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VITA, ‘NDRINE E NOTTI MALANDRINE DEL GIORNALISTA KLAUS DAVI: “GLI AFFILIATI DELLA ‘NDRANGHETA MI HANNO MINACCIATO BATTENDO MOLTO SULLA MIA OMOSESSUALITÀ. NON HO FATTO OUTING PERCHÉ NON ACCETTO L'ETICHETTA GAY. HO AVUTO DELLE COMPAGNE E ANCHE ALTRE ESPERIENZE. MI DICONO ‘RICCHIUNE’, ‘NON SAI FOTTERE’, ‘CAGNA IN CALORE’

 

Lucia Esposito per Libero Quotidiano

 

KLAUS DAVI E IL VOTO A MILANOKLAUS DAVI E IL VOTO A MILANO

Klaus Davi, lei è nato in Svizzera ha vissuto in Belgio e Germania, da anni lavora a Milano. Ha un' agenzia di comunicazione, cura l' immagine di politici famosi, collabora con marchi come Fiat, Piquadro, Frescobaldi e molti altri. Perché ha deciso di occuparsi di 'ndrangheta?

 

«Mi sono sempre interessato di mafia. Ho intervistato oltre cento magistrati, ma da un anno ho deciso di fare qualcosa di diverso: raccontare la 'ndrangheta da dentro, facendo parlare i boss. Lo faccio per passione, non certo per soldi».

 

Ci sono cose più divertenti e meno pericolose.

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«Lo faccio perché la 'ndrangheta è la multinazionale del crimine più potente, ha il monopolio della cocaina che arriva dal Sud America, si è infiltrata qui a Milano e la politica tace. La 'ndrangheta è meno scenografica della mafia, non c'è il folclore della narrazione, non fa stragi di Stato. Gli 'ndranghetisti sono molto più discreti dei camorristi, non si fanno tatuare, non si riempiono di oro, ma esistono e sono pericolosissimi. La 'ndrangheta è meno appariscente ma è arrivata fino al Nord, col traffico di droga, sta distruggendo intere generazioni».

 

Adesso è spesso in Calabria per girare puntate de "Gli intoccabili", sull' emittente "LaC". Ricorda la prima volta che ci è andato e perché?

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«Un anno fa, per il funerale del giudice Giancarlo Giusti che si è tolto la vita dopo la sentenza della Cassazione che confermava la condanna per corruzione da parte di Giulio Lampada affiliato al clan Valle. Lo avevo intervistato ed eravamo diventati amici. La sera prima del suicidio avevamo chattato a lungo ma non potevo immaginare che si sarebbe ucciso».

 

Quindi va in Calabria...

«Mi innamoro subito di questa terra. Mi invento il format de Gli Intoccabili e comincio. Andando a rompere le scatole ai boss, stanandoli nei loro quartieri, citofonando alle loro case, aspettandoli quando uno di loro esce dal carcere per decorrenza dei termini. Li tampino, li seguo sui social».

 

Ha anche scritto al figlio di un boss che su Facebook insultava polizia e collaboratori di giustizia.

gli intoccabili di lac snapshot 5 (2)gli intoccabili di lac snapshot 5 (2)

«Loro pensano di essere lo Stato, ma non è così. Le forze dell' ordine e magistrati come Nicola Gratteri e Federico Cafiero de Raho stanno facendo l'impossibile ma il punto non è questo. Il punto è scuotere le coscienze e svegliare la politica che dorme».

 

Intanto sta rompendo molto le scatole alla 'ndrangheta. È stato aggredito a calci e pugni a Vibo Valentia, minacciato di morte dal potentissimo clan Tegano di Reggio Calabria, è stato insultato con frasi omofobe molto pesanti. Due procure indagano. Non ha paura?

«Sì, ho paura. Ma non della morte, del dolore fisico. So che fanno sul serio, ma non mollo perché voglio vedere fino a che punto arriva la miopia della politica».

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Nelle minacce gli affiliati insistono molto sull' omosessualità. Lei non ha mai fatto outing.

«Non ho fatto outing perché non accetto l'etichetta gay. Ho avuto delle compagne e anche altre esperienze. Lei sa perché insistono su questo? Perché mi dicono "ricchiune", "non sai fottere", "cagna in calore"?».

 

Perché?

«Perché nella loro cultura machista un omosessuale è meno di una donna. È un uomo che non è uomo e che quindi può essere eliminato senza problemi».

 

Ha la solidarietà dei politici?

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«Sì, trasversale. Da Gasparri a Salvini, da Maroni a Franceschini fino a Legnini, vicepresidente del Csm, e il grillino Giarrusso».

 

Un tempo però si parlava di mafia e di 'ndrangheta

«Quando al governo c' era Berlusconi. Oggi la criminalità organizzata non può più essere usata per attaccarlo e se ne parla meno».

 

Ma lei parla di 'ndrangheta anche da Giletti e nella trasmissione della Daniele…

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«A L'Arena sono un commentatore, parlo di criminalità ma non faccio attività giornalistica. A Storie vere ho realizzato numerosi servizi sulla mafia. Ma poi per una questione burocratica non ho potuto realizzarne altri, avendo un contratto da opinionista».

 

Sembra un paradosso: magistrati come Cafiero de Raho e Nino Di Matteo sposano pubblicamente le sue battaglie e la burocrazia Rai la blocca.

«Anche il pm Stefano Musolino ha pubblicato un post su Facebook definendo il mio lavoro "molto utile, talvolta ingenuo, ma estremamente efficace". Se l' azienda Rai, molto attenta a queste temi, vuole usufruirne sono pronto».

 

Cosa fa?

Klaus Davi Klaus Davi

«Continuo con la mia trasmissione che poi posso vendere a Rai, Sky o Mediaset… L' importante è far capire che la 'ndrangheta non è più, non è solo un fatto calabrese. In Calabria ci sono le menti, ma molte braccia sono arrivate al Nord».

 

A proposito di politica, dove ha sbagliato la Clinton?

«Avevo previsto la vittoria di Trump a La Gabbia di Paragone. La Clinton ha la semantica corporea di una mummia. Solo la sinistra italiana poteva pensare che il popolo Usa si identificasse in una lobbista».

 

Klaus Davi Klaus Davi

Da noi vincerà Grillo?

«I grillini saranno in grado di governare solo se risolvono il conflitto tra movimentisti e riformisti come accadde con i Verdi tedeschi».

 

Secondo lei il centrodestra si ricompatterà?

«Ci vorrebbe un uomo di destra con contaminazioni di centrosinistra come il procuratore Nicola Gratteri. Visto lo stato comatoso del centrodestra, potrebbe essere pure Renzi se però si dà una calmata».

 

Parisi non va bene?

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«Aveva la vittoria in tasca al primo turno ma è riuscito a perdere al ballottaggio. Non ha capito che il contributo del partito sarebbe stato determinante, invece ha attaccato i suoi alleati. Forse si sopravvaluta, ma ha commesso l'errore di pensare di potercela fare da solo».

 

Salvini premier?

«Non è escluso, è un politico formidabile. È anche in evoluzione e bisogna vedere che strada prenderà. Non credo però che un'emanzione del trumpismo da noi possa funzionare».

 

Meloni?

«Non sottovalutiamola. Può essere la soluzione giusta per Salvini: lei premier, lui vicepremier sempre a capo della Lega. Giorgia ha grinta, capacità di relazioni, ha palle».

Klaus Davi Klaus Davi

 

Berlusconi è finito?

«Sì. Lui è il grande padre».

 

Toti?

«Per onestà dico che è un mio amico. Ha uno straordinario talento politico, ma forse manca ancora di carisma. È uno stratega, l'erede di Gianni Letta ma deve imparare a trasmettere emozioni e sentimenti. L' idea del "partito dei governatori" la trovo rischiosa, poco emozionale».

 

Parliamo di referendum…

«Non dico per chi voto. Dico che il premier dovrebbe avere più donne nel suo staff, vive in un mondo ipermaschile e si sente».

 

Ma se ha scelto tante ministre, anche in ruoli importanti come la Boschi.

«Lei va per conto suo. Se ci fossero più donne forse si ammorbidirebbe».

 

KLAUS DAVI KLAUS DAVI

Qual è il problema di Renzi?

«Che non sa vincere, lui deve umiliare. Nutre risentimento e odio. Ha rottamato il Pd ma non si è accontentato. Con il referendum ha voluto anche sfidare l' elettore.

Ma tu non devi metterti contro chi ti dà il pane. L' elettorato non va sfidato mai perché perdi».

 

Un altro errore del premier?

«Negare la crisi. Anche questo è un atto di sfida agli elettori».

 

Klaus Davi Klaus Davi

Come andrà il referendum?

«Si giocherà sul filo di lana. Al Nord prevarrà il "sì", al Sud nettamente il "no"».

 

L'imprenditore che stima di più tra quelli con cui ha lavorato?

«Mi piace Lapo Elkann perché sa ascoltare, Marco Palmieri di Piquadro perché è un visionario ma concreto, anche Giulio Malgara è stato un grande innovatore».

 

Di chi vorrebbe essere lo spin doctor?

«A Di Maio, ma sarebbe come stare sul ring».

 

Che cosa gli direbbe?

«Hai talento ma devi essere meno bullo e leggere di più».

 

Qualche testo di politica?

«Niente politica.

 

Cosa?

«"Il cuore vigile" di Bruno Bettelheim che racconta come si sopravvive in un campo di concentramento. Un esercizio di umiltà. Molti politici dovrebbero imparare prima di tutto l'umiltà».

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