francesco guccini odissea nolan

SALUTAME A NOLAN – ALDO CAZZULLO RACCONTA "L'ODISSEA" DI GUCCINI: “A SCUOLA TIFAVA PER I TROIANI. AMAVA I PERDENTI. LE SCONFITTE. GLI ADDII. I SUOI EROI ERANO VIAGGIATORI CHE, COME GULLIVER, DAL TEMPO E DAL MARE NON AVEVANO IMPARATO NIENTE. O COME ULISSE, CHE LUI CHIAMAVA ODYSSEUS, ALLA GRECA, CUI DEDICÒ VERSI STUPENDI, DEGNI DELL’ULISSE DI DANTE: ‘E DIEDI UN VOLTO A QUELLE MIE CHIMERE, LE NAVI COSTRUII DI FORMA ARDITA, CONCAVI NAVI DALLE VELE NERE, E NEL MARE CAMBIÒ QUELLA MIA VITA’” - VIDEO

 

Il tratto gentile, quel velo di malinconia: Guccini, che amava i perdenti e gli addii (e a scuola tifava per i troiani)

Estratto dell'articolo di Aldo Cazzullo per www.corriere.it

 

FRANCESCO GUCCINI

[…] Ci sono cantanti per tutti, popolarissimi, amati, ma non idolatrati. E ci sono cantanti che hanno un pubblico meno vasto, per il quale diventano maestri, anzi, nel suo caso, il Maestrone. Il prototipo della prima categoria è Lucio Dalla. Il prototipo della seconda è Francesco Guccini.

 

I due, a dispetto della retorica, non si amavano. Certo, si frequentavano da Vito, tiravano tardi quando «lui e Bologna eran più giovani di adesso». Ma Guccini non amava quello che Dalla era diventato, una pop star, mentre Dalla trovava Guccini un po’ distante e distanziante.

 

Forse era solo una differenza di carattere: un folletto e un orso possono convivere nella stessa foresta, pur senza diventare davvero amici; e la foresta ha bisogno di entrambi. Avevano anche scritto una canzone insieme, Emilia: «Ora ti saluto, è quasi sera, si fa tardi, si va a vivere o a dormire da Las Vegas a Piacenza. Fari per chilometri ti accecano testardi, ma io sento che hai pazienza, dovrai ancora sopportarci…».

 

Aldo Cazzullo2

Ci sono canzoni di Guccini diventate miti. L’Avvelenata, che lui non amava. E la Locomotiva, che pure non cantava volentieri anche perché, diceva, non finisce mai, è una fatica fisica. Era stata una fatica anche scriverla: non una maratona, una finale dei 100 metri olimpica; «presi in mano la chitarra, la scrissi in venti minuti, alla fine ero stremato». Venti minuti per comporla, una vita per pensarla.

 

Tutto nacque da «Trent’anni di officina» di Romolo Bianconi, un libro di racconti di vita operaia. L’autore ricordava di aver conosciuto un vecchio claudicante, un anarchico di cui si diceva che si fosse lanciato con una locomotiva contro «un treno pieno di signori».

 

francesco guccini 5

Guccini ne parlò con il pensionato di via Paolo Fabbri, che si chiamava signor Mignani ed era un calzolaio specializzato in piedi deformi. Conosceva la storia dell’anarchico della locomotiva, e anche il nome: Pietro Rigosi da Poggio Renatico, Ferrara. Si era gettato davvero contro un treno pieno di signori, e non era morto; «lo raccolsero che ancora respirava», poi si era ripreso, anche se questo la canzone non lo dice.

 

Quando Guccini la cantava ai concerti, sul «trionfi la giustizia proletaria» scattavano i pugni chiusi, anche se lui spiegava di non essere mai stato comunista, semmai anarchico; e la Locomotiva era una canzone romantica, non rivoluzionaria. L’aveva molto emozionato sentirla cantare sulle Ramblas dopo la morte di Franco, nella versione catalana intitolata «La locomotora».

 

dalla guccini vecchioni

Altri testi di Guccini celano una cultura letteraria enorme, anche se non si era mai laureato. Dietro la Canzone dei dodici mesi ci sono i bestiari medievali e i poeti: Cenne da la Chitarra, Folgòre da San Gimignano, Omar Khayyam. Del mese di dicembre scrive «nei tuoi giorni dai profeti detti nasce Cristo la tigre», un’immagine di John Donne.

 

A scuola tifava per i troiani. Amava i perdenti. Le sconfitte. Gli addii. «Farewell», appunto addio, è forse la più bella canzone d’amore scritta da un italiano negli ultimi decenni: «Forse un tempo poteva commuoverti, ma ora è inutile credo perché, ogni volta che piangi e che ridi non piangi e non ridi con me».

 

francesco guccini foto lapresse

I suoi eroi erano viaggiatori che, come Gulliver, dal tempo e dal mare non avevano imparato niente: «Di tutte le sue vite vagabondate al sole restavan vuoti gusci di parole».

 

O come Ulisse, che lui chiamava Odysseus, alla greca, cui dedicò versi stupendi, degni dell’Ulisse di Dante: «E diedi un volto a quelle mie chimere, le navi costruii di forma ardita, concavi navi dalle vele nere, e nel mare cambiò quella mia vita».

 

Si riconosceva in Cyrano – «spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato» – e in don Chisciotte: «Nel mondo oggi più di ieri domina l’ingiustizia, ma di eroici cavalieri non abbiamo più notizia». Amava Che Guevara ma non quello che il comunismo era diventato: «Ma voi reazionari tremate, non sono finite le rivoluzioni, e voi a decine che usate parole diverse, le stesse prigioni; da qualche parte un giorno, dove non si saprà, dove non l’aspettate, il Che ritornerà».

 

[…] Nel tratto era gentile, disponibile, affettuoso, sempre con un velo di riserbo e di malinconia. Alla fine mangiava poco e beveva solo vino bianco aromatico, in particolare il gewurtztraminer. Non riusciva più a leggere per una malattia agli occhi, ma seguiva volentieri la tv.

 

francesco guccini 4

È stato tra i pochissimi artisti italiani a non adeguarsi al conformismo generale che ha accompagnato l’avvento al governo dei post-missini: «Giorgia Meloni mi ha chiamato per invitarmi ad Atreju, è stata gentile, e io ho gentilmente declinato». Era amico di Prodi e del cardinale Zuppi. Ha affrontato la malattia e la fine con grande dignità, con Raffaella al fianco. Aveva una figlia molto amata, Teresa, «Culodritto». Sull’aldilà non si pronunciava: «Sono agnostico, non ateo. Starem a veddre». […]

francesco guccini nel 1973francesco guccini 6francesco guccini 2francesco guccini foto lapresse

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