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LA SITUAZIONE E’ GRAMMATICA – DALLA CONFUSIONE TRA APOSTROFI E ACCENTI AL PLURALE DI VALIGIA: UN LIBRO SCODELLA GLI ERRORI PIU' COMUNI DELLA LINGUA ITALIANA - LA BATTAGLIA CONTRO IL “PIUTTOSTO CHE”: “LA LOCUZIONE IN ESAME E' UNA PATOLOGIA DA RICCHI SATOLLI E NOBILI DISSOLUTI, COME LA PODAGRA”

ANDREA DE BENEDETTI COVERANDREA DE BENEDETTI COVER

Brano del libro “La situazione è grammatica” pubblicato da www.ilpost.it

 

È uscito per Einaudi il libro La situazione è grammatica di Andrea De Benedetti, linguista, insegnante e giornalista. De Benedetti analizza nel libro alcuni degli errori di grammatica più diffusi (la confusione fra apostrofi e accenti, la salute del congiuntivo, il plurale di valigia, con quante l si scrive accelerare, eccetera), andando a cercare quale sia l’origine dell’errore, come la lingua si evolva arrivando con l’uso a integrare nella norma anche quelli che una volta erano considerati errori, e come quelli che oggi sono considerati errori potrebbero non esserlo più in futuro.

***

Qualche anno fa – pochi ricorderanno – alcuni senatori presentarono un disegno di legge per l’istituzione di un Consiglio superiore della lingua italiana, che avrebbe dovuto, tra le altre cose, occuparsi dell’elaborazione di una grammatica «ufficiale» dell’italiano e di un vocabolario dell’uso da tenere costantemente aggiornato. Una proposta piuttosto discutibile, si commentò all’epoca tra gli addetti ai lavori, quanto può esserlo l’idea di costringere in una camicia di forza una creatura costituzionalmente inquieta e curiosa, oltre che perfettamente sana, com’è una lingua.

 

ANDREA DE BENEDETTIANDREA DE BENEDETTI

Dinanzi all’inevitabile profluvio di polemiche che ne seguì, il relatore della proposta, il senatore di Forza Italia Andrea Pastore, provò a spiegare che una grammatica o un dizionario «ufficiali» non avrebbero avuto «valore d’imposizione, ma di sostegno» e che la presenza all’interno del consiglio di rappresentanti politici non doveva essere considerata come l’ennesimo tentativo di lottizzazione, bensì come garanzia di autorevolezza. Dopodiché, concludeva Pastore: «Nessuno sarà obbligato a fare una grammatica piuttosto che un dizionario. Ma, se riterranno questi strumenti opportuni, i linguisti potranno trovare sostegno, anche economico, per farli».

 

Ora, sebbene per fortuna non sia stata mai scritta, confesso che sarei stato curioso di leggere quella grammatica. Non per altro, ma perché sarebbe stato interessante sapere come si sarebbe pronunciata a proposito dei numerosissimi casi dubbi e controversi della nostra lingua: avrebbe sospeso il giudizio o avrebbe decretato da un giorno all’altro che non si poteva più dire o scrivere ha piovuto ma soltanto è piovuto (o viceversa)? E se poi la gente avesse continuato a dire ugualmente ha piovuto? Come si sarebbe dovuto comportare il Gran Consiglio dinanzi a un ammutinamento dei parlanti o all’insurrezione spontanea di una regola? Avrebbe dovuto cedere o impuntarsi e minacciare ritorsioni?

 

FANTOZZIFANTOZZI

Altrettanto interessante sarebbe stato capire che posizione avrebbe preso a proposito del piuttosto che adoperato dal senatore. L’avrebbe sanzionato come errore? Oppure si sarebbe piegato alle logiche servili della politica sdoganandolo insieme alla «gabina elettorale» di Bossi, al «sovvèrtere» di Berlusconi e a tutte le gaffe linguistiche commesse dal ministro di turno? Dopotutto erano gli anni delle leggi ad personam, e non ci sarebbe stato di che stupirsi se qualcuno avesse commissionato una grammatica ad personam.

 

Da allora sono passati dieci anni, e nel frattempo la proposta è tramontata. Non è invece affatto tramontato il piuttosto che disgiuntivo, virus mutageno che di vernissage in vernissage, di happy hour in happy hour, si è rapidamente propagato dal Nord Italia (non so se ci hai mai fatto caso, ma Milano è l’unica città al mondo dove persino un errore grammaticale può diventare una moda) al resto del paese, rendendosi immune a qualunque tipo di vaccino. Lungi dall’essere una devianza germogliata in sordidi ambienti sottoculturali, la locuzione in esame rappresenta infatti una patologia da ricchi satolli e nobili dissoluti, come la podagra.

 

A differenza della sgrammaticatura proletaria, che sappiamo riconoscere al primo colpo e amiamo sbeffeggiare perché ci fa sentire migliori senza confonderci con la plebaglia (tipo i facci venghi del Fantozzi di turno), questo è un errore che pochissimi percepiscono come tale, proprio perché a diffonderlo sono persone insospettabili: medici, avvocati, giornalisti, perfino qualche insegnante. Dunque, non solo non viene stigmatizzato o deriso, ma risulta automaticamente sdoganato, tanto che alla fine si ha l’impressione che usarlo faccia quasi figo. E tuttavia a rendere fastidioso il piuttosto che non è tanto questo aspetto, quanto il fatto che la nuova accezione entra apertamente in conflitto con quella vecchia («invece che», «rispetto a»), violando la premessa essenziale su cui si fonda ogni forma di comunicazione (verbale e non), e cioè la comprensibilità del messaggio. Se ad esempio la tua ragazza ti dicesse «Per il mio compleanno potresti regalarmi un anello di brillanti piuttosto che il cd di Biagio Antonacci», come lo interpreteresti?

 

LETTERELETTERE

Che puoi decidere tu in piena autonomia (piuttosto che = «oppure»), o invece che se le regali il cd di Biagio Antonacci prenderebbe in seria considerazione l’ipotesi di lasciarti (piuttosto che = «invece che»)? E se i tuoi genitori ti prospettassero «una vacanza in convento, piuttosto che a Ibiza», scapperesti di casa o li ringrazieresti per averti concesso la possibilità di scegliere tra un’estate elettrizzante e un soggiorno punitivo? Non parliamo poi del piuttosto che disgiuntivo-sospensivo con cui taluni amano chiosare le loro frasi, lasciando l’interlocutore sospeso sul ciglio di un discorso che sembra voler proseguire ma si arresta sul più bello («Non sopporto quelli che al cinema smanettano col telefonino, piuttosto che…») Come vedi, non è solo una questione di gusti e di razzismo linguistico, ma anche di chiarezza.

 

Eppure queste obiezioni nulla possono contro il dilagare del fenomeno, che nel giro di una quindicina d’anni ha infettato l’italiano di molti parlanti «colti», assurgendo a simbolo e compendio di tutti i mali che affliggono la nostra lingua, tanto da meritarsi il titolo di un fortunato libro (Piuttosto che. Le cose da non dire, gli errori da non fare) di due colleghi ben più illustri e autorevoli di me: Valeria Della Valle e Giuseppe Patota. I quali magari avevano proprio in mente l’idea di censire gli errori più comuni commessi nella nostra lingua, ma forse – sospetto – erano spinti soprattutto dal desiderio di regolare personalmente i conti con un’espressione che anche a loro doveva risultare assai antipatica. Se così fosse, vorrei che sapessero che hanno tutta la mia comprensione. E che comprerò volentieri il loro prossimo libro. Piuttosto che il cd di Biagio Antonacci.

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