COME TI SPAPPOLO I RADICAL-MUFFI - IL CRITICO FILIPPO LA PORTA SISTEMA I LIBRI DI MICHELE SERRA (‘’SI INVENTA UN LINGUAGGIO DA SIT-COM’’) E FRANCESCO PICCOLO (“SCRITTURA EDUCATISSIMA, MA UN PO' INCOLORE”)

Filippo La Porta per il "Sole 24 Ore"

Vorrei suggerire un accostamento - spero non del tutto abusivo - tra due libri peraltro molto diversi tra loro, e che appartengono a generi diversi. Gli sdraiati (Feltrinelli) di Michele Serra è infatti un saggio sull'incomunicabilità generazionale scritto come un accorato monologo rivolto al figlio adolescente, mentre Il desiderio di essere come tutti (Einaudi) di Francesco Piccolo è un romanzo in cui l'autofiction aspira a diventare narrazione civile su cinquant'anni di storia del nostro Paese.

Perché accostarli? Perché nel loro modo di rappresentare la realtà ritrovo un tono simile (tra diario esistenziale e commedia dolceamara, mai troppo disturbante), e anzi in questo giocoso mettersi a nudo, in questa autocritica che somiglia a una autoassoluzione, in questo mix di ironia inesauribile e serietà problematica, di moralismo e «saggia» accettazione dell'esistente, si esprime uno stile oggi vincente, una filosofia («ideologia», si sarebbe detto una volta) implicita nelle cose stesse. Prima di provare a descrivere questo stile vediamo separatamente i due libri.

Il romanzo di Piccolo testimonia una liberazione dalla ossessione della purezza, sia sul piano personale che sul piano politico. Alla fine l'autore incontra di nuovo il desiderio di essere come «tutti» (titolo del «l'Unità» sui funerali di Berlinguer), che una volta provò trovandosi da solo nella Reggia di Caserta vuota, dove a nove anni con alcuni amici aveva scavalcato il muro di cinta (narrativamente l'episodio più riuscito del libro).

Nel gran finale la Vita vince sull'Etica. La scrittura - educatissima, ma un po' incolore - acquista un tono via via più predicatorio. Confessando se stesso l'autore confessa anche noi, e ci dà l'assoluzione. Coraggio: tutto ci porta «sempre in avanti». Se la situazione peggiora sarà ancora più interessante. Se ci capita di tradire qualcuno è perché lo amiamo. Attraverso l'impurità raggiungiamo «un equilibrio condivisibile con il mondo intorno» e la sinistra resterà al Governo, ispirata da Berlinguer (quello «buono» però, del compromesso storico).

Tutto si tiene, anche se un conto è accettare la inevitabile impurità delle cose, e un conto presentare l'impurità come programma e gioiosa prescrizione. L'autore ha sposato Chesaramai e insieme l'Italia: «la superficialità di Chesaramai, la mancanza della tragedia nel suo Dna, corrisponde al sentimento degli italiani verso le cose che succedono».

In una specie di struggente Spoon River finale Piccolo evoca una moltitudine di vivi e di morti per dirci che vorrebbe essere come tutti loro: come Camilla Cederna e Giovanni Leone, Robert Redford e Barbra Streisand, il Gassman della Terrazza, Craxi e Andreotti, Valerio Morucci, la seriosa fidanzata gauchista che rifiutò il suo frivolo regalo (uno Snoopy di pelouche), e ancora il cugino Gianluca, l'amico Alessandro, Sophia Loren in carcere...

A quel punto perché non includere anche lo Snoopy di pelouche? Sì, c'è un'epica dell'esistenza che tutto accoglie (il bene e il male), e nel Vangelo il sole splende sui giusti e sugli ingiusti, ma nessun essere umano - verosimilmente - può mettersi da un punto di vista del genere. Ogni giorno dobbiamo pur scegliere tra il bene e il male, dobbiamo cioè scommettere su alcuni «assoluti». Il relativismo morale può essere una nobile fede filosofica però è irrealistico.

Essere come tutti? Ma quel «tutti» è composto da una folla anonima e al tempo stesso da tanti individui. In ogni istante ognuno è chiamato a scegliere cosa vuole essere. L'etica prima di tradursi in imperativi si riduce a questa decisione personale, non garantita da niente, rispetto alla quale non può soccorrerci un sentimento panico di appartenenza all'umanità intera.

Michele Serra non aspira a essere come tutti. Ha ambizioni più limitate. Vorrebbe solo comunicare, almeno una volta, con il proprio figlio ventenne, e non ci riesce (se non in sogno). Sdraiati è la cronaca meticolosa di questa impossibilità. L'autore poi non ha sposato Chesaramai, dunque si trova desolatamente solo di fronte a una alterità inaccessibile, un figlio prevalentemente «sdraiato», avvolto nelle felpe, auto-appagato e apatico («tutto rimane acceso, niente spento, tutto aperto, niente chiuso, tutto iniziato, niente concluso»).

E la colpa è proprio sua, del genitore, iperprotettivo per i sensi di colpa, incapace di vera autorità morale (è troppo relativista per averla). Serra è però meno angosciato di quanto appaia. La sua scrittura infatti risulta uniformemente brillante, divertita, avvolta nell'agio di un'intelligenza scettica. Quasi una coazione alla battuta e all'iperbole.

Si potrebbe chiedergli: d'accordo, tuo figlio fissa per ore un video ma un genitore che per rappresentare il conflitto generazionale non trova di meglio che inventarsi un linguaggio comico-sentimentale da sit-comedy e finge un amore tremante per la natura che la generazione mia e di Serra non ha mai avuto, sarà davvero credibile?

Alla fine del romanzo epico-apocalittico, La grande guerra finale - che medita di scrivere - Serra immagina che il capo dei Vecchi, Brenno Alzheimer (un nome che non si troverebbe neanche nel meno ispirato romanzo di Benni!) deponga saggiamente le armi e accetti il proprio decadimento fisico, perché «è la vita che deve vincere la guerra». Come nel finale di Piccolo - e di Delitto e castigo - anche qui la Totalità imperscrutabile della Vita riassorbe ogni trauma.

Qual è la tonalità che accomuna i due libri, lo «stile» che sia pure in modi diversi esemplificano e che a me pare oggi quello vincente? Patrioti di una sinistra evoluta (dunque aprioristicamente schierati dalla parte giusta) e uomini di mondo (pronti ad assolvere chiunque in nome della complessità), disposti a indignarsi ma anche generosamente indulgenti, Piccolo e Serra hanno solo idee condivisibili e sentimenti tendenzialmente universali.

Fintamente umili (l'umiltà è oggi seduttiva) rimproverano la sinistra perché si sente superiore, ma si ritengono superiori perché hanno capito questa verità. Certo, i loro libri hanno una qualità problematica che potrebbe attestare lo stato di salute della nostra migliore cultura laica, la capacità di confrontarsi senza dogmi con i conflitti del proprio tempo.

Eppure credo che nella messa in scena di questi conflitti ci sia un limite insuperabile: dentro lo «stile» che entrambi si sono scelti è possibile esprimere molte cose tra il cielo e la terra ma non il tragico (che quando si affaccia nella loro pagina è solo grottesco, «fantozziano», in fondo divertente...). Sappiamo per certo che la loro voce non sarà mai incrinata da ciò che raccontano. Può essere un limite non da poco se pensiamo che il tragico è parte dell'esistenza di tutti - sdraiati ed eretti, vecchi e giovani, di destra e di sinistra - e che se non siamo capaci o non ci va di rappresentarlo, non comunichiamo con la verità più intima di tutti.

 

 

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