NONNISMO D’EROTISMO - NELLA ‘CASERMA DELLE PORCATE’ AD ASCOLI SUCCEDEVA DI TUTTO: ISTRUTTORI CHE RINCHIUDEVANO LE RECLUTE IN MAGAZZINO PER PALPARLE, PRESSIONI PSICOLOGICHE, MINACCE E PROMESSE DI CARRIERA IN CAMBIO DI UNA SVELTINA - GLI APPROCCI DEGNI DI UN B-MOVIE CON ALVARO VITALI E LA FENECH: "CHE BEI BALCONCINI CHE HAI, BELLE TERRAZZE, CURVE DI LIVELLO, CHE BELLE LABBRA" - LA PORNO-TESTIMONIANZA: “IL SUPERIORE TOCCAVA E PALPEGGIAVA OVUNQUE: SUL SEDERE, SUL SENO. VOLEVA TOGLIERMI LA GIACCA DELL'UNIFORME CON LA FORZA”…

Paolo Tessadri per "l'Espresso"

Sottufficiali e poco gentiluomini. Pronti a selezionare le reclute in base alla disponibilità sessuale, con le buone o con le cattive, con la seduzione o con le minacce. Addestratori senza scrupoli, a cui l'Esercito aveva affidato la formazione di tutte le soldatesse italiane nella famigerata caserma di Ascoli: scaglioni di 1.600 ventenni, isolate dalle famiglie e dal mondo esterno per imparare il mestiere delle armi. Lì dove già due anni fa alcune donne in uniforme avevano denunciato le molestie fisiche e psicologiche: due anni prima che l'omicidio di Melania Rea (vedi box a pag.68) facesse scoprire le relazioni pericolose tra istruttori e ragazze.

Una sorta di caccia grossa in cui si sfidavano Salvatore Parolisi e gli altri sergenti: parlavano di "tacche", come fanno i cecchini, e c'era chi vantava anche 30 prede. Prodezze di playboy, qualche volta raggiri o persino espliciti ricatti, che sfruttavano le debolezze di diciottenni appena entrate nella severità del mondo militare: tutto in una situazione di degrado morale inaccettabile per le forze armate.

Ora la duplice inchiesta e una serie di testimonianze esclusive raccolte da "l'Espresso" aprono uno squarcio inquietante sulla muraglia di quella base dove tante vergogne sono state tollerate. Verrebbe da pensare alle vecchie commedie sexy anni Settanta sulle soldatesse che seducono interi battaglioni, ma non c'è nulla da ridere: i racconti di quello che accadeva dietro le mura della caserma picena sono indicativi di un clima violento.

Le testimoni hanno accettato di parlare con "l'Espresso" dietro garanzia dell'anonimato: non sono più in servizio e vogliono solo dimenticare, anche se molte di loro hanno deposto davanti ai pm. Le loro ricostruzioni coincidono con i comportamenti fuori controllo individuati dalla procura "ordinaria" e da quella militare. Paola ricorda quel giorno afoso dell'estate 2009:

"Non era un mio superiore, ma il maresciallo capo mi ha chiesto di seguirlo nel magazzino per prendere delle cose. Quando entrai, chiuse a chiave la porta dietro di sé. Gli ho domandato cosa stesse facendo. Lui ha sorriso stringendomi in un angolo. Ma mostrandomi decisa sono riuscita a scappare". Carla invece non può cancellare quei minuti con un graduato: "Ero in tuta e faceva caldo, era la prima volta che lo vedevo e mi apostrofò come se stesse dando un ordine: "Ti voglio scopare, se vuoi spiccare sulle altre devi fare sesso con me...". Rimasi scioccata, ma gli risposi che poteva essere mio padre e velocemente uscii".

Ancora più terribile il racconto di Maria: "Eravamo entrati in un magazzino per prendere cinturoni e spalline delle uniformi da parata. Quell'anno toccava a noi fare il turno di guardia al Quirinale e dovevamo preparare la marcia. Il superiore mi ha messo le mani addosso e mi stava toccando e palpeggiando ovunque: sul sedere, sul seno. Voleva togliermi la giacca dell'uniforme con la forza e spogliarmi: io mi sono opposta, l'ho bloccato e sono fuggita spaventata". Ancora più pesante la scena descritta da Maria: "Stavo scendendo da una scala di ferro durante un'esercitazione. Chiesi all'istruttore di spostarsi, altrimenti non sarei riuscita a scendere. Lui ha fatto finta di farsi da parte poi invece si è piazzato sotto, fino a che il mio sedere è stato a contatto con il suo viso. Ha detto: "Mi piace infilare la faccia nel tuo culo". E poi ha insistito, pretendendo anche un rapporto sessuale".

Le testimonianze sono tante. Antonella, Giorgia, Luisa vogliono solo cancellare quei tre mesi dietro il reticolato di Ascoli. I loro avvocati descrivono le "attenzioni particolari" degli addestratori. Tutte hanno ormai tagliato i ponti con l'Esercito, ma portano addosso le conseguenze delle pressioni psicologiche. Carla, dopo il tentato stupro, è stata ricoverata tre volte in ospedale: "Ho le cartelle cliniche che dicono che da quel giorno soffro di ansia, crisi di panico, mi metto improvvisamente a piangere, svenimenti continui. Vomitavo pure l'acqua".

Oltre allo choc, pesa anche la delusione di vedere un sogno finire nel fango: "Io ero entrata nell'Esercito perché mi piaceva". Un sogno condiviso con molte altre, felici per essere state accettate ad Ascoli. Come quelle che ancora oggi scrivono su Facebook: "Finalmente è arrivata la convocazione, ho tanta adrenalina, ragazze... che emozione, che bello, voglio partire, sono al settimo cielo".

Per alcune Ascoli - la base da cui passano tutte le soldatesse - rappresenta il fascino della divisa; per la maggioranza significa un posto di lavoro e la fuga dalla disoccupazione delle regioni meridionali. La paga è magra, si comincia con 820 euro al mese, poi 940 se si fa la ferma di un anno. Ogni scaglione 1.600 reclute. E il loro destino era tutto nelle mani degli istruttori: sottufficiali trentenni, fisici atletici, alle spalle qualche missione in Iraq o in Afghanistan con cui fare colpo su giovani di vent'anni.

Molti dei graduati playboy facevano strage di allieve: c'era chi ne vantava 30 e derideva un sergente "sfigato" con solo sei prede. "C'erano soldatesse che cercavano di andare a letto con i superiori", riconosce Luisa che conferma anche gli episodi di violenza. Le ore di sesso venivano consumate allo Hotel Ariston, o poco fuori Ascoli, alla Casa Vacanze Dimora di Morgiano. Possibile che i comandanti della caserma ignorassero questa prassi, contraria a ogni regolamento?

Il procuratore capo militare di Roma, Marco De Paolis precisa che lui ha aperto un'inchiesta a luglio e la chiuderà probabilmente a dicembre: "La procura ordinaria deve verificare se i rapporti sono stati estorti, mentre io debbo accertare se ci sono state minacce e ingiurie continuate a un inferiore". La nuova indagine parte da due istruttorie avviate nel 2009. La prima è una denuncia firmata da sette soldatesse, l'altra sottoscritta da quattro e in entrambi i casi riguardano due marescialli. In uno dei due procedimenti l'imputato è Antonio Di Gesù, maresciallo capo di 37 anni. Nel processo di fine settembre è stato assolto, ma per De Paolis "il ricorso in appello è probabile", mentre è stata formalmente "riaperta anche un'indagine sul suo conto per molestie sessuali", rivela l'avvocato Nello Sgambato presente al dibattimento.

Nei documenti c'è il racconto del maresciallo di picchetto che ispeziona le reclute. Ricorda Francesca: "Sono rimasta sconcertata: ha preso di mira una di noi, forse la più bella, con frasi tipo "che bei balconcini che hai, belle terrazze, curve di livello, che bel corpo, che belle labbra". Diceva che voleva avere rapporti con lei e che avrebbe preferito entrare nelle camerette delle volontarie per trovarle addosso solo biancheria intima". Non è l'unico caso. Un altro maresciallo aveva un suo modello di bellezza: "Le preferiva mediterranee, un po' prosperose, alte più di 1,70, capelli neri: come me", sottolinea Francesca. "Una sera al poligono notturno mi viene vicino e dice "Fatti una scopata con me, qui non ci vede nessuno".

Gli rispondo che sono venuta ad Ascoli per fare il mio lavoro, ma lui ripete più volte la sua richiesta e mi minaccia. Dice che se avessi rivelato qualcosa avrei passato guai seri: anche solo guardandomi in viso avrebbe capito. "Tanto nessuno ti crederà, è la mia parola contro la tua". Ero terrorizzata". Un caporalmaggiore, invece, "mi dava violenti colpi sul sedere quando facevamo il passo del leopardo", risponde Giuditta. Altre ricevono continue telefonate per incontri.

Alcuni graduati sono recidivi, come quel maresciallo, spostato dalla cucina, al magazzino, all'officina: uno sposato, con figli, ma sempre pronto ad allungare le mani. E a riferirlo alle ragazze è un tenente, il segno che anche gli ufficiali erano a conoscenza dei problemi. Dichiara un ex allieva: "Il nostro tenente ci disse di infilare un biglietto anonimo sotto la sua porta, segnalando gli episodi e così abbiamo fatto". Da quei pizzini nasce un'inchiesta interna.

Alcune delle ragazze autrici degli anonimi vengono individuate, ma non si tirano indietro e presentano denuncia: dicono di averlo fatto davanti al colonnello irritato e al tenente "furioso", mentre un capitano donna le aiuta psicologicamente. Ma al momento del congedo uno dei "porci era ancora lì": mentre i tre mesi nel 235mo reggimento "ti rovinano la vita. Perché noi donne lì dentro non siamo tutelate, anche se poi ci mandano a combattere in Afghanistan".

Parole confermate dal presidente della corte d'appello militare, Vito Nicolò Diana: "È un fenomeno nuovo destinato ad accentuarsi ma è lacunosa la giurisdizione militare che spesso, a fronte di molestie commesse nel corso di attività di servizio, non ha adeguati e puntuali strumenti di intervento". Le Forze armate hanno denunciato 11 casi di molestie nel 2009. Troppo pochi rispetto a quello che sta uscendo fuori dalle camerate di Ascoli. Dove persino un caporale donna sottoponeva le reclute "a un umiliante rito di iniziazione: con una verga di bambù bacchettava le allieve sulle natiche".

 

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