SAN SIC - TRE CANALI IN DIRETTA, IN STREAMING SU INTERNET, UN PAESINO IN LACRIME, L’ITALIA SI È FERMATA PER I FUNERALI DI SIMONCELLI PERCHÉ AMA GLI EROI SVANITI GIOVANI E PERCHÉ LUI È MORTO IN DIRETTA (E TROPPE VOLTE AL RALLENTATORE) - ADORATO ANCHE QUANDO NON VINCEVA, PERCHÉ ERA COME SEMBRAVA: MAI UNA POSA DA DIVO. GUASCONE, FRAGILE, PULITO - CASCO IN CHIESA E VASCO SUL SAGRATO. INCOLLATO FINO ALLA FINE ALLA SUA VITA SPERICOLATA…

Andrea Scanzi per "il Fatto Quotidiano"

Diretta su tre reti nazionali e in streaming, maxischermi, 50mila persone e più per un paese che ne ospita a fatica un quinto. Coriano, a due passi da Rimini, ieri si è consegnata all'esplicitazione del lutto trasversale per i funerali di Marco Simoncelli. Ex pilota e novello santo laico.

Qualcuno non capirà, ricordando che i piloti sono milionari e nessuno li obbliga a correre ("volontari del rischio", li chiamava Enzo Ferrari). Vero. Come lo è il ribadire che i morti di Borghetto Varo non valgono di meno. Eppure occorre andare oltre questa mescola di retorica e cinismo. Perché l'Italia si è fermata per un motociclista, peraltro neanche troppo vincente?

Chi ha conosciuto personalmente Simoncelli può dare una risposta facile alle 20mila persone che mercoledì hanno salutato, al Teatro Corte di Coriano, "il Sic". La bara in vetro nella parte superiore, t-shirt verde scuro, jeans e segni di Sepang su volto e mani. Quei riccioli infiniti, che gli conferivano l'aria impalpabile di un fumetto vivissimo. Invincibile, a dispetto di stile e professione. Sic era come sembrava. La sua semplicità suonava disarmante. Mai una posa da divo. Guascone, fragile, pulito. Un patacca che ripeteva "Dio bo'" come fosse un mantra dialettale: uno scudo ruspante con cui proteggersi.

Ecco il primo motivo di questo cordoglio a favor di telecamera: il candore del martire di se stesso. Ecco il perché della gente fuori dalla Chiesa di Santa Maria Assunta, i palloncini rossi "58" che volano, le foto con Marco che sgomma sulle nuvole. Poi c'è il resto, che è già più di tanto. Ad esempio quel grado di appartenenza ingenuo e virile - di cui è satura la Romagna - che unisce i motociclisti. Quelli che corrono in MotoGp e quelli che nessuno applaudirà mai.

Il parroco non voleva, poi si è fatto convincere: le due moto a fianco dell'altare non potevano mancare. La Gilera con cui vinse il titolo 250 nel 2008 e la Honda con cui se n'è andato, spinte da Mattia Pasini e Valentino Rossi. Il popolo delle due ruote ha salutato il milite noto e il compagno d'armi, tragicamente - ma eroicamente - perito in battaglia.

Esistono poi degli intrecci spietati che hanno conferito alla vicenda la portata dello psicodramma. La morte di un altro pilota del Team Gresini, otto anni dopo Daijiro Kato. E poi il ruolo di Valentino. Il fratello maggiore. Il divo che Sic avrebbe dovuto sostituire. Il compagno di viaggio che, senza colpa alcuna, ne "provoca" la morte. E poi viaggia con lui in aereo, Vale in business e Marco nella stiva. Rossi che deve andare avanti, ma forse non vorrebbe; e Sic che non prosegue, anche se lo desiderava eccome.

Il feretro è stato accompagnato dalle note di Siamo solo noi di Vasco. Lacrime su lacrime, come quando Preghiera in gennaio salutò De André. Capita, a volte, che le canzoni devastino il cuore.

Sic è stato cremato. Il patto con papà era che le ceneri di Paolo sarebbero state portate a spasso - "ogni tanto" - dal figlio. Accadrà il contrario. La famiglia Simoncelli è parte integrante della portata nazionale del lutto. Hanno conquistato un paese. Loro rincuoravano gli altri, non viceversa. Padre, madre e fidanzata Kate. Paolo c'è sempre stato, accanto al figlio.

Si è riempito di debiti per permettergli di inseguire ciò che voleva. All'apparenza spigoloso, in realtà bonario. Ha stoppato le polemiche sui soccorsi, ha ringraziato tutti per un affetto che non immaginava così totale. La madre, Rossella, ha ripetuto che è stato giusto incentivare il figlio a cavalcare una passione che l'ha ucciso. Per qualcuno Marco era troppo bamboccione. Per altri, senza famiglia, Marco sarebbe stato come Linus senza coperta.

L'Italia ha pianto perché incline alla catarsi sportiva, perché "ama" gli eroi svaniti giovani e perché Simoncelli è morto in diretta (e troppe volte al rallentatore). Nelle tivù e su Youtube. Un'ondata sinceramente partecipe che fa passare in secondo piano gli instant book già pronti, gli special televisivi e i paginoni pubblicitari (come quello del casco Agv , faccia sorridente di Marco e plauso per avere inseguito "la sicurezza di chi ama le moto": il casco, nel botto mortale, è saltato subito). La diretta ha amplificato spettacolarità e dolore. Il paddock è una famiglia allargata che si finge invincibile. Il paddock, domenica in Malesia, è morto col Sic. Andrà avanti, ma non smetterà di essere postumo.

Resta un motivo ancora. La spiegazione ultima di questo lutto nazionale. E' l'adesione filologica, generosa e testamentaria di Marco Simoncelli a un'idea di arte nichilista che sconfigge la morte guardandola - ogni volta - dritta in faccia. Proprio come Gilles Villeneuve. Un altro amato in maniera inversamente proporzionale ai suoi successi, accusato pure lui di spericolatezza e irruenza, un incosciente deliberato che barattò tutto non per una vittoria - guai a sporcare i sogni col prosaico - ma per una traiettoria indimenticabile.

Per un'eresia infinita, che lo rendesse veramente libero prima di evaporare. Gilles morì a Zolder per un errore e anche quello fece parte della sua parabola aviatoria. Marco è morto per le gomme fredde, il traction control, il caso. E perché non si è voluto staccare dalla moto impazzita, come avrebbe imposto il raziocinio. Drammaticamente fedele a se stesso, è rimasto incollato alla sua ideologia estrema. Proprio come adesso questa fiumana di gente si sforza di restare incollata a lui. Il ragazzo che ha sognato così forte da ospitare tutti nella sua utopia forse fraintesa, ma certo irrinunciabile.

 

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