi della ricchezza di territori vergini, intervenendo con il suo potere finanziario dove è possibile accumulare i maggiori profitti. E' la chiusura di un cerchio, di un potere autoreferenziale, quello delle banche e del grande capitale.

Naturalmente questi interessi hanno sempre spinto, anche con le carte di credito, ad alimentare il consumismo e il debito: spendi subito, goditela e paga domani o dopo. La finanza ha creato un'economia immaginaria, virtuale, spostando capitali da un posto all'altro e guadagnando interessi. Il capitalismo produttivo era migliore perché funzionava sulla creazione di beni, mentre ora non si fanno affari producendo cose ma facendo lavorare il denaro. L'industria ha lasciato il posto alla speculazione, ai banchieri, all'immagine».

Non ci sono regole, dovremmo crearle. Avremmo bisogno forse di una nuova Bretton Woods...
«Il guaio è che oggi la politica internazionale non è globale mentre lo è quella della finanza. E quindi tutto è più difficile rispetto ad alcuni anni fa. Per questo i governi e le istituzioni non riescono a imporre politiche efficaci. Ma è chiaro che non riusciremo a risolvere i problemi globali se non con mezzi globali, restituendo alle istituzioni la possibilità di interpretare la volontà e gli interessi delle popolazioni. Però, questi mezzi non sono stati ancora creati».

A proposito della crisi europea, non crede che i paesi dell'Unione siano ancora divisi da interessi nazionalistici e da vecchi trucchi che impediscono una reale integrazione politica e culturale?
«E' vero, ma è anche il risultato di un circolo vizioso che l'attuale condizione di incertezza favorisce. La mancanza di decisioni e l'impotenza dei governi attivano atteggiamenti nazionalistici di popolazioni che si sentivano meglio tutelate dal vecchio sistema. Viviamo in una condizione di vuoto, paragonabile all'idea di interregnum di cui parlava Gramsci: c'è un vecchio sistema che non funziona più ma non ne abbiamo ancora uno alternativo, che ne prenda il posto».

La globalizzazione ha prodotto anche aspetti positivi. Vent'anni fa, in Europa non c'era un africano, un asiatico un russo. Eravamo tutti bianchi, francesi, tedeschi, italiani, inglesi... Ora potremmo finalmente confrontarci: riusciremo a farlo su un terreno comune?
«E' un compito difficile, molto difficile. L'obiettivo dev'essere quello di vivere insieme rispettando le differenze. Da una parte ci sono governi che cercano di frenare o bloccare l'immigrazione, dall'altra ce ne sono più tolleranti che cercano, però, di assimilare gli immigrati. In tutti e due i casi si tratta di atteggiamenti negativi.

Le diaspore di questi anni debbono essere accettate senza cancellare le tradizioni e le identità degli immigrati. Dobbiamo crescere insieme, in pace e con un comune beneficio, senza cancellare la diversità che rappresenta invece una grande ricchezza».

 

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