NON SIAMO FATTI PER ESSERE MONOGAMI! UN MAROCCHINO, ALLA DOMANDA DI ALCUNE SIGNORE INGLESI SUL MOTIVO PER CUI I MORI NON SI ACCONTENTAVANO DI UNA SOLA MOGLIE, DISSE: "BEH, NON SI PUÒ SEMPRE MANGIARE PESCE" - LA STORIA DELLA MOGLIE DEL PRESIDENTE USA COOLIDGE CHE, OSSERVANDO UN GALLO CHE SI ACCOPPIAVA CON GRANDE FREQUENZA, CHIESE A UN ASSISTENTE DI FAR NOTARE LA COSA AL PRESIDENTE. “SEMPRE CON LA STESSA GALLINA?”, CHIESE LUI. “NO, SIGNORE”, RISPOSE L’ASSISTENTE. “E ALLORA, PER FAVORE, LO DICA ALLA SIGNORA COOLIDGE!”, CHIOSO' IL PRESIDENTE – IL LIBRO “MONOGAMIA, STORIA DI UN’ECCEZIONE”
Estratto dall’introduzione di “Monogamia, storia di un’eccezione”, di Marzio Barbagli (ed. “il Mulino”)
Monogamia, storia di un’eccezione
Lo stupore con cui i lettori accolsero, mezzo secolo fa, l’affermazione dell’antropologo inglese Jack Goody che «nelle culture umane è la monogamia che è rara, mentre è comune la poliginia», e la rapidità con la quale la dimenticarono, indicano che le nostre conoscenze in proposito erano assai limitate e che i ricercatori di altre discipline avevano trascurato l’analisi delle norme sociali che prescrivono con quanti individui gli esseri umani possono sposarsi, o convivere more uxorio per un certo periodo di tempo, simultaneamente o in sequenza, durante la loro vita.
[…] L’affermazione di Goody si basava sui risultati delle indagini condotte nel Novecento, con il metodo comparativo, da un nutrito gruppo di autorevoli scienziati sociali su un campione di società preindustriali. Avevano iniziato queste ricerche tre sociologi inglesi, che scelsero un campione di società descritte da viaggiatori e da etnografie pubblicarono i risultati delle loro prime generalizzazioni nel 1915.
Continuò, presentando una straordinaria documentazione, Edward Westermarck, un antropologo finlandese di lingua svedese. Dal 1937, l’Institute of Human Relations dell’Università di Yale lanciò la Cross-Cultural Survey, sotto la direzione dell’antropologo statunitense George Peter Murdock, che censì e utilizzò informazioni geografiche, sociali e culturali su 150 società.
Negli anni seguenti, questo studioso lavorò all’estensione del campione iniziale, raggiungendo le 250 unità, e nel 1949 pubblicò un libro con i risultati delle prime analisi. Insoddisfatto del lavoro svolto, Murdock guidò un altro progetto di ricerca dell’Università di Pittsburgh che selezionò un campione di 186 società, caratterizzate da sistemi economici diversi: di caccia e raccolta, fondate sulla pastorizia, sulla pesca, marittime, orticole, di agricoltura avanzata che impiega irrigazione, fertilizzazione, rotazione delle colture o altre tecniche che eliminano in gran parte il maggese.
Tutte definivano il matrimonio come l’unione economica e sessuale fra un uomo e una donna, sanzionata socialmente e tale che i figli della donna fossero riconosciuti legittimi da entrambi i genitori, e contrapponevano la monogamia, che permette di sposare solo una persona, alla poligamia, che consente a un individuo di avere più di un coniuge.
Distinguevano due tipi di quest’ultima: la poliginia, che contempla che un uomo possa avere più mogli, e la poliandria, che prevede che una donna possa sposare più uomini. Da tutte queste ricerche, condotte prendendo sempre come unità di analisi le società, risultò che, fra le culture conosciute, la monogamia era «rara», come avrebbe scritto molti anni dopo Jack Goody.
Ben l’81% di esse erano poliginiche, definendo tale una società «ogni volta che la cultura permette e l’opinione pubblica incoraggia gli uomini a tenere più mogli, che tali unioni siano frequenti o che siano relativamente rare, che siano limitate agli uomini di maggior prestigio o che siano consentite a tutti quelli che se le possono permettere».
Le società monogamiche erano solo il 18%. Ma ancora più rare (una mera «curiosità etnologica», scriveva Murdock8) erano quelle poliandriche, esistenti solo in Polinesia o nel Tibet. […]
La tesi di Goody è oggi condivisa da studiosi di altre discipline che si sono occupati dell’argomento. «Ci sono prove schiaccianti – hanno scritto due biologi – che gli esseri umani non sono “naturalmente” monogami […] Possono esserlo ma non c’è dubbio: è cosa insolita e difficile».
[…] Già George Murdock, nel 1949, basandosi sulle informazioni raccolte su 250 società, scriveva che «la famiglia poliginica crea dei problemi di adattamento personale che non sorgono con la monogamia, soprattutto dispute che nascono dalla gelosia sessuale e controversie sulla distribuzione dei compiti nella sfera di attività delle donne».
[…] Come spiegare allora il gran numero di società che permettono agli uomini di avere più mogli e li incoraggiano in tal senso? Gli antropologi scartarono la risposta più semplice, quella condivisa da chi non conosceva l’argomento e che fu data da un marocchino alla domanda di alcune signore inglesi sul motivo per cui i mori non si accontentavano di una sola moglie: «Beh, non si può sempre mangiare pesce».
Che dipendesse cioè dal gusto dell’uomo per la varietà. Una risposta che ancor oggi ripeterebbero molti europei e che è stata definita effetto Coolidge, da un aneddoto riguardante il presidente degli Stati Uniti Calvin Coolidge e sua moglie Grace. La storia narra che la signora Coolidge, osservando un gallo che si accoppiava con grande frequenza, chiese a un assistente di far notare la cosa al presidente.
«Sempre con la stessa gallina?», chiese lui. «No, signore», rispose l’altro. «E allora, per favore, lo dica alla signora Coolidge!» rispose il presidente.
Gli antropologi rilevarono invece che la frequenza delle società poligamiche era correlata a molti fattori: a squilibri nella composizione per sesso della popolazione, a diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza e del potere, a diseguaglianze di genere (o solo fra gli uomini o solo fra le donne), al livello di sviluppo tecnologico e di fonti di sussistenza delle società, al diverso contributo fornito all’economia domestica dal lavoro del marito e da quello delle mogli, ai tabù sui rapporti sessuali in alcune fasi del ciclo riproduttivo della donna.
La prima ipotesi venuta in mente a chi ha cercato di spiegare l’esistenza di famiglie non incentrate sulla coppia coniugale è che dipendesse dal rapporto numerico fra uomini e donne nella popolazione. Un’idea proposta anche dal missionario Ippolito Desideri per risolvere il rebus della poliandria, dovuta, secondo lui, alla «molteplicità dei maschi e il minor numero delle femmine».
[…]
Il matrimonio serve anche a cementare le alleanze con altre famiglie e ad accrescere il potere. Diventa un simbolo di status, della ricchezza e del prestigio di un uomo. Così, ad esempio, fra i Kapauku della Nuova Guinea, l’ideale è di accumulare più mogli possibile, perché queste lavorano nei campi e si prendono cura dei maiali, un indicatore della ricchezza.
Per allevare i maiali è necessario avere grandi quantità di patate dolci, che solo le donne possono coltivare. Chi ha più mogli può produrre più maiali e diventare il più ricco del villaggio. Dal numero di maiali posseduto dipende anche il prestigio di un uomo, che è la base del suo potere.
I diritti riproduttivi rispecchiavano con precisione il potere politico. Nel Perù inca, il re aveva diritto di possedere centinaia di donne; i cacicchi e i capi più importanti potevano avere 50 donne; i capi delle province con 100.000 persone, 20 donne; quelli con 1.000, 15 donne; gli amministratori di 500 persone, 12 donne. E così via. Il numero delle donne scendeva a 8, 7, 5, al diminuire del numero di persone amministrate.
[…]
Basandosi sulle informazioni raccolte su 250 società, George Murdock ha scritto che «quando il contributo economico della donna è grande, la poliginia si adatta alle circostanze». Un’ipotesi avanzata molto tempo prima da Max Weber, secondo il quale «il possesso di una pluralità di donne è lucrativo dove nell’agricoltura prevale ancora il lavoro femminile, ed eventualmente anche dove il lavoro della donna nell’industria tessile è particolarmente redditizio».
Un’idea, come vedremo, proposta recentemente da alcuni economisti per spiegare la persistenza della poligamia generale in Africa. Gli antropologi, e altri studiosi di scienze sociali, si sono occupati soprattutto del passaggio dalla poligamia alla monogamia. «Se la poligamia è stata la forma più comune di matrimonio umano – si sono chiesti – quando, dove e perché si è affermata la monogamia e una maggior eguaglianza fra i sessi?».
Non è facile rispondere a questa domanda. «Non ho una spiegazione soddisfacente – ha confessato onestamente, nel 1974, un celebre economista – del perché la poliginia è diminuita nel corso del tempo in quelle parti del mondo in cui una volta era più comune». Ma da allora sono state proposte molte ipotesi esplicative. Ne ricordo sinteticamente quattro.
Per la prima, il passaggio alla monogamia è stato un prerequisito per l’ascesa e la persistenza dei grandi stati nazionali. Il matrimonio monogamico emerse come un meccanismo di livellamento riproduttivo, volto a sopprimere le differenze nel successo riproduttivo, cioè nel numero di figli avuti, tra gli uomini. La competizione tra maschi per le mogli generava conflitti, e le società che reclutavano un gran numero di giovani uomini per condurre guerre contro altre società dovevano trovare un modo per minimizzare questo tipo di conflitto.
Ciò fu ottenuto vietando legalmente la poligamia, garantendo così a tutti i maschi un accesso equo alle mogli. Per una seconda ipotesi, il passaggio alla monogamia è riconducibile all’industrializzazione.
«Poiché l’industrializzazione ha dato origine alla specializzazione, potrebbe anche aver comportato delle concessioni sul piano riproduttivo», ha scritto chi ha sostenuto questa tesi. Con la rivoluzione industriale, il lavoro divenne altamente specializzato, e coloro che possedevano abilità particolari erano pochi e preziosi.
Per renderli produttivi, ai lavoratori doveva essere offerta una remunerazione, una forma cruciale della quale era la possibilità di sposarsi. La terza ipotesi riconduce il trionfo della monogamia alla diminuzione delle diseguaglianze. «La poliginia ha perso di importanza in risposta ai valori egualitari, non valori di eguaglianza fra i sessi, ma eguaglianza fra gli uomini», ha scritto uno dei sostenitori di questa ipotesi. Se è vero che la frequenza dei matrimoni multipli è favorita dalla ricchezza, il potere e il prestigio degli uomini, tale frequenza si riduce quando nella popolazione maschile le differenze si attenuano.
Anche la quarta ipotesi riguarda l’andamento delle diseguaglianze nella distribuzione delle risorse fra gli uomini, viste però con occhi femminili. Si riallaccia all’affermazione di un personaggio di una commedia di George Bernard Shaw: «L’istinto materno porta una donna a preferire una decima parte di un uomo di prim’ordine al possesso esclusivo di uno di terz’ordine».
Secondo tale ipotesi, le donne preferirebbero i matrimoni multipli quando tali diseguaglianze sono molto grandi, perché pensano sia meglio essere la decima moglie di un uomo super-ricco e potente che l’unica moglie di un povero diavolo.
Quando la diseguaglianza diminuisce e diventa relativamente bassa, allora le donne opterebbero per la monogamia, poiché la poligamia non offre più alcun vantaggio. Altri studiosi hanno preso in considerazione il passaggio dalla poligamia non solo alla monogamia indissolubile, ma anche a quella seriale, che prevede il divorzio e le seconde nozze, nella quale «gli uomini possono avere figli da donne diverse (e viceversa) non simultaneamente», e hanno attribuito il primo cambiamento all’aumento della quota degli uomini ricchi, avvenuto durante la rivoluzione urbana (1000-1300 d.C.), che ha consentito alle donne povere di abbandonare la poligamia per sposare un monogamo, e il secondo a un «ulteriore arricchimento della società» e alla diffusione dell’istruzione femminile.
Queste ipotesi sono state criticate e sono criticabili, perché molto generali e perché smentite dai fatti. Come vedremo, la nascita della monogamia è avvenuta molto prima sia dell’ascesa dei grandi stati nazionali sia della rivoluzione urbana e di quella industriale. Sappiamo inoltre ancora troppo poco sull’andamento delle diseguaglianze nella distribuzione delle risorse nel mondo, nel lungo periodo, per dire se ha influito sui mutamenti delle norme e degli usi riguardo ai partner consentiti.
Dobbiamo alle straordinarie ricerche svolte dagli antropologi nell’ultimo secolo gran parte delle nostre conoscenze sui sistemi di formazione delle famiglie nelle società preindustriali. Ma il loro lavoro è stato anche criticato per l’incapacità di stabilire delle relazioni causali.
Essi hanno individuato delle correlazioni statistiche di tipo sincronico, non delle relazioni diacroniche. Nelle loro analisi mancano cioè la storia e i suoi protagonisti. Inoltre, per la carenza dei dati raccolti, essi hanno trascurato l’esistenza di diverse forme sia di poligamia che di monogamia. […]













