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STARDUST MEMORIES - PARLA MICK ROCK, STORICO FOTOGRAFO (E AMANTE) DI BOWIE: ''LOU REED ERA BRUMOSO COME NEW YORK, DAVID LUCCICANTE COME LONDRA. FU UNA FOTO A UNIRCI PER SEMPRE. VOI PENSATE CHE PER LUI L'IMMAGINE FOSSE TUTTO, INVECE ERA SOLO UN MEZZO PER ESPRIMERE LA SUA ARTE. IN STRADA, QUANDO LO CHIAMAVANO 'CHECCA', NON REAGIVA''

Antonello Guerrera per “la Repubblica”

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«Fu una foto a unirci per sempre. Era il 1972, Bowie aveva i capelli rosso fuoco, c' era il giardino alla finestra, uno specchio sul tavolo. A un certo punto, David mi fissa, calibrando lo sguardo della sua immagine riflessa. Lo fulmino con uno scatto. Da allora disse: "Mick, hai i miei stessi occhi". Ed ecco che sento un altro scatto. Si era spalancata una porta. Quella di Bowie».

 

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Oggi Mick Rock ha 66 anni, è uno dei più celebri fotografi al mondo e per decenni, oltre a quella di Lou Reed, Iggy Pop e varie leggende della musica, ha immortalato l' anima dorata di Bowie. Perché Rock è stato a lungo il ritrattista ufficiale del "Duca bianco", che proprio un mese fa ha abbandonato il palcoscenico della vita, subito dopo l' uscita del suo ultimo album Blackstar, una malattia spietata e una reclusione negli anni sempre più inespugnabile. Pochi al mondo conoscono come lui Bowie, che gli aveva affidato la sua immagine sfacciata.

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Ma lei come lo aveva conosciuto, signor Rock?

«Era il marzo '72 e dovevo intervistarlo a Birmingham, dove aveva un concerto. Era appena uscito Hunky Dory, mal accolto dalla critica. Ci conoscemmo nel backstage. Cominciammo a uscire la sera. Iniziò tutto così».

 

E cosa ha pensato quando è tutto finito, un mese fa?

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«La sera prima ero collassato sul divano. Mi sono svegliato alle 3 di notte. Ho acceso la tv. C' era il video di Space Oddity. Poi ho capito. "Perché non mi ha detto niente?", ho pensato».

 

Era deluso dal fatto che Bowie l' avesse tenuta all' oscuro del suo male?

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«Non lo so. Poi però mi son detto: a David non piaceva parlare di malattie. L' ultima volta l' ho sentito una settimana prima della morte. Gli ho scritto una mail per dirgli che il nostro ultimo libro fotografico ( The Rise of David Bowie, 1972- 1973, ed. Taschen, ndr) stava andando molto bene. E lui aveva risposto: "Sono contento Mick, sono contento per noi". Nulla mi aveva fatto pensare a una morte imminente».

 

C' è chi dice che Bowie abbia architettato il suo addio nei minimi particolari, ai limiti dell' eutanasia.

«Non ci credo. David non si aspettava di morire così presto. Me lo ha detto anche il suo produttore ».

 

Un indizio però c' era: il suo ultimo album "Blackstar", la "stella nera".

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«Il suo testamento: il dolore, il paradiso... Lou Reed, invece, sapevo che mi avrebbe lasciato presto. Ma lui e Bowie erano diversi in tutto, anche nella morte».

 

In che senso?

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«Lou Reed era brumoso come New York, David luccicante come Londra. Bowie ha prodotto e creato fino all' ultimo istante, nonostante tutto. L' ho sempre ammirato per il coraggio, per la positività che emanava, per la sua sterminata gentilezza. E quelle due volte che ho rischiato di lasciarci la pelle mi è stato molto vicino: mi mandava fiori, soldi, stampe autografate per ricavarne denaro. Era un' anima dolce. Ma mi faceva incazzare».

 

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Perché?

«Per le sigarette. Certo, ci siamo fatti di tutto in passato. Poi però David ebbe un grave malore durante il suo ultimo tour, una decina di anni fa. E gli dissi: basta con le sigarette, ti uccidono, cazzo. Non fare la fine di George Harrison. Ma niente. Dopo la sua morte, mi son messo a risfogliare tutte le foto che gli ho scattato. Bowie era Schiele, Klimt e Modigliani messi insieme. E ho notato altri due elementi ricorrenti».

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Quali?

«Il suo sorriso e quella cavolo di sigaretta sempre tra le dita».

 

Bowie non aveva paura della morte?

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«Sì, invece. Soprattutto a inizio carriera. L' aereo lo terrorizzava. Durante un tour con Iggy Pop negli anni 70 si fece l' America in auto e treno, nel '74 Cannes-New York in nave. Poi il successo sciolse i suoi timori. Fino al 2004».

 

Che cosa accadde?

«Ebbe due gravi malori durante la sua ultima tournée. Da quel momento, si polverizzò quella patina di immortalità che sfoggiava. E si è recluso, sempre di più».

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Quando lo ha visto l' ultima volta?

«Qualche anno fa. Non ricordo cosa ci siamo detti. La gente veniva da me per arrivare a lui. Ma David aveva tirato su un muro. Ogni tanto mi confidava la voglia di ritornare sul palco. Poi però decise: basta apparizioni».

 

Come quando uccise l' alter ego "Ziggy Stardust" nel leggendario concerto dell' Hammersmith Odeon a Londra?

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«La sera prima, il 2 luglio '73, mi disse: "Domani è il giorno". Pensai che avesse deciso di lasciare la musica: aveva troppe pressioni. Invece toccò solo a Ziggy».

 

Perché lo fece?

«Perché Bowie era un innovatore irrefrenabile: sperimentava costantemente, era un sintetizzatore vivente. Ma soprattutto, voi pensate che per Bowie l' immagine fosse tutto».

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E invece?

«E invece era solo un mezzo, per poter esprimere la sua arte al maggior pubblico possibile. E farsi ascoltare. Come quando il 6 luglio '72, sul palco, mimò una scandalosa fellatio sul chitarrista Mick Ronson e mi chiedeva ossessivamente: "Hai scattato, sì?". Si immagini quel gesto nell' Inghilterra dell' epoca».

 

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Uno spirito libero come Bowie soffriva molto quella società bigotta e omofoba?

«In strada, mentre passeggiavamo, Bowie si beccava i peggiori insulti. Da "checca" in su. Ma lui non rispondeva mai. Li ascoltava, in silenzio. Si esprimeva solo sul palco. Certo, anche lui era un provocateur, come amava dire. Ma David era un provocatore buono».

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