TEO-CNOLOGIA - LA NUOVA RELIGIONE DEL WEB E I NUOVI DEVOTI, GLI UTENTI DEI SOCIAL NETWORK, ASSERVITI ALLE VOLONTÀ DEI GURU DELLA RETE - INTERNET SEGNA L'AVVENTO DI UN'ECONOMIA «IMMATERIALE» IN GRADO DI GENERARE UNA PROSPERITÀ ILLIMITATA, DI UN MONDO IN CUI I «CITTADINI DELLA RETE» SARANNO IN GRADO DI AUTOGOVERNARSI DAL BASSO - È COME SE LA TECNOLOGIA PROMETTESSE, COME LA RELIGIONE, DI SCONFIGGERE LA MORTE...

Carlo Formenti per il "Corriere della Sera"

Nel Novecento filosofi, storici e sociologi si sono a lungo confrontati sulla categoria di secolarizzazione, con la quale si cercava di spiegare come e perché i valori religiosi sopravvivano all'indebolimento della fede, influenzando pratiche e comportamenti sociali anche dopo la loro trasformazione in regole etiche (apparentemente) prive di connotati religiosi. Vedi, in proposito, la tesi di Max Weber che identificava nell'etica dei Paesi a tradizione calvinista il motore dello sviluppo capitalistico.

Nell'epoca attuale, che si vuole postmoderna e pratica il relativismo etico, il concetto si è ristretto, riducendosi banalmente a evocare lo scetticismo (occidentale) nei confronti dei dogmi religiosi. Contro le tesi che attribuiscono alla nostra civiltà un grado elevato e irreversibile di secolarizzazione, c'è però chi sostiene che essa è al contrario inconsapevolmente immersa in uno stato di entusiasmo mistico, «posseduta» da una nuova fede generata dalla tecnica, cioè proprio dalla forza che viene indicata come il più potente agente della secolarizzazione.

Si tratta d'una religione che non ha nome né chiese, ma alla quale non mancano sacerdoti e masse di fedeli. I primi sono quei «profeti» della rivoluzione digitale - ingegneri e informatici, ma anche economisti e sociologi - che da un ventennio predicano l'avvento di una economia «immateriale» in grado di sovvertire il principio di scarsità e generare una prosperità illimitata, di un mondo senza Stati e gerarchie in cui i «cittadini della rete» saranno in grado di autogovernarsi dal basso, di un salto evolutivo verso un'identità «post umana», che consentirà ai nostri discendenti di emanciparsi dai vecchi limiti fisici e mentali: una mutazione destinata a scaturire dalla ibridazione progressiva fra uomini e macchine e dalla loro integrazione in un nuovo tipo di coscienza collettiva.

A rilanciare la riflessione nei confronti di questo credo sono due libri appena usciti: L'ultimo Dio, di Paolo Ercolani (con prefazione di Umberto Galimberti, editore Dedalo, pagine 240, 16), e Homo immortalis, firmato dalla divulgatrice scientifica Nunzia Bonifati e dal teorico dell'informazione Giuseppe O. Longo (editore Springer, pagine XII-283, 24 ).

Il primo analizza il lavoro paradossale di una tecnica che, da un lato, «erode il trono di Dio» appiattendo sul presente la nostra esperienza (e quindi neutralizzando la prospettiva escatologica), dall'altro, si appropria del ruolo della produzione di senso, impedendo all'umanità di divenire soggetto e non più oggetto della storia.

Il secondo si concentra sulla fascinazione di un discorso tecnologico che promette - grazie al «miglioramento» eugenetico della specie e alle pratiche di ibridazione uomo-macchina - di realizzare in questo mondo il grande annuncio che la religione proiettava nell'al di là, e cioè la definitiva sconfitta della morte.

Anche chi condivida questi argomenti, tuttavia, non può esimersi dal sollevare un dubbio: non rischiamo di attribuire dignità di religione a un'ideologia che, in fondo, riguarda un pugno di «visionari» tecnofili? E se di religione si tratta, dove sono le masse di fedeli evocate poco sopra? Eppure non è difficile rispondere: come altro definire le centinaia di milioni di utenti di Facebook, Twitter, iTunes e altri social network che accettano di sottostare agli editti di Zuckerberg e altri «sommi sacerdoti», che detengono il potere di cambiare le loro vite modificando pochi parametri?

Il Gruppo Ippolita, un collettivo libertario autore dell'ebook Nell'acquario di Facebook (fra qualche mese verrà pubblicato anche in cartaceo), lo chiama default power, e aggiunge un altro convincente argomento: come non definire religiosa la fede cieca, comune ad anarco-capitalisti e hacker, cyberliberisti di destra, come Zuckerberg, e di sinistra, come Assange, nella bontà dell'informazione come dispensatrice di verità e libertà, in barba a tutte le prove che dimostrano come ci troviamo piuttosto di fronte a nuovi strumenti di manipolazione di massa?

In conclusione: non è difficile capire perché intellettuali cattolici di punta come il direttore di «Civiltà Cattolica», padre Antonio Spadaro, si impegnino a riflettere sulle implicazioni teologiche di Internet: non è semplice curiosità intellettuale, ma lotta per contrastare l'ascesa di un rivale che, almeno in Occidente, potrebbe rivelarsi più pericoloso dell'islam.

 

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