ITALIANI, INUTILI GENI – IL TACCO ANTIROTTURA, LA VALIGIA CHE DIVENTA SEDIA E L’ACQUA DI MARE PER CUCINARE: OLTRE 6MILA DOMANDE DI BREVETTO MA POCHE INVENZIONI AVRANNO UN FUTURO

Francesca Bottenghi per "La Repubblica"

Italiani, inutili geni. Anche quest'anno abbiamo inzeppato l'Ufficio brevetti con una sfilza di invenzioni da far impallidire Leonardo Da Vinci. Qualche esempio? L'amaca che si appende a un solo albero, tanto per cominciare. E il dispositivo che prevede le cadute degli anziani. E il robot miniaturizzato che asporta tumori gastrointestinali. E la valigia che si trasforma in sedia.

Ancora: il quaderno che agevola la scrittura per gli ipovedenti, il procedimento per rendere l'acqua di mare utilizzabile in cucina, il tacco antirottura per scarpe da signora. Potremmo andare avanti per ore, scorrendo le seimila domande depositate dall'inizio dell'anno, ma l'interrogativo sarà sempre il solito: quante saranno realizzate e messe in commercio? Poche, pochissime. Una su cento. Forse meno.

Eppure abbiamo creatività da vendere. «L'Italia è l'ottavo Stato al mondo per numero di brevetti», spiega il sociologo Domenico De Masi. Sul podio ci sono Giappone, Stati Uniti e Cina. Noi ci collochiamo dopo la Germania e prima della Francia. Del resto dice Elserino Piol, il fondatore del venture capital italiano, «l'inventiva è scritta nel nostro Dna». Niente di nuovo: siamo stati sempre così. Popolo di fantasiosi e di creatori. «Sono calati l'orgoglio e la fiducia nazionali - ragiona Piol - Il Paese è depresso e gli investitori, nonostante abbiano le tasche piene, hanno le braccia corte».

Rari i colpi di fortuna. «In vent'anni di "carriera", mi hanno riconosciuto sei o sette brevetti. Ma non ho mai trovato nessuno che versasse un centesimo», racconta il commerciante sessantasettenne Domenico Tricarico. Quest'anno, sul modulo presentato all'Ufficio del ministero dello Sviluppo Economico, accanto al suo nome si legge "bevanda analcolica o alcolica a base di olive". E lui chiarisce: «L'olio contiene antiossidanti naturali, ma non possiamo berne più di un cucchiaino al giorno». Allora ha pensato di utilizzare
il succo delle olive, che di solito viene gettato ma che è ricco di principi attivi, e ne ha ricavato uno sciroppo e un amaro. «In paese, però, nessuno vuole investire. D'altronde, ha successo solo chi ha abbastanza soldi per fare da solo».

E pure il "collega" Roberto Padovano rimpiange ancora la sua grande invenzione mancata. «Quindici anni fa iniziai a lavorare al bike sharing- ricorda - e ci dedicai ogni attimo libero. Tuttavia non trovai una sola persona disposta ad aiutarmi e dovetti rinunciare ». Qualcun altro, invece, con quell'idea ci ha fatto i soldi. Nel 2013 Padovano ci ha riprovato, con un navigatore satellitare dotato di una telecamera e di un sistema di lettura di codici a barre o Qr. «Non si digiterà più la destinazione: basterà avvicinare il codice alla lente», afferma. E se questa volta la sua creazione diventerà realtà, non rischieremo più di andare a sbattere mentre litighiamo con il touch screen dello schermo.

Il Paese, dunque, ha bisogno di ritrovare fiducia. Ognuno ha la sua ricetta: «Puntiamo sulla formazione », suggerisce Piol. «Sì - concede De Masi - però i brevetti non devono essere solo fantasiosi, ma anche concreti e utili». Se ai tempi di Piol il collegamento tra i migliori cervelli e la catena di montaggio era assicurato dalle scuole di formazione di aziende come Ibm e Olivetti, oggi ci provano le università.

Nell'Istituto di Biorobotica della Scuola Sant'Anna di Pisa, per esempio, stanno sviluppando un sistema per rendere i tablet «trisensoriali», ossia per permetterci di comunicare non soltanto sentendo e vedendo l'altra persona, ma trasmettendo anche sensazioni tattili.

Apple e Samsung potrebbero essere interessatissime. «Lavoriamo su richiesta delle imprese - spiegano alla Sant'Anna - oppure concediamo loro una nostra invenzione in licenza, o creiamo noi delle start-up. Il segreto per il successo, però, è sempre lo stesso: non pensare a come sarà il domani, bensì a come sarà il futuro tra 10 o 15 anni ». Il dispositivo per far aprire il portafoglio agli investitori, invece, non è stato ancora inventato.

2. TANTA CREATIVITÀ SPESSO PER NULLA
Stefano Bartezzaghi per "La Repubblica"
BUFFA questione, quella dell'italianità creativa. Amiamo rappresentarci come il Paese dei Santi, dei Poeti e dei Navigatori e sono tre qualità grandemente "creative", soprattutto da quando per "navigatore" si intende uno che sta molto su Internet. Ma poi sono gli Stati Uniti di Barack Obama che inscrivono la creatività (brevetti industriali, fondi dedicati alla ricerca) nel Pil nazionale.

Noi invece guardiamo noi stessi e ci troviamo vecchi, refrattari al rinnovamento, adepti di ogni promessa rottamazione, speranzosi della palingenesi e però eterne prede di antichi retaggi dinastici e abitudinari. Il dubbio doloroso che anima gli ultimi dati statistici sul Pil, l'export, il made in Italy è: la tradizionale arte di arrangiarsi non basta più?
Il fatto è che la creatività è una quantità ineffabile, un flogisto, un certo non so che, qualcosa che non si sa definire ma si sa quando c'è.

È un cassonetto in cui accumuliamo cataste di indicazioni contraddittorie, tanto che ognuno può trovarci consolazione. Sul piano nazionale è proprio l'arte di arrangiarsi la peggiore indiziata. La laboriosa costruzione della Grosse Koalition tedesca, rispetto alle Larghe Intese italiane, parla chiaro: scrupolosa contrattazione dei termini di un accordo di governo contro visione limitata all'esito del prossimo voto di fiducia.

Dentro alla creatività sta una cosa e l'altra: la ricerca del buco da cui sfuggire dalla rete e il tirare a campare, l'innovazione e il nuovo packaging, l'evoluzione e il riflesso conservativo.
Di teorie della creatività ce ne sono mille e milioni, sono tutte sul mercato. Il punto - che non sempre mettono in evidenza - è che "creatività" sembra una qualità potenziale (è descritta come una capacità, come una "virtù", quindi qualcosa di "virtuale") ma ha bisogno della sanzione di qualcun altro cioè del confronto con la realtà. Il creativo è colui che sa creare e già ci sentiamo in testa al campionato. Ma se esistono (forse alcuni) geni sconosciuti, i creativi esistono in quanto sono riconosciuti. E allora, se siamo tanto creativi, perché nessuno ce lo dice?

 

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