ERAVAMO GIOVANI E FORTI - SONO PASSATI VENT’ANNI DALLA MORTE DEL GIORNALISTA DI “MANIFESTO” ED “EUROPEO” GIOVANNI FORTI, CHE PARLÒ DI AIDS E PRESERVATIVI IN TV A POCHI GIORNI DALLA SUA MORTE, QUANDO ERA ANCORA TABÙ (LO È TUTTORA) - GLI ULTIMI ANNI LI PASSÒ CON IL SUO COMPAGNO AMERICANO, CON CUI ADOTTÒ UN BAMBINO - SI SENTIVA PIÙ EBREO DEGLI EBREI, PIÙ POLITICO DEI POLITICI, UNA VITA PIÙ LUNGA E INTENSA DI TANTE ALTRE CHE CONTINUA ANCORA…

Barbara Palombelli per "Il Foglio"

Venti anni, e sembra un soffio. Era un rantolo rauco, la sua voce, era seduto su una carrozzella ma l'energia c'era ancora tutta. L'ultima volta che abbiamo visto, che ho visto il mio amico fraterno Giovanni Forti, è stato in tv. Gridava, o cercava di farlo, dalla tv di stato, da rai Uno: "Usate il preservativo, parlate dell'Aids...", aveva pochi giorni di vita e lanciò un messaggio fortissimo a milioni di spettatori.

Con calma, spiegò il suo matrimonio americano con il compagno Brett Shapiro, l'adozione di un bambino. A Enzo Biagi, che lo ascoltava commosso, andò il merito di avere rotto un tabù. Parlare di nozze gay, di Aids, mentre le famiglie italiane sono alle prese con la minestrina, non era roba da tutti (e non lo è ancora, figurarsi allora). Il 3 aprile 1992, alla vigilia delle elezioni politiche che segnarono la fine della Prima Repubblica, Giovannino se ne andò.

Il suo funerale tradizionale e religioso, al cimitero monumentale ebraico del Verano, lo consegnò al mausoleo dove riposano i fratelli Rosselli, trucidati da terroristi francesi per ordine del fascismo nel 1937 in Francia (Nello era il nonno di Giovannino). Come raccontarlo oggi? Avrebbe 58 anni, i suoi figli sono grandi, sua madre Silvia Rosselli è ancora una donna adorabile, psicoanalista e mamma e nonna dolcissima, le sue sorelle lo pensano ogni giorno. La sua non è una memoria antica: Giovanni aveva sfidato tutti, anticipando i decenni sempre, in allegria.

E chi lo amava aspettava - a ogni lettera, a ogni telefonata - lo scandalo prossimo venturo. Il gioco e la curiosità, il mestiere di scrivere e la straordinaria forza sentimentale che gli facevano includere amiche, amici, colleghi e redazioni, ultimi arrivati e comunità allargate nel suo harem. Ti guardava e diceva: come mi trovi? Come sto? Ironizzando sulla sua fama di narciso - senza complessi anche se era piccolino e non un fusto - si metteva al centro di ogni dibattito, di ogni conversazione. Giornalista al Manifesto, lo conobbi nel 1979 all'Europeo.

Sposato con Rina Gagliardi - ci si batteva, con lei, giocavamo ai quiz sulla Democrazia cristiana - aveva appena iniziato una convivenza con Giovanna Pajetta, madre di Stefano. Era un padre affettuoso e divertito, girava con il passeggino anche in redazione. Le sue notti, però, le perdeva nei viali oscuri della città. Per passione, per vivere tutti gli istanti di una vita che forse inconsciamente già avvertiva come brevissima, da acchiappare al volo senza disperdere un attimo.

Insofferente a tutto quello che era già detto, scritto e letto, non voleva raccontare più la sinistra e si buttava a scoprire i capi della nuova destra. Passò con loro alcuni giorni in un campo Hobbit e scrisse una delle più belle inchieste dell'Europeo. Passò poi a Pace e Guerra, rivista della militanza comunista-verde-ambientalista. Si annoiava ovunque perché era troppo intelligente. A noi del primo cerchio - i Caprara, le Valmarana, Manuela Fontana, Marco Mattolini, Fulvia Fazio, le Ingrao, Marc Semo del Nouvel Observateur e tanti altri - ci tormentava per sapere le novità, gli intrecci del potere, i gialli del Transatlantico.

Rispettava e adorava Miriam Mafai (una specie di suocera-amica, meravigliosa come oggi) e Mario Pirani, il direttore che per primo lo aveva scoperto come grande inviato. Si sentiva più ebreo di tutti gli ebrei, più politico dei politici, si voleva molto divertire e i giochi pericolosi di un'estate americana a San Francisco segnarono il suo corpo fino a ucciderlo lentamente. Se ne parlava, con lui, senza complessi. C'era ancora una vita, intensissima, nonostante la malattia. Non c'erano ancora le cure di oggi, non esisteva la consapevolezza. Ma non è stata un'esistenza breve, quella di Giovannino. Anzi, è stata più lunga di moltissime altre. E continua ancora.

 

AIDS BARBARA PALOMBELLI RINA GAGLIARDI Miriam Mafai

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