E A LAS VEGAS IL FRATELLO DI CICCIO-KIM SI GODE LA BELLA VITA…

Ilaria Maria Sala per "La Stampa"

Vuole essere chiamato solo «signor Lee», e chiede appuntamento in un caffè vicino alla stazione della metropolitana di City Hall. Dice di non aspettarlo fuori, per non osservare da che direzione viene. È arrivato a Seul da nemmeno un anno, attraverso la Cina, ora è sotto l'ombrello di un'istituzione governativa per i dissidenti ex funzionari, e dice subito: «Vedi tu come vuoi offuscare tutti i dettagli personali. Ho ancora alcuni familiari al Nord, non possono essere protetti per sempre».

Poi si siede, curvo, inquieto. Era un funzionario in un ministero, «qualcosa tipo la polizia», precisa, ma la sua carriera era stata bloccata per essere stato a conoscenza di un complotto per uccidere Kim Jong-il (dittatore deceduto nel 2011), «quando era chiaro che stava preparando suo figlio Kim Jong-un alla successione». Un complotto, questo, che ha coinvolto 200 persone, di cui ne sopravvivono meno di venti, fra cui il «signor Lee».

Dunque, dietro le immagini di compatto sdegno contro la Corea del Sud e l'America che la propaganda nordcoreana trasmette, dietro le fotografie del giovane Kim alla guida di alti militari e dietro le minacce di colpire con missili Osaka e Tokyo che vengono rilanciati dall'agenzia ufficiale di Pyongyang, sono molte più le crepe nel regime di quanto non appaia. Crepe che vengono da lontano e che avrebbero provocato punizioni, vendette, rappresaglie.

Le purghe, fra l'altro, si sarebbero inasprite dopo il 2008, quando Kim Jong-il sapeva di avere pochi anni di vita davanti, quando le persone ostili alla nuova successione di padre in figlio sono state «eliminate». Come? «Nei campi e davanti ai plotoni di esecuzione», dice il signor Lee. Che poi spiega che con la chiusura di Kaesong il regime «ha praticamente finito frecce al suo arco».

Ieri è scaduto l'ultimatum ai dignitari stranieri affinché lasciassero il Paese, appello caduto quasi nel vuoto. Pyongyang si prepara a celebrare il 15 aprile l'anniversario di nascita del fondatore della dinastia Kim Il-sung e entro quella data, o chissà proprio quel giorno, potrebbe arrivare il tanto sbandierato test missilistico.

A scanso di equivoci, Seul e Tokyo si blindano e rafforzano la sicurezza. Fonti d'intelligence del Sud sostengono di aver notato nuovi movimenti di veicoli da trasporto speciali lungo la costa sudorientale del Paese. «La possibilità di un nuovo test balistico c'è, senz'altro, ma le armi di cui dispone la Corea del Nord non sono di alto livello - spiega Lee -. Gli Usa e la Corea del Sud devono trovare un modo per lasciare a Kim lo spazio di ritirarsi senza farsi vedere in ritirata. La situazione è molto seria, ma la Corea del Nord non può permettersi una guerra», dice.

La sua fuga l'anno scorso è nata proprio dalla consapevolezza che Kim «è un pericolo», e bisognava trovare il modo di lavorare per limare il suo potere. Non è chiaro che cosa faccia a Seul, ma da alcuni accenni alle sue attività potrebbe essere attivo fra i gruppi di hacker che cercano di destabilizzare il regime.

La sua è stata una lenta educazione alla realtà: studente in Unione Sovietica ai tempi di Gorbaciov, venne sconvolto dalla rivelazione che a iniziare la Guerra di Corea fu il Nord, e non gli Stati Uniti. «Sulle prime ero furioso con il professore che l'aveva detto: volevo fare a pugni con lui. Poi, mi ha mostrato i documenti che lo provano, e mi sono reso conto che siamo una nazione di idioti. Ci hanno raccontato solo storie, e per queste siamo pronti ad andare a morire. Ma il sostegno per Kim non è forte».

Tesi quest'ultima che trova ulteriori conferme nelle parole di altri fuoriusciti. Un'ex spia nordcoreana parlando all'australiana «Abc» ha definito «Kim Jong-un troppo giovane e inesperto e che sta cercando di ottenere il controllo completo sulle forze armate e di conquistare la loro lealtà». E un ex ufficiale dell'esercito al «Daily Telegraph» ha invece sottolineato quanto le «forze armate siano divise». Intanto però a Seul e Tokyo guardano il cielo. I missili nordcoreani sono vicini.


2. IL DITTATORE-BAMBINO VIZIATO CHE SPINGE AL LIMITE L'AZZARDO
Maurizio Molinari per "La Stampa"

Spinto dal desiderio di farsi accettare dal mondo, preoccupato dalla necessità di domare i militari, nelle mani della zia onnipotente oppure ossessionato dal fratello ribelle: sono molteplici le letture della mente di Kim Jong-un da parte di diplomatici, analisti e psicologi americani, concordi solo nell'affermare che non si tratta affatto di un folle.

A sostenere che l'arsenale nucleare è per Kim «un metodo per farsi accettare dal mondo» è Christopher Hill, ex inviato Usa ai negoziati multilaterali con Pyongyang, che vede in tale caratteristica «un elemento di continuità con il nonno Kim Il-sung e il padre Kim Jong-il perché la scelta fu fatta, per qualche motivo, negli anni Settanta, ma divenne strategica dopo il crollo dell'Urss quando la Nord Corea si trovò isolata e bisognosa di autolegittimarsi nella comunità internazionale». Ma Michael Austin, direttore degli

Studi per l'Asia del Nord all'«American Enterprise Institute» di Washington, obietta che ciò non spiega «la differenza di un nonno e un padre molto calcolatori rispetto a Kim Jon-un assai più spericolato». «Ciò che distingue Kim è di avere avuto nel primo anno di regime uno straordinario successo» osserva Austin, riferendosi al terzo test nucleare, alla messa in orbita di un satellite e al lancio di un missile a lungo raggio «tutti riusciti».

Dunque «Kim potrebbe essere indotto a non avere la stessa pazienza del padre per le partite di lungo termine, magari pensa di avere la sorte dalla sua parte e di poter accelerare più del solito» al fine di «mettere sulla difensiva il nuovo presidente sudcoreano Park Geum-hye, farsi rispettare dagli Stati Uniti e completare il controllo degli apparati militari che secondo alcuni ancora non ha».

Sarebbe dunque un disegno di potere assai lucido. Heath King, docente di psicoanalisi all'ateneo di Yale già alle prese con la mente del killer della strage di bambini a Newtown, lo definisce «una persona dal comportamento logico, non irrazionale» anche perché nato e cresciuto in un regime fondato sul culto della personalità del leader, a cui «tutto è consentito e la cui unica responsabilità è fare meglio dei predecessori».

Ma c'è dell'altro perché nella comunità di intelligence c'è chi tenta di leggere la mente di Kim Jong-un, nato fra il 1983 ed il 1984, attraverso le figure di due suoi parenti stretti. La prima è Kim Kyong-hui, figlia del fondatore «eterno presidente» Kim Il-sung, sorella di Kim Jong-il e dunque sua zia che avrebbe su di lui un'influenza personale molto forte, oltre al fatto di essere un personaggio chiave nella nomenklatura del partito per via di sommare l'appartenenza alla dinastia del fondatore con i gradi di generale delle forze armate e il matrimonio con Jang Song-taek, responsabile dei rapporti con Pechino, l'alleato più importante di Pyongyang.

Secondo tale interpretazione sarebbe la potente zia la vera regista dell'escalation con Seul e Washington, nel disegno di sfruttare l'avvento del giovane Kim Jong-un per arrivare in fretta a controllare l'intero Stato-regime. Si tratterebbe dunque di una spregiudicata manovra di palazzo da parte dell'unica donna della nomenklatura, intenzionata a diventare nei fatti la vera erede del padre.

L'altra ipotesi, di natura assai diversa, ha invece a che fare con il difficile rapporto di Kim Jong-un con il fratello maggiore Kim Jong-nam che era stato destinato a guidare la Nord Corea ma venne defenestrato dal padre dopo essersi fatto sorprendere in Giappone mentre tentava di farsi passare da prete dominicano con tanto di documenti falsi.

Sebbene resti fedele al regime, Kim Jon-nam è un ribelle: non è andato al funerale del padre nè all'insediamento del fratello e vive fra Macao e Las Vegas senza farsi mancare ogni tipo di svago. Da qui lo scenario di un rapporto fra fratelli conflittuale al punto da aver innescato in quello regnante la sindrome del Dottor Stranamore.

 

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