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LIKE, CONDIVISIONI, TAG MA SIAMO SEMPRE PIU’ SOLI - IL LIBRO “CONNESSI E ISOLATI” DEMOLISCE L’ILLUSIONE CHE I SOCIAL NETWORK AIUTINO A CREARE LEGAMI: ANZI, L’USO PROLUNGATO DI FACEBOOK CONDUCE A UN LIVELLO PIU’ BASSO DI SODDISFAZIONE NELLA VITA - ECCO PERCHE’ L’ISOLAMENTO DA SMARTPHONE E’ UN DANNO ECONOMICO PER LA SOCIETA’ 

Luigi Ripamonti per “La Lettura - Corriere della Sera”

 

MANFRED SPITZER - CONNESSI E ISOLATI

Viviamo perennemente connessi ma ci sentiamo sempre più soli. E la solitudine è una malattia vera e propria, epidemica, con un portato complessivo che travalica il non-vissuto individuale per insediarsi a un livello di decostruzione sociale, culturale ed economica.

 

La tesi di Manfred Spitzer in Connessi e isolati (Corbaccio) può apparire estremista ma è supportata da un robusto corpo di dati scientifici. A partire da quelli che demoliscono l'illusione che i social network possano essere una panacea contro la percezione di isolamento: casomai è il contrario. L' autore argomenta con numerosi, solidi, studi quanto l' uso di Facebook conduca a un livello più basso di soddisfazione nella vita.

 

«I social media stanno ai rapporti interpersonali reali come i popcorn stanno alla sana alimentazione: ci si aspetta di provare gioia tra amici, e ciò che si ottiene in verità è solo aria fritta», argomenta Spitzer. Perché allora così tante persone accedono al loro account e occupano il tempo con un'attività che loro stesse (se glielo si chiede) descrivono come inutile? Perché spesso non sanno cosa fa loro bene e cosa li rende felici, spiega l'autore.

Manfred Spitzer

 

«Credono che staranno meglio quando si saranno loggate in un social network, in verità stanno peggio. In particolare, e contro ogni aspettativa, i social network ci rendono più soli». Insomma ci fanno «stare male», proprio perché ci fanno sentire soli. La ragione e il problema albergano entrambi nell'evoluzione.

 

L'uomo è un animale sociale, la nostra specie ha potuto fare quello che ha fatto grazie soprattutto alla capacità di cooperare. Il gruppo, nelle sue varie declinazioni, è il cardine per lo sviluppo e il progresso, ma lo è anche per la sopravvivenza del singolo. Ciascuno di noi lo sa bene, seppure inconsciamente, tant'è vero che la sensazione di solitudine attiva nel nostro cervello precise aree nervose (la corteccia cingolata anteriore e la corteccia prefrontale ventrale destra) che ci fanno «provare dolore» proprio per indurci a porvi rimedio, e quindi a sopravvivere.

 

DEPRESSIONE DA FACEBOOK

A questo punto potrà non sorprendere troppo constatare che le stesse aree cerebrali vengono attivate anche dal dolore fisico, e il motivo è lo stesso. Il dolore è un meccanismo protettivo, selezionato dall'evoluzione per proteggerci: se non avvertissimo dolore non leveremmo la mano dal fuoco e quindi la perderemmo, analogamente se non provassimo «dolore» nel sentirci soli, isolati, esclusi, non tenteremmo di stabilire relazioni e quindi metteremmo a rischio la nostra sopravvivenza e, estendendo il comportamento, anche quella della specie.

 

Da qui alle conseguenze collettive di una solitudine diffusa e in crescita il passo concettuale è breve. Le società si sviluppano grazie a una patto fondamentale di fiducia, che si nutre di rapporti. Quando la maggior parte delle nostre attività, dal comprare qualcosa, a informarci, a orientarsi in una città, si svolgono senza bisogno di interagire con qualcuno di persona, si verifica una progressiva depauperazione del patrimonio di fiducia reciproca che è il mattone su cui è edificato il sociale e anche l'economico.

 

DEPRESSIONE DA FACEBOOK

Le premesse e le conseguenze si alimentano in un circolo vizioso, in cui a essere inizio e fine è l' individualismo che sfocia nel narcisismo. L'analisi di Spitzer in questo senso si concentra soprattutto sulla generazione dei millennial, che incarnano, inevitabilmente, questa tendenza e per i quali è stata coniata la definizione «Generation look at me». Ma il problema non è l'abbondanza di selfie, quanto il ripiegamento su di sé che questa simboleggia, sia in termini di salute individuale sia del tessuto sociale.

 

A ciò dà il proprio contributo anche la televisione, fornendo modelli che incoraggiano all' egocentrismo, con una programmazione che va in una precisa direzione. Talk show e reality show mettono sempre a fuoco lo stesso punto: distinguersi, essere il migliore, il più bello, il più pazzo o il più repellente, e diventare famoso per questo. E talora anche l' educazione dei genitori contribuisce alla tendenza con uno stile educativo indulgente: qualsiasi cosa facciano i loro figli, sono sempre «i migliori».

 

DEPRESSIONE

Il risultato di tutto ciò è stato scientificamente studiato: «Giovani adulti narcisisti, poco interessati al benessere degli altri, che senza alcun impegno particolare credono di essere destinati a un lavoro di prima classe e a diventare ricchi per poter vivere nelle migliori condizioni possibili».

 

Una società sempre più individualista ed egoista è non soltanto indirizzata a una maggiore infelicità ma anche a una crescente fragilità strutturale. In qualche modo estrema espressione e conseguenze dell' Homo homini lupus di Hobbes.

 

Che fare allora? La proposta di Spitzer sarebbe rivoluzionaria se fosse inedita: rivalutare il «dare» a scapito del prendere. L' autore, però, anche qui, non è ideologico e chiama a raccolta un numero consistente di studi che corroborano l' ipotesi che l' uomo sia meno oeconomicus di quanto non si dica di solito. Diversi esperimenti dimostrano che, se non provocate, le persone non tendono a prevaricare gli altri ma ad avere comportamenti corretti e che la felicità sia maggiore, e misurabile, quando si compiono gesti, anche molto piccoli, di generosità.

SOLITUDINE

 

Cioè il contrario della direzione indicata dai social network, e non solo, che promuovono la massima espressione dell' homo oeconomicus nella sua versione più individualista, autoreferenziale, selfie: valorizzazione massima del sé, con narcisismo e inevitabile isolamento sociale (la storia di Narciso insegna).

 

Diventare consapevoli del problema e provare a reagire ha come premio immediato un maggior benessere anche individuale, perché le prove scientifiche che lo stress cronico sia latore di malattie sono tantissime e le ricerche dimostrano che la solitudine è un potente motivo di stress cronico, da cui l'aumento di patologie che porta con sé, dal raffreddore, all' infarto, all' ictus, fino al cancro, diventando, di fatto, la prima causa di morte nel mondo occidentale secondo dati che l'autore non lesina.

 

depressione

E quanto la solitudine, o, per essere più precisi, la sua percezione, sia fondante per la salute lo provano diverse indagini che hanno dimostrato come la mancanza di affetto e accudimento nelle prime fasi della vita abbia conseguenze oggettive sulla capacità della gestione dello stress nel corso di tutta la vita. Bambini poco accarezzati, abbracciati, amati nella prima infanzia mostrano alterazioni recettoriali per gli ormoni legati allo stress a livello cerebrale. Motivo per cui la solitudine può essere letta come una condizione con ricadute epigenetiche, perché possiede la capacità di condizionare l' espressione dei nostri geni.

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