cinque secondi

LA ROMA DEI GIUSTI - AVEVAMO LASCIATO PAOLO VIRZÌ CON DUE FILM NON PROPRIO RIUSCITI, “SICCITÀ” E “UN ALTRO FERRAGOSTO” E LO RITROVIAMO DECISAMENTE PIÙ IN FORMA CON QUESTO “CINQUE SECONDI” - CERTO, L’IMMAGINE DEI VITICOLTORI FRICCHETTONI CHE SUONANO CANZONCINE ALLA CHITARRA MENTRE FANNO LA VENDEMMIA NON SI VEDEVA DAI FILM ITALIANI DEL 1969, E IL PARTO DELLA RAGAZZA È UN PO’ ECCESSIVO, MA IL FILM HA LA SUA GRAZIA - GRAN PARTE DEL MERITO È DEGLI ATTORI, A COMINCIARE DA MASTANDREA… - VIDEO

Marco Giusti per Dagospia

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Avevamo lasciato Paolo Virzì con due film non proprio riusciti, “Siccità” e “Un altro ferragosto” e lo ritroviamo decisamente più in forma con questo più personale e meno dispersivo, fin dal titolo, “Cinque secondi”, scritto col vecchio compare di sempre Francesco Bruni e col fratello Carlo Virzì, e interpretato da un attento, concentrato Valerio Mastandrea in versione barbuta,

 

 da una Valeria Bruni Tedeschi in un personaggio che da quasi inesistente, non capiamo bene nemmeno all’inizio chi è, cosa faccia, diventa di scena in scena fondamentale a nostra insaputa, e da Galatéa Bellugi, che abbiamo visto in “Gloria”, “Amanda”, “Tre ciotole”, ma che recita in Francia, dove è nata, da quando aveva sette anni e che rinfresca il parterre di facce troppo viste e riviste del nostro cinema.

 

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Certo, l’immagine dei viticoltori fricchettoni che suonano canzoncine alla chitarra mentre fanno la vendemmia non si vedeva dai film italiani del 1969, e il parto della ragazza è un po’ eccessivo, ma il film ha la sua grazia. Gran parte del merito è degli attori, a cominciare da Mastandrea, particolarmente a suo agio in un ruolo di orso che si è chiuso solo in una casa in campagna (Lazio? Toscana?) dalla morte della figlia disabile diciottenne, annegata per una sua distrazione.

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Come veniamo a sapere dalla sua amica Giuliana, Valeria Bruni Tedeschi, l’orso Mastandrea, è un celebre avvocato, Adriano Sereni, titolare di un celebre studio, anche al soldo degli industriali più orrendi, da tempo divorziato dalla moglie Tiziana, Ilaria Spada, che si ritrova una causa per omicidio colposa della figlia da parte proprio della moglie. Causa che, disperato come è, non vorrebbe neanche seguire. Sarà l’amica a portarlo in aula a Roma.

 

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Come se non bastasse non lo vuole sentire più nemmeno il figlio quindicenne, perché lo ritiene responsabile della morte della sorella. A salvarlo dalla tristezza ci penserà una buffa giovane vicina, una contessina linguacciuta, Matilde, interpretata da Galatéa Bellugi che si espone in un fiorentino piuttosto difficile (leggo che sa quattro lingue perfettamente, compreso il danese della madre e l’italiano del padre, cosa volete che sia il fiorentino…), che sta facendo il vino insieme a un gruppo di allegri giovani comunardi che ballano, cantano e si fanno qualche canna.

 

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Per di più aspetta un bambino, lontana però dalle logiche matrimoniali, nonsiamai, e sta per affrontare anche lei una causa legale, visto che ha occupato, senza averne più diritto, la casa di famiglia appartenuta al nonno o bisnonno Guelfo Guelfi, negli anni abbandonata e ora diventata oggetto di loschi interessi. Tutti i protagonisti cercano un po’ d’amore e d’affetto.

 

Nel finale da legal drama, con tanto di giudice interpretato da Giancarlo De Cataldo, Mastandrea fa un gran numero di recitazione pieno di sentimento, ma credibile. E, ripeto, la Bruni Tedeschi, in un ruolo che sembrava minore, magari inutile, riesce a diventare necessaria per lo sviluppo e la narrazione di tutto il film. In sala dal 30 ottobre.

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