UNA TARANTOLATA A VIALE MAZZINI: “VOGLIO UNA RAI SENZA MISS NE’ ISOLE DEI FAMOSI” - IL MATRIMONIO DELLA MARINI? “UN INCIDENTE”

Luigi La Spina per "La Stampa"

È stata la nomina più sorprendente compiuta dal governo Monti, quasi un anno fa. Anna Maria Tarantola, dopo una brillante carriera interna arrivata alla vice direzione generale della Banca d'Italia, viene catapultata alla presidenza Rai. Lei, la racconta così: «Tutto mi sarei immaginato nella mia vita, ma non di ricevere una telefonata come quella che mi fece Monti, chiedendomi di fare il presidente Rai.

Gli risposi: ma io non c'entro nulla con la Rai. E lui replicò: proprio per questo l'ho scelta, lei deve portare competenze di gestione e garanzie di indipendenza. La missione, come mi disse anche in seguito, era quella di ridare alla Rai il pieno ruolo di servizio pubblico, ma con criteri di efficienza aziendale. Nei miei 42 anni alla Banca d'Italia mi sono sempre considerata impegnata in un servizio pubblico e, perciò, accettai, pur con molti dubbi e contro il parere della mia famiglia».

Dopo quasi un anno da quella nomina si è pentita della scelta?
«No. Io, per natura, non mi pento mai. Una volta presa una decisione, bisogna solo guardare avanti, mettendoci tutto l'impegno possibile. Ho lavorato molto in un ambiente che non conoscevo, soprattutto per l'aspetto editoriale.

Per quello gestionale e organizzativo, naturalmente, ero più preparata, ma sul prodotto, con umiltà, per prima cosa dovevo capire. Poi, cercare, con tutto il consiglio e con il direttore generale Luigi Gubitosi, di aver una visione comune».

L'avete trovata questa visione comune? Che cosa volete fare della Rai?

«Credo che la Rai, come concessionaria del servizio pubblico in Italia, debba avere una sua distinguibilità, una sua cifra. Penso che una persona, quando accende la Tv, debba capire se sta guardando la Rai o un'altra emittente».

Quali sono questi caratteri distintivi che deve avere il servizio pubblico?

«La qualità, sempre, in tutto: informazione, fiction, intrattenimento. Qualità vuol dire equilibrio, correttezza, no al sensazionalismo, no alla Tv del dolore...».

Non bisogna parlare di cose negative, allora. Vuole una Tv di buoni sentimenti?

«No. Dobbiamo raccontare anche le cose negative perché, se non le si conosce, non le si può combattere. Ma dopo il racconto, bisogna offrire un messaggio di proposta per affrontare il problema. Vorrei un'informazione verificata, con un pluralismo non solo politico, ma di genere, di culture, di territorio, di voci».

Vasto programma, direbbe De Gaulle. Ci vuole tempo per attuarlo, anche perchè si tratta di un modello culturale da cambiare. Ma, in concreto, si può conciliare la qualità con l'ascolto, quello share, per usare il termine tecnico, che assicura gli introiti della pubblicità?

«È la sfida che ci proponiamo e, per esempio, Benigni, con la lettura della Costituzione in tv, ha dimostrato che è possibile. Abbiamo abolito "L'isola dei famosi" e "Miss Italia" perchè non rientravano in questo progetto...».

Ma avete trasmesso il matrimonio di Valeria Marini.

«Sono incidenti che possono sempre succedere e spero che ne succedano sempre di meno. Ma vorremmo che la donna sia rappresentata in tv in modo diverso, che la fiction sia più contemporanea, racconti storie più realistiche».

Non è vero, quindi, che lei sia contraria a una tv nazional-popolare?

«Si può usare anche questo termine, anche se non lo preferisco. Io penso che la Rai, con i programmi generalisti, debba arrivare a tutti. Deve fare prodotti allettanti, piacevoli, perché se non la si vede non raggiunge l'obbiettivo di servizio pubblico. Questo non vuol dire che debbano essere volgari o sensazionalisti».

Oltre a tre canali generalisti, però, la Rai ha altri 11 canali. Non sono troppi?

«Sull'utilità di questi canali abbiamo avviato uno studio e non so se siano necessari davvero tutti. Ma proprio perché siamo servizio pubblico, dobbiamo offrire prodotti specifici per tutte le esigenze, caratterizzando i programmi sempre di più.

Questo vale anche per le reti generaliste. Oggi, lo fanno più nelle intenzioni che nei fatti. La prima rete deve essere la tv delle famiglie, la seconda dei giovani e la terza della cultura e della trasversalità. È vero, però, che i canali tematici sono poco conosciuti. Abbiamo fatto più pubblicità a questo proposito e lo faremo ancor di più e meglio».

Nonostante due esperti di controllo dei conti, come lei e Gubitosi, però, la Rai ha chiuso l'anno con 245 milioni di perdite.

«Io accetto tutte le critiche, ma non quelle che partono dalla non conoscenza dei fatti. Nel 2012 ci siamo trovati con 200 milioni in meno di pubblicità e con 140 milioni di costi in più, per via di quegli eventi sportivi che capitano negli anni pari. Il totale fa ben 340 milioni. Siamo riusciti a risparmiare, in un solo anno, circa 100 milioni. Le pare poco?».

Per portare l'azienda in equilibrio economico, pensate di aumentare il canone?

«No. Non credo che sia politicamente possibile, anche se in Italia è più basso rispetto alla Francia o alla Germania o all'Inghilterra. Il problema, da noi, è l'evasione che raggiunge il 27 per cento, mentre, in quei paesi, si aggira intorno al 5-6 per cento. Con 500 milioni in più, quanto ammonta l'evasione, staremmo certo meglio, anche se l'obbiettivo dell'efficienza e della sanità dei bilanci andrebbe perseguito lo stesso».

A proposito della politica e dell'efficienza aziendale. Lei, siamo d'accordo, non era una esperta di Rai, ma non era così sprovveduta da non sapere che sulla Rai la pressione dei politici è sempre stata forte. È possibile gestire la Rai con criteri aziendali e non para-politici?

«Io l'ho già detto, nessuno ci ha creduto e ci sono stati molti commenti ironici a questo proposito. Ma non posso che riaffermarlo: non ho mai avuto pressioni da un politico. Non sono così sprovveduta, come dice lei, da non sapere quali sono le regole di controllo e vigilanza politica a cui la Rai si deve attenere per legge, ma cerchiamo di dare alla Rai una gestione il più possibile aziendale. È difficile, lo so, ma si può fare».

Proprio per sanare il bilancio, dicono che stiate svendendo la pubblicità, con grave turbativa del mercato delle tariffe. È vero?

«La Sipra, l'anno scorso, perdeva di più rispetto alla media del mercato. Siamo dovuti intervenire soprattutto sulle logiche di vendita e sui sistemi organizzativi. È stata rivista anche la politica dei prezzi, ma bisogna considerare, quando si parla di sconti, che le nostre tariffe erano più care di tre volte rispetto a quelle dei concorrenti».

Le star dell'informazione in tv, i Santoro, i Mentana, i Lerner, la Gruber, lo sappiamo, costano molto. Per loro, allora, le porte della Rai sono chiuse?

«Non faccio nomi, parlo in generale. L'informazione, per la Rai, è ovviamente un prodotto cardine. Se ci sono persone che hanno la capacità di fare approfondimento con elevata qualità e di arrivare con grandi ascolti al pubblico ben vengano...».

Disponibili a pagarle bene, quindi...

«Il giusto. È vero che c'è il mercato, ma non dobbiamo dimenticare l'obbiettivo fondamentale dell'equilibrio economico. A questo proposito, le ricordo che abbiamo già tagliato i compensi delle star dello spettacolo del 20 per cento. Siamo intervenuti persino sui contratti in corso».

Continuerete con la politica dei tagli?

«Intendiamoci bene. Noi non operiamo tagli lineari. Procediamo solo con tagli selettivi e investiamo di più in molti settori; prima di tutto, per esempio, sull'innovazione tecnologica. Quando siamo arrivati, abbiamo trovato l'azienda con una tecnologia molto vecchia, perchè per anni non era stato investito molto in questo campo. Eppure, abbiamo professionalità straordinarie in tale settore. Pensi che il nostro centro ricerche è apprezzato da tutte le migliori aziende in Europa, a partire dalla Bbc».

Soddisfatta, perciò, del lavoro fatto in quest'anno?

«Non direi così. Limitiamoci a dire che il bilancio non è negativo. La diagnosi è stata impostata, l'indicazione di dove vogliamo arrivare pure, sono state individuate le tappe e alcuni passi sono stati già fatti».

 

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