L'INSOSTENIBILE PESANTEZZA DELLE OPERE DELLE ARCHISTAR - IN ITALIA, GLI EDIFICI, SEMPRE PIU' BRUTTI E INUTILI, PROGETTATI DAGLI STRAPAGATI ARCHITETTI DI GRIDO SONO DIVENTATI INSOSTENIBILI. IN TUTTI I SENSI...


Tomaso Montanari per il "Fatto quotidiano"

Il ponte di Calatrava a Venezia - brutto, fuori contesto, costosissimo, antifunzionale e beffardamente intitolato alla Costituzione - è il simbolo di un fallimento più generale. E non è un problema del solo Calatrava (il cui studio è ormai un'industria multinazionale del genere faraonico: basti pensare alla Stazione di Reggio Emilia, o alla grande incompiuta della Città dello Sport di Roma), e non è solo un fatto di costi mal calcolati.

Il contenitore dell'Ara Pacis disegnato dall'americano Richard Meier, ottimo per Los Angeles, è del tutto incapace di avere un dialogo con lo spazio e l'architettura di Roma. L'uscita degli Uffizi, disegnata dal giapponese Arata Isozaki e da tre lustri in attesa di esser costruita, è un triste compitino postmoderno concepito da qualcuno che Firenze l'ha conosciuta solo in accademia.

Per non parlare dell'inutilizzabile Maxxi di Zaha Hadid, del santuario di Padre Pio firmato da Renzo Piano e sfigurato da una decorazione inguardabile, dell'imbarazzante cappello calato da Mario Botta sulla testa della Scala a Milano, del terrificante cubo di cemento che sarebbe la chiesa di San Paolo costruita da Fuksas a Foligno.

E altre meraviglie sono in arrivo: l'olandese Rem Koolhaas si appresta a "rifare" il rinascimentale Fondaco dei Tedeschi a Venezia, mentre sarà di Nor-man Foster la stazione ipogea del Tav per cui Firenze aspetta di esser sventrata. Non ci sono, infine, parole per definire l'osceno ed immenso Crescent, il casermone a forma di mezzaluna affidato da Vincenzo De Luca a Ricardo Bofill, e capace di distruggere insieme la forma urbana e il paesaggio di Salerno.

Ma perché, specialmente in Italia, gli edifici progettati dalle cosiddette archistar sono diventate il simbolo di un'architettura insostenibile, nel più ampio ventaglio semantico della parola?

Proprio Renzo Piano ha detto che le nostre periferie hanno urgente bisogno di essere "rammendate". Per rimanere nella stessa metafora, potremmo dire che è come se, avendo un guardaroba tutto composto di abiti laceri, sporchi, umilianti (l'architettura e l'urbanistica delle nostre periferie), invece di pensare a sostituirlo, preferissimo usare i nostri soldi per comprarci ogni tanto un abito griffatissimo: ma senza provarlo, anzi senza nemmeno vederlo prima, e scoprissimo solo dopo di non poterlo usare, e dunque di aver fatto un pessimo affare.

Fuori di metafora, la radice del disastro urbanistico e quella del fallimento delle archistar è la stessa: ed è la rinuncia a una progettazione di lungo periodo, seria, studiata, partecipata, condivisa. Almeno a partire dai primi anni Novanta, le nostre città sono cresciute attraverso programmi straordinari, stralci, deroghe, legge speciali: tutte corsie preferenziali che hanno ridotto la progettazione della città ad una sommatoria di singoli edifici irrelati. Compresi quelli affidati alle stelle, fredde e distanti, del firmamento internazionale dell'architettura.

La stessa retorica dell'architetto come star inarrivabile rivela quanto sia profondo lo scollamento tra il "genio" e la comunità che è insieme committente e destinataria delle opere di quel genio. È solo la lente distorta della modernità e della postmodernità che ci porta a vedere la storia dell'architettura come una galleria di giganti isolati e irrelati. Perché Brunelleschi, Michelangelo, Palladio o Borromini non sono le archistar della storia dell'arte: la grandezza della loro opera è invece il frutto di un confronto serrato, fecondo e a volte anche aspro con i committenti delle singole architetture.

La libertà dell'artista non era un dato assoluto, ma un margine sottile continuamente contrattato e comunque sottoposto alla pubblica utilità e ai fini del committente e della comunità.

Oggi i rappresentati politici della comunità non hanno quasi mai né la cultura né la sollecitudine sociale necessarie per intavolare un vero dialogo con le star che ingaggiano: le quali, dal canto loro, non sono quasi mai (e Piano è un'eccezione positiva) interessate alla sfida di un limite sociale.

Come ha scritto Vittorio Gregotti, "il nesso tra pratica artistica e politica in quanto dottrina del dialogo sociale sembra essersi dissolto". Ed è un paradosso che la progettazione della città non sia più un fatto politico: perché politica viene da polis, ed è cioè l'arte di costruire la città, la comunità dei cittadini. Certo, tutto questo ha invece molto a che fare con la politica deteriore, e con le amministrazioni corrotte e incapaci: ma non è una grande consolazione.

 

CALATRAVA il ponte di calatrava a Venezia Santiago CalatravaRem Koolhaasil restauro del fondaco dei tedeschi fondaco dei tedeschi

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