A LEZIONE DA LEA VERGINE - LA GRANDE SIGNORA DELL'ARTE ITALIANA PRESENTA UNA MOSTRA SUL CIRCOLO BLOOMSBURY. E STRONCA ALCUNI MOSTRI SACRI CONTEMPORANEI: IL “VETRINISTA” CATTELAN, IL WARHOLIANO DAMIEN HIRST, MARINA ABRAMOVIC “PERSONAGGIO DI SECONDA MANO” - “NON C'È PIÙ LA CRITICA, CI SONO I CURATORI. E IL RISULTATO SONO MOSTRE VERGOGNOSE COME QUELLA SUGLI ANNI SETTANTA A PALAZZO REALE”…

1 - A LEZIONE DA LEA...
Alessandra Mammì per "l'Espresso"

Femminista e femminile. Critica militante ma da sempre bella, elegante, curata, truccata. Signora seduttiva e polemica. Scomoda di sicuro. Lea Vergine ha sempre seguito percorsi paralleli. I suoi. Mai nel mainstream. Sempre oltre i codificati sentieri della critica d'arte. Fu così nel 1974 quando il suo libro sulla Body Art produsse più scandalo e articoli delle stesse performance degli artisti. E poi nell'80 quando la sua mostra "L'altra metà dell'avanguardia" con la scesa in campo di oltre cento artiste europee, russe e americane cambiò per sempre lo sguardo dell'arte e del mercato sulla creatività femminile.

Poi si è occupata tanto di eccentrici che di trash, ha progettato rassegne sulla cultura delle Badesse dal IV secolo d.C. in poi («Donne che nel chiuso del loro monastero hanno inventato tutto: dall'architettura all'alta sartoria. Nessuno lo capisce e non riesco a trovare i finanziamenti», dice) e poi mostre interattive sulle Wunderkammer («Dove confrontare quelle antiche con l'accumulo contemporaneo, compreso quello delle nostre case. Ma anche qui latitano gli sponsor»).

Però uno dei suoi sosfisticati progetti finalmente è andato in porto. Questa bellissima mostra sul gruppo di Bloomsbury e dintorni che inaugura il 22 settembre al Mart di Rovereto. E che mette in scena non tutto ma di tutto: dalla foto al dipinto, dall'opera all'oggetto, ma soprattutto uno stile di vita e conoscenza su cui prendere qualche appunto. Come, con la sua consueta verve, ci invita a fare la stessa Lea Vergine.

Cominciamo dal titolo "Un altro tempo. Dal Decadentismo al Modern Style". Signora Vergine non le sembra un po' fuori moda? Siamo abituati a titoli più strillati, slogan, frasi a effetto. Più acchiappa pubblico, insomma.
«È totalmente fuori moda. Anche la mostra è fuori moda. Fuori moda gli oggetti, i personaggi il loro modo di stare insieme le loro dissennate unioni, tutto quel sesso libero...».

Il sesso? Quello non è fuori moda.
«Scherza? Se ne parla tanto, si visualizza tanto, ma seriamente se ne fa molto poco. Almeno rispetto a questi signori, veri libertini. Che vuole, anche per quello è necessaria la cultura. E questi alto borghesi o aristocratici venivano da famiglie che per centinaia di anni avevano avuto ottime biblioteche, avevano incontrato le persone giuste che avevano insegnato cose giuste. Avevano seguito quel percorso che dal cervello porta al cuore e da cui nascono i sentimenti niente a che vedere col sentimentale. Un gruppo di talenti così non nasce dal nulla».

Allora è la cultura ad essere fuori moda.
«Mi sembra evidente. Dopo 20 anni di Berlusconi! Vede Bloomsbury altro non è che la pietrina di un insieme che parte da Ezra Pound arriva a Cecil Beaton e attraversa un ceto altoborghese ai tempi necessariamente colto. E in Bloomsbury c'era di tutto dalla pittura di Vanessa Bell o Duncan Grant che non erano niente di eccezionale ma dei nonnulla di estremo garbo, fino a personalità forti come John Maynard Keynes l'economista, ora molto citato, che li foraggiava, li aiutava, dissertava con loro della forma di un cuscino e della struttura di un tavolo. Perché quello che li teneva insieme era quell'arte scomparsa che si chiama "conversazione". La quale non ha niente a che vedere con le chiacchiere contemporanee ma è il mezzo per scambiarsi le idee e imparare da queste».

Quando è morta la "conversazione"?
«Col Sessantotto, direi. Fenomeno che è inutile e dannoso deprecare, ma altrettanto inutile e dannoso esaltare. Rompendo le regole borghesi il Sessantotto ha anche infranto sentimenti e abitudini importanti. La conversazione ne fu una delle vittime, arte che nata nel Settecento con l'Illuminismo sopravvive nell'Ottocento e nel primo Novecento sia pure con una piega riduttiva, ma come pratica e disciplina di artisti, scrittori, intellettuali, politici ed economisti. Ora è scomparsa, travolta dal chiacchiericcio, dai talkshow, dai social network. Per cui ricostruire il paesaggio di queste personalità poco conosciute fuori dalla Gran Bretagna può essere utile a ricordare un modo di lavorare diverso, non iperindividualista come il nostro e animato da una purezza di cuore che non vedo più nell'arte».

Nell'arte o nel sistema dell'arte?
«Ovunque. Il sistema poi, mangia i suoi figli. Penso ai contemporanei più celebrati, ad Anish Kapoor, talento enorme rovinato dal cedere a ogni richiesta e da un presenzialismo agito e subito. O Damien Hirst che fa un gioco più cinico ma resta un epigono di Warhol».

Qualcuno le piacerà: cosa pensa di Maurizio Cattelan?
«È un artista intelligente con alcune opere bellissime, soprattutto nei primissimi tempi come lo scoiattolo suicida. Un acuto battutista, un vetrinista squisito ma via via sempre più vetrinista tanto che lui stesso ha annunciato l'addio alle scene. Il problema è che non ci sono colpi d'aquila ma solo personalità garbate e un esagerato numero di sedicenti artisti! Una volta erano cento ora sono decine di migliaia e tutti sperano di diventare star, ricchi e famosi come i calciatori. Non funziona».

Ma sì che funziona. Diventano delle star, pensi a Marina Abramovic, che in quanto body artista dovrebbe esserle vicina.
«Io non l'ho neanche inserita nel mio libro ("Il corpo come linguaggio" Prearo 1974 poi Skira 2000, Ndr). La ritenevo un personaggio di seconda mano rispetto a una Gina Pane. E penso ancora che così sia nonostante la tremendità congenita così slava ma anche molto patologica e troppo narcisistica.

In fondo deve tanta celebrità alla morìa dei grandi body artists, perché l'uso che oggi lei fa del corpo è grottesco e poco attinente all'arte. Del resto ogni grande movimento crea degli epigoni e delle storture. Anche la parola performance che aveva un senso preciso nell'arte degli anni Settanta è usata continuamente a sproposito. Giorni fa qualcuno mi ha detto: "Signora lei ha davvero fatto una splendida performance". "Ah", dico io, "e quando è stato?" "La sua conferenza stampa, intendo" mi sento rispondere».

Le parole sono importanti, diceva Nanni Moretti. Quelle della critica attuale ad esempio, le legge?
«Non c'è più la critica, ci sono i curatori. E persino i cosidetti curatori indipendenti. Ma che vorrà mai dire? Non solo costui si definisce "curatore" ma persino indipendente. Allora cosa fa esattamente? Se ne sta a casa sua? A curare che cosa? Chi? Siamo davvero una colonia, abbiamo odorato questa parola "curator" pensando a chissà quali sollazzi. E il risultato sono mostre vergognose come quella sugli anni Settanta a Palazzo Reale, poche lire e tanta superficialità. Eppure sono stati anni fondamentali dove è nato tutto, femminismo compreso».

Ma in queste mostre ci sono anche responsabilità politiche.
«Forse. Ma difenderò sempre Stefano Boeri: un assessore alla cultura laureato, trilingue, capace di leggere uno spartito e suonare due strumenti. Quando mai ne rivedremo un altro così nell'Italia intera?».

Si sente emarginata come intellettuale?
«Per forza. Un tempo il Paese aveva rispetto per la cultura, un sentimento di dovere, ne sentiva la necessità. Oggi chi fa cultura è visto come un nullafacente, quasi un parassita che si occupa di cose non necessarie, se non a sé medesimo. Non avevo idea si potesse arrivare a scrivere su un giornale la frase "tempo di lettura quattro minuti". Traduzione: non spaventarti in fondo per leggere ci vuole poco. Bene, allora bisogna fare una mostra che sta dall'altra parte.

Dalla parte di chi vuole essere preso per mano e accompagnato a conoscere. Non solo l'arte, ma delle situazioni che riflettono sull'esistenza intera. Come questa eccentrica e squisita minoranza, le loro sculture, dipinti, disegni ma anche oggetti di uso quotidiano libri e arredi molti mai usciti dall'Inghilterra o mai esposti. Come le seggiole che si costruì da solo Ezra Pound con chiodi e martello, simili a quelle di Rietveld, che lui però non aveva mai visto. Insomma sono i tratti e le relazioni fra personaggi singolarmente colti, fermati nel momento in cui il discorso si smorza in una dimensione domestica».

Lea Vergine, ma in tutto questo che ruolo ha l'arte e cos'è per lei l'arte?
«L'arte è la rincorsa dell'amore».

2 - NEL SEGNO DI VIRGINIA WOOLF...
Alessandra Mammì per "l'Espresso"

«Virginia Woolf ricama a punto - non so che - lo schienale di una seggiola,il cui disegno è progettato da Duncan Grant mentre sua sorella Vanessa Bell disegna per lei la copertina di "The Waves" intanto che Percy Wyndham Lewis dipinge il ritratto di Edith Sitwell fotografata con i suoi fratelli da Cecil Beaton. Dopodiché tutti a rovistare tra gli avanzi dei gomitoli di lana per i calzerotti da inviare ad Alec Guinnes sotto le armi....»

Comincia così Lea Vergine a descriverci quella mostra, da lei già progettata trent'anni fa, e che ora ha raccolto sotto l'asciutto titolo "Un altro tempo"( Mart di Rovereto dal 22 settembre al 13 gennaio 2013, con tanto di corredo di film a tema, letture, incontri e commenti). Una di quelle storiche messe in scena che il Mart è così bravo a ricostruire come ha dimostrato negli anni, prima con la lunga direzione di Gabriella Belli e ora con la giovane Cristiana Collu decisa a seguirne l'esempio.

E anche una di quelle mostre che rimandano al metodo Victoria&Albert, dove l'arte e il mobilio, le foto e le lettere, le vite e le opere sono intrecciate nella medesima atmosfera. Quella di un manipolo di eccentrici e fortunati libertini che rivoluzionarono usi e costumi vittoriani, rivendicando l'amore libero, l'omosessualità la condivisione di mogli, amanti e figli. Un altro mondo non solo un altro tempo.

Dove personalità illustri si mescolano a burloni e la sete del nuovo convive con l'amore per il passato, mentre le più ovvie categorie estetiche ed etiche sono tutte sottosopra. Cosa che permette alla fantastica Edith Sitwell di mettere al suo posto un arrogante conservatore che l'apostrofa dicendo: «Signora, sa che lei è proprio brutta?». «Ma che dice!», risponde Edith, «Io sono medievale».

 

 

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